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Coca in villa a Malindi, trappola per due italiani incastrati per coprire i trafficanti

A processo a Malindi, rischiano l’ergastolo
«Coca in villa, trappola per due italiani»
Lettera li scagiona: incastrati per coprire i trafficanti

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 29 marzo 2006
Angherie, violenze, pestaggi in cella e il rischio concreto per due italiani residenti in Kenya di essere condannati all’ergastolo per un reato che – secondo diversi documenti riservati che ho raccolto – non hanno commesso: traffico di droga. Una tonnellata e duecento chili di cocaina (valore 70 milioni di euro) per cui il settantenne Angelo Ricci, foggiano, e sua moglie (43 anni) Estella Duminga Furuli, argentina-calabrese, da 14 mesi marciscono nelle fatiscenti galere di Nairobi. Con loro 5 kenioti, incriminati per lo stesso reato. Intanto hanno raccontato la loro vita nelle carceri africane: per mangiare devono scartare insetti e vermi dal cibo, dormono per terra e subiscono umiliazioni di ogni genere. Il processo è ricominciato l’altro ieri, 27 marzo.
Quella che può sembrare una banale storia della antinarcotici sta prendendo le dimensioni di un vero ciclone. Le testimonianze e i documenti raccolti da Africa ExPress a Nairobi e a Mombasa (il porto del Kenya in cui è transitata la droga), coinvolgono le più alte cariche dello Stato keniota, e lambiscono persino il presidente della repubblica Mwai Kibaki. Da alcuni mesi il Kenya è sconvolto dagli scandali che hanno investito ministri e funzionari dello Stato.
Angelo Ricci e la moglie Estella Duminga Furuli, durante il processo (foto Africa ExPress)

Le accuse contro la classe dirigente sono pesanti e spesso provate: corruzione, concussione, sottrazione di denaro pubblico, nomine di giudici compiacenti e rimozione di quelli instancabili, attacchi e irruzioni della polizia nelle sedi dei quotidiani impegnati nella ricostruzione di giganteschi “furti di stato”, depistaggi di indagini, omicidi e morti sospette. Una Tangentopoli in terra d’Africa che sta provocando dimissioni a catena, tra cui quella del ministro della giustizia Kiraitu Murungi e quella, più clamorosa, del potentissimo ex ministro della sicurezza nazionale Chris Murungaru, fino a pochi mesi fa un uomo intoccabile.

L’estate scorsa il Foreign Office aveva tolto a Murungaru il visto di entrata in Gran Bretagna. Ufficialmente il motivo non si è mai saputo, ma, secondo i diplomatici di stanza a Nairobi, era chiaro ed evidente: “Riciclaggio di denaro e traffico di droga”. Il reato di cui sono accusati Angelo Ricci e la moglie Estella rientra ora in questo complicato quadro. I due vengono arrestati il 14 dicembre 2004 a Malindi, dopo che la polizia fa irruzione in una villa, Rocchi House, che la coppia aveva dato in affitto a sei olandesi e un keniota, Gorge Kiragu, per conto del proprietario, Pompeo Rocchi, un altro italiano.

Nel giardino gli agenti trovano un motoscafo con la chiglia imbottita di panetti di cocaina purissima (800 chili). Nello stesso momento altri gendarmi del CID (Criminal Investigative Division) entrano nel vecchio aeroporto di Nairobi, a Embakasi, e trovano in un container, altri 400 chilogrammi di droga appartenente alla stessa partita. Angelo Ricci e la moglie Estella vengono immediatamente arrestati e con loro altri 6 kenioti, compreso uno di origine indiana. Da allora vivono la loro allucinante esperienza in due carceri di Nairobi.

