Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