Kenya in ginocchio: sospeso lo sciopero trasporti dopo due giorni di fuoco

Si sono fermate Nairobi e le altre grandi città. Tutti a piedi. Morti e feriti durante le violente manifestazioni in nove contee

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Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
20 maggio 2026

Quattro morti, decine di feriti, centinaia di arresti, saccheggi, auto e copertoni in fiamme, migliaia di persone bloccate, molte scuole, uffici e anche alcune ambasciate (Spagna, Irlanda, Australia…) chiusi, al miserabile mercato popolare di Kawangware dalle campagne non sono arrivate neppure le galline che si vendono vive.

Una nazione in ginocchio, anzi a piedi, anzi proprio a terra.

Dalla notte di lunedì a ieri martedì, Nairobi e parte del Kenya sono precipitati nel caos totale. Per uno sciopero contro il caro carburanti e il caro vita. Per due giorni, fino a ieri. Quando l’agitazione è stata sospesa per una settimana per consentire ulteriori colloqui tra il governo e gli operatori del settore.

Proteste mai viste

Ma nel frattempo matatu (mini bus collettivi), boda (moto taxi), autobus delle scuole e quant’altro si erano fermati scatenando proteste mai viste. Nel porto di Mombasa, il più importante dell’Africa centro-orientale, si erano formate code di camion, il traffico merci cancellato. Secondo la Croce Rossa, lo sciopero aveva paralizzato la circolazione in nove contee: Nairobi, Mombasa, Kiambu, Machakos, Kajiado, Kisumu, Embu, Murang’a e Makueni.

Proteste in Kenya contro rincaro carburante

“Sisi wote tumesota (in lingua swahili), siamo tutti al verde, siamo in miseria” era stato lo sfogo, diventato uno slogan da parte di un lavoratore keniano intervistato da una emittente TV, che riassumeva e riassume la drammatica situazione del Paese.

Stop ai rincari

“Il motivo per cui abbiamo scioperato è che il prezzo del carburante è diventato troppo alto – aggiungeva il guidatore di un matatu – i passeggeri piangono, ma siamo danneggiati tutti, tutti quanti stiamo soffrendo. Se il carburante aumenta, siamo costretti ad alzare le tariffe, ma allora i clienti si ribellano, non ce la fanno. O non si muovono e non possono entrare in città, o se ne stanno a casa. Chiediamo al presidente, William Ruto, e al governo di intervenire, riducendo il prezzo del carburante e alleggerendo la pressione fiscale”.

Secondo una ricerca del sito Eastlighvoice.co.ke i costi alla pompa dei prodotti energetici nella regione dell’Africa orientale (Ruanda, Tanzania, Uganda, Burundi, Etiopia) presentano notevoli differenze: il Ruanda registra il prezzo più alto, pari a 259,09 scellini al litro (pari a 1,73 euro), mentre l’Etiopia ha il prezzo più basso (a 137,54 scellini, pari a 0,92). Il Kenya si posiziona al secondo posto con un prezzo della benzina di 214,25 scellini al litro (pari a 1,43 euro) risultando tra i più cari della regione. In febbraio era sui 178 scellini (1,18 euro).

Quanto al gasolio, il Kenya è il più salato tra i Paesi elencati, pari a 242,92 scellini al litro (euro 1,62, in febbraio era di circa 165), seguito dalla Tanzania con 211,40 scellini (euro 1,41) e dal Ruanda con 194,70 scellini (euro 1,30). Uganda e Burundi continuano a mantenere prezzi del gasolio relativamente più bassi, rispettivamente a 174,37 e 175,20 scellini (euro 1,16 e 1,17).

“Il rincaro vertiginoso del costo delle risorse energetiche ha colpito l’economia reale e la vita quotidiana delle persone in uno Stato che – ha scritto la Reuters – importa quasi tutti i suoi prodotti petroliferi dal Medio Oriente tramite accordi intergovernativi con fornitori del Golfo. L’aumento dei prezzi del carburante negli ultimi due mesi ha fatto lievitare le tariffe dei trasporti e alzato il costo dei beni di prima necessità, aggravando la pressione sulle famiglie che già faticano ad arrivare a fine mese”.