In una lettera in possesso dI Africa ExPress, datata 12 ottobre 2005 e indirizzata a Francis K. Muthuara, segretario particolare del presidente della Repubblica, Mwai Kibaki, l’ex Direttore della Pubblica Accusa (la terza più alta carica giudiziaria keniota), Philip Murgor, scrive a pagina 5: “Sono convinto che le investigazioni e le accuse nel caso della cocaina, quando io ero in carica, sono state indirizzate solo a coprire il gigantesco traffico, in modo tale da lasciare intatto il cartello che opera tra Sud America, Kenya e Olanda”.

In un altro passaggio, il documento spiega:” Nello stesso tempo il caso ha subito interferenze grossolane che ha visto impegnato direttamente il Solicitor General (la quarta carica giudiziaria del Paese, ndr) con alcuni individui all’interno della presidenza della Repubblica”. Philip Murgor viene silurato il 25 maggio dell’anno scorso, mentre cerca di far luce sulle accuse di corruzione, sottrazione di denaro pubblico e arricchimenti illeciti dei massimi personaggi della politica keniota.

“Mi hanno fatto fuori perché volevo individuare i veri responsabili del traffico di cocaina, indagando nei potenti ambienti che l’hanno coperto. I due italiani non c’entrano assolutamente nulla, sono usati come capro espiatorio. Se li condannano sarà solo per evitare che vengano scoperti i veri colpevoli”, dichiara senza mezzi termini l’ex capo dei procuratori intervistato da Africa ExPress. Il sequestro della tonnellata e passa di cocaina avviene il 14 dicembre 2004 su una precisa nota degli investigatori olandesi ai colleghi kenioti. Il documento segnala, con dovizia di particolari, la presenza nel Paese africano di “parecchie tonnellate” di “neve”.

Ad Amsterdam sono appena stati arrestati presunti trafficanti legati alla filiera di Malindi: Robertus Johannes Stehman, Hendrik Baptiste Hermanj, Johan Neelen, Arien Gorter e Marinus Hendrik van Wezel. Secondo un documento di cui Africa ExPress ha preso visione l’informativa data 8 dicembre. Passano dunque sei giorni dall’irruzione della polizia nel deposito di Embakasi e nella villa di Malindi. “Un tempo sufficiente – come spiega un altro documento in possesso degli investigatori kenioti e mai arrivato in tribunale – per permettere agli occupanti olandesi della Rocchi House di impacchettare senza fretta i loro effetti personali, pagare i salari dello staff, da Malindi volare a Nairobi, passare una notte al Pan Afric Hotel e prendere comodamente un aereo per lasciare il Kenya”. “Tutto ciò – come scrive in un’altra lettera Murgor – non può essere avvenuto senza la complicità della polizia e dei suoi alti vertici”.

In una denuncia alla procura della Repubblica, l’ex numero tre del sistema giudiziario keniota piazza tra i responsabili dell’immenso depistaggio il capo della Polizia Criminale (CDI, Criminal Investigative Department), James Kamau, e l’ispettore Peter Njeru, il grande accusatore dei Ricci e degli altri 5 imputati locali, tra cui Davies Alexander Gachago, figlio di un ministro keniota ai tempi di Jomo Kenyatta, primo presidente del Kenya. Ma non risparmia critiche a Stanley Murage, stretto consigliere del Presidente della Repubblica.

Per seguire il caso, subito dopo il sequestro, Murgor individua un procuratore donna che ha seguito corsi di narcotraffico (lui la definisce “magistrato capace, caparbio e incorruttibile”), sperimentato in altri difficili casi. Ma il 28 dicembre, quando l’allora Direttore della Pubblica Accusa è in vacanza, la signora viene esautorata e sostituita con un magistrato fatto rientrare precipitosamente dalle vacanze, Oriri Onyango, l’attuale accusatore in tribunale, che non si era mai occupato di droga prima.

