EDITORIALE
Eric Salerno
2 febbraio 2026
Sorvolando in elicottero Teheran nel giugno 1980 per seguire i funerali dell’ayattolah Khomeini, rimasi impresso dalla marea di figure in nero che avevano inondato la capitale dell’Iran per l’ultimo omaggio al leader della rivoluzione islamica.
Undici anni prima una buona parte della popolazione iraniana, compresa una parte dei laici, lo aveva salutato come salvatore della patria: dello Scià Rez Phalevi, che era stato messo a capo dello Stato da una golpe contro il governo laico e democratico orchestrato dal Usa, erano a dir poco stanchi. L’euforia però era durate poco.

La religione sciita aveva sostituito rapidamente la democrazia laica a cui aspiravano giovani e non giovani. Il regime degli ayattolah è indifendibile ma l’assalto israelo-americano al Paese più antico della regione è altrettanto indifendibile.
Ideologia religiosa plasma le politiche
Il petrolio viene indicato dai nemici degli ayattolah come obiettivo principale ma, per molti studiosi la guerra è “profondamente radicata nelle ideologie religiose che plasmano le politiche, le strategie militari e le decisioni diplomatiche di entrambe le nazioni”.
Le religioni – non l’atto personale di credere in un dio – sono da sempre materia di profondo dibattito. Di scontro tra gli stessi credenti. E’ di Carlo Marx : “La religione è l’oppio dei popoli”. Oggi, ancora più di quando coniò la famosa frase, è fondamentale capire come oltre a ciò che può sembrare uno scontro tradizionale per terre e risorse, una parte de mondo è immerso in un misto di guerre di religione devastante non meno di quanto il cristianesimo aveva devastato l’Europa a partire dal sedicesimo secolo.
E’ indicativa, a questo proposito, e spaventa, l’intervista concessa pochi giorni fa dall’ambasciatore americano Mike Huckabee al noto fondamentalista “cristiano sionista”, Tucker Carlson.

Tucker Carlson fa parte di quel mondo evangelico e protestante che sostiene Israele e il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa come adempimento della profezia biblica. Parlando delle possibilità di espansione dei suoi confini israeliani a cui punta il governo Netanyahu e i suoi sostenitori, il diplomatico ha citato il passo dell’Antico Testamento che promette ai discendenti di Abramo la terra “dal Nilo all’Eufrate”, (area che oggi comprende oltre a Israele, Giordania, Siria, Libano e parti di Arabia Saudita e Iraq).
Huckabee ha sostenuto che Israele è “una terra che Dio ha dato, attraverso Abramo, a un popolo che ha scelto. Era un popolo, un luogo e uno scopo”, lasciando intendere che un’eventuale espansione non sarebbe in sé un problema, ma un “diritto biblico”.
Affermazioni colona israeliana
In uno dei miei primi viaggi in Israele negli anni Settanta andai a trovare una colona ebraica religiosa, a ridosso di Nablus, nella Cisgiordania occupata. “Non andremo mai via di qui” – disse con foga – abbiamo già lasciato molte parti della nostra patria”. Quali?, chiesi. “Baghdad, la Siria e il Libano” rispose con convinzione.
Torniamo all’Iran. La storia religiosa e culturale dell’Iran è segnata da quattro periodi: la dottrina di Zaratustra, la religione medievale mazdea, il primo Islam persiano, e quello più recente in cui la Persia si isola dai mussulmani “ortodossi” con la nascita del mondo sciita come reazione all’imposizione dell’Islam dalle tribù arabe seguaci di Maometto.
Odio tra arabi
Da allora l’odio tra gli arabi sunniti e il mondo persiano e arabo legati a Teheran ha provocato molte degli scontri regionali. Non diversamente, spiegano molti storici, dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti che devastarono l’Europa tra il XVI e il XVII secolo scaturite dalla Riforma protestante del 1517 che ruppe l’unità cristiana.
In Medio Oriente, le ideologie religiose continuano a influenzare le decisioni militari e gli sforzi diplomatici, o servono ai politici che con ambiguità e ipocrisia rappresentano gli interessi economici che determineranno il futuro del mondo.
L’ambiguità dei leader regionali arabi sembra in qualche modo far parte della cultura mediorientale. Proprio in queste settimane Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, il vice re dell’Arabia Saudita, mentre pubblicamente esortava il presidente americano a non attaccare l’Iran, in privato, al telefono, gli chiedeva di andare avanti il più rapidamente possibile con il devastante assalto al vicino di casa.
E probabilmente si comportavano nello stesso modo tutti gli altri che, va sempre ricordato, a parole sostenevano la causa palestinese ma nella pratica favorirono l’espansionismo israeliano anche per far piacere agli Stati Uniti, loro grande benefattore.
Eric Salerno
eric2sal@yahoo.com
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