Arresti massicci

Ecco perchè la rivolta di lunedì e martedì. In una dichiarazione rilasciata eri, la Direzione delle Indagini Criminali (DCI) ha affermato che “sono stati arrestati complessivamente 710 sospetti per il loro presunto coinvolgimento in attività criminali verificatesi durante le proteste. La regione della Rift Valley è in testa con 259 incarcerazioni, seguita da Nairobi con 189”.

Sul caso dei manifestanti finiti in prigione, è scoppiata una polemica perché nella notte fra lunedì e martedi, è stato arrestato nientemeno che il comandante della stazione centrale di polizia di Nairobi, Dishen Angoya. È accusato di aver rilasciato 64 persone detenute per reati legati ai disordini pubblici. Dopo la levata degli scudi della società civile e della Lega degli avvocati, è stato rilasciato.

Folla inferocita

Non sono mancati deprecabili episodi di violenza. Lunedì presso l’ospedale della contea di Naivasha, una folla inferocita avrebbe fatto irruzione nella struttura e interrotto i servizi ospedalieri e persino portato via il corpo di un paziente deceduto in ospedale. Ad affrontare la rabbia popolare e le polemiche politiche che ne sono derivate, sono rimasti il ministro degli Interni, Kipchumba Murkomen, 47 anni, e dell’Energia, Opiyo Wandayi, 53 anni.

Questo perché alla vigilia della rivolta popolare, sabato 16 maggio, scrive il Daily Nation, “il presidente della Repubblica William Ruto ha speso ‘una fortuna su un jet privato di lusso’, noleggiato per andare prima a Baku, capitale dell’Azerbaijan e poi in Kazakistan. Se n’è andato senza dire una parola mentre tutto lasciava presagire che uno sciopero nazionale indetto dai trasportatori avrebbe paralizzato il Paese”.

Kenya: sciopero sospeso per una settimana

Lunedì e martedì, comunque, ì funzionari governativi e rappresentanti del settore trasporti si sono incontrati per tentare di risolvere la drammatica situazione di stallo causato dall’alto costo del carburante. Tra le richieste degli autotrasportatori una riduzione di 46 scellini dei prezzi alle pompe, lo scioglimento dell’autorità di regolamentazione dell’energia e del petrolio (EPRA) per avere imposti i prezzi vessatori e insostenibili senza consultazione e restrizione sulle adulterazione del gasolio, un fenomeno molto frequente in Kenya.

Nonostante le differenze fra le parti, è stato deciso di sospendere lo sciopero per una settimana. (il governo aveva offerto una riduzione del prezzo del gasolio, il carburante più usato, di circa 10 scellini al litro). Secondo il ministro dell’Energia, la riduzione di 10 scellini al litro costerebbe al governo 2,7 miliardi di scellini kenioti (20,79 milioni di dollari, 18 milioni di euro) in mancate entrate.

Ora l’appuntamento è per il 26 maggio. Si riuscirà a raggiungere un accordo ed evitare che il Kenya ripiombi nel caos?

Dialoghi in corso

Le premesse non sono rosee: da Londra il capo dell’opposizione, l’ex vicepresidente Rigathi Gachagua, 61 anni, ha chiesto ai kenioti “di non arrendersi e di continuare a protestare affinché i prezzi scendano finché il governo non ascolterà le loro richieste. La sospensione dello sciopero per una settimana è solo un diversivo”.

E il presidente della Matatu Owners Association, Albert Karakacha, lo ha fatto capire in quello che in Italia sarebbe un perfetto sindacalese: “Abbiamo perso 500 milioni di scellini (circa 3 milioni e 300 mila euro) con questo sciopero. Ora creiamo una commissione per trovare una soluzione. Diamo fiducia  al governo, ma a tempo limitato. Se non si trova la quadra, si riparte”.

Per modo di dire: ci si ferma di nuovo!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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