L’ordine di cambiare il magistrato viene impartito da Wanjuki Muchemi, Solecitor General (un grado più basso di Murgor) e partner in affari, secondo una visura camerale in possesso di Africa RxPress, di Cristopher Ndarati, a sua volta socio di Murungaro. Murgor dopo alcuni mesi di investigazioni chiede a Onyango a che punto sono le indagini, ma non ottiene risposta. Per due volte lo sollecita. Niente. Solo dopo una terza richiesta riceve una scarna lettera in cui, tra l’altro, il sostituto procuratore quello che oggi in tribunale chiede la condanna dei Ricci, dichiara testualmente: “Non ci sono assolutamente evidenze che questi tre accusati (e si riferisce oltre ai due italiani all’indiano, poi prosciolto in gennaio scorso, ndr) siano direttamente o indirettamente coinvolti nel traffico illegale di droga. Tuttavia, per provare che avevano permesso l’uso della casa data loro in gestione a gente intenzionata a vendere e distribuire droga, è importante mantenere l’accusa principale di traffico di stupefacenti, nonostante le prove siano assolutamente insufficienti per giustificare la loro detenzione” (letteralmente in inglese “notwithstanding insufficient evidence to warrant their conviction in those counts”). Ciononostante i Ricci e gli altri sono in galera da 14 mesi.

In Kenya circolano insistenti voci che la cocaina nei depositi della polizia non ci sia più, sostituita da pacchetti di farina o gesso. I “tutori dell’ordine” se ne sarebbero già impadroniti e l’avrebbero loro stessi messa in circolazione. Il 31 gennaio 2005 il direttore della polizia criminale, James Kamau, senza informare gli uffici della procura e senza ottenere il permesso della corte, ordina al sostituto procuratore Oriri Onyango di distruggere la cocaina.

Un passo gravissimo, con il quale, sostiene un funzionario di polizia che vuol restare anonimo: “Si può bruciare una tonnellata di farina ed entrare in possesso della droga”. Murgor intercetta la lettera con l’ordine e convoca nel suo ufficio sia il sostituto procuratore Oriri Onyango sia l’ispettore del CID Peter Njeru, autori del tentativo di distruzione del corpo del reato. Ordina loro di effettuare i test individuali su ciascuno dei 954 pacchetti di droga sequestrati (in precedenza solo 42 erano stati testati). Ma il capo della polizia, James Kamau rifiuta di eseguire quanto disposto dal magistrato.

Anche le ambasciate americana e britannica esercitano pressioni sul procuratore generale Amos Wako. Temono che la partita sequestrata rientri in circolazione e chiedono analisi serie e non a campione. “Le faremo”, promette Wako, ma quando gli viene sollecitata la partecipazione di esperti occidentali, non si sbilancia e non promette nulla, provocando un certo disappunto tra i diplomatici che erano andati a trovarlo nel suo ufficio. Da Wako ci va pure l’ambasciatore italiano, Enrico Di Maio, ma il colloquio è deludente.

“Dov’è finita la cocaina?”, domanda poi Murgor, in una lettera con cui protesta per l’andamento delle indagini. Negli ultimi mesi agli aeroporti di Londra e di Amsterdam sono stati fermati membri dell’equipaggio della Kenya Airways, la compagnia di bandiera keniota, appena sbarcati mentre cercavano di introdurre in Europa pacchetti di droga. Un documento spiega che le analisi effettuate su quel narcotico mostrano come sia dello stesso tipo di quello sequestrato a Malindi e Embakasi. “Da dove proveniva? Dalla partita sequestrata o da quella scomparsa?” chiede ancora Murgor ricordando che la nota degli investigatori olandesi parlava di ‘parecchie tonnellate’ di cocaina” e a Malindi ed Embakasi ne è stata sequestrata solo poco più di una tonnellata. Un paio di giorni fa Keriako Tobiko, l’uomo chiamato dal presidente della Repubblica a sostituire Murgor come Direttore della Pubblica Accusa ha di nuovo chiesto alla corte il permesso di bruciare la partita di droga: “per motivi di sicurezza nazionale”. Nonostante l’ambasciata americana e quella inglese sono insorte chiedendo di nuovo: “Prima testate uno per uno tutti i pacchetti”, il giudice Aggrey Muchelule (il magistrato che deve giudicare anche i Ricci e gli altri coimputati) dà il via all’operazione distruzione.

Il falò, davanti al quale saranno chiamate le telecamere, è previsto per venerdì 24 marzo alle 11. Nessuno potrà con esattezza stabilire cosa sarà bruciato, ma i diplomatici a Nairobi ne sono sicuri: “Non sarà cocaina”. La società Pepe Inland Port gestisce una parte del porto di Mombasa. Dalle sue banchine sono passati i container dentro i quali la polvere bianca è entrata in Kenya. In un primo momento era stata accusata anch’essa di aver partecipato al grande traffico.

Per difendersi si affida all’avvocato Kiriuki Muigua. In una lettera, riservata e inviata alle ambasciate a Nairobi di Venezuela, Colombia, Olanda e Stati Uniti, l’avvocato Muigua, denuncia chiaramente il Criminal Investigation Department e il suo capo James Kamau di aver depistato le indagini. L’avvocato accusa Kamau di aver inventato una parte della storia della droga. “Noi abbiano ritirato 2 container che avrebbero dovuto contenere mobili provenienti dalla Cina. Pesavano 3 tonnellate. Nelle loro indagini gli investigatori di Kamau parlano di un container solo di poco più di una tonnellata”. “Ecco la spiegazione di come sono scomparse due tonnellate – aggiunge l’ex capo dei procuratori Margor –. Potrebbe averle imboscate la polizia”.

Un fatto inquietante è poi avvenuto il 19 febbraio 2005: l’assassinio “accidentale” di Erastus Chemorei, il comandante della polizia che, nella scuola di addestramento per agenti di Mombasa, aveva in custodia la droga sequestrata a Malindi e a Embakasi Da quanto tempo quella partita di narcotico si trovava in quel campo?

“Nell’inchiesta – c’è scritto in un altro documento in possesso della presidenza della Repubblica keniota e avuto in copia da Afex – le persone intervistate hanno dato versioni diverse e contrastanti”. “E’ istruttivo ricordare – conclude la stessa nota in proposito – che Chemorei è stato ucciso da poliziotti venuti da Nairobi”. Le ambasciate occidentali a Nairobi sono preoccupate di quanto sta accadendo e hanno attivato un coordinamento per esercitare pressioni sul governo keniota affinché liberi gli italiani e gli altri accusati, che considerano detenuti illegalmente. Stranamente a queste riunioni non partecipano gli olandesi che pure dovrebbero sapere chi sono i veri trafficanti giacché, il sequestro di cocaina è avvenuto proprio grazie alla loro informativa. Il numero due dell’ambasciata dei Paesi Bassi, Gerard Duijfjes, contattato da Africa ExPress, si è chiuso in uno strettissimo riserbo. “Gli investigatori sono venuti qui da Amsterdam, ma non ci hanno consultato”, ha detto. Ha poi confermato che Anita – la moglie olandese di Gorge Kiragu, l’unico occupante keniota di Rocchi House, arrestato nei Paesi Bassi, dove aveva tentato di rifugiarsi dopo i sequestri di Malindi e di Embakasi – insegnava alla scuola olandese di Nairobi. “Ma quando gli è stato chiesto come mai non avessero controllato il curriculum della professoressa prima di assumerla a scuola”, ha salutato e chiuso il telefono. La collaborazione degli olandesi sembra essenziale per risolvere il caso dei detenuti. “Il vostro governo deve esercitare pressioni sull’Aja perché dica quello che sa – sostengono gli avvocati dei due italiani, John Khaminwa e James Gekonge Mouko -. Loro possono risolvere il caso in pochi minuti”. Intanto il tempo passa e i coniugi Ricci stanno marcendo in carcere.

Massimo A. Alberizzi
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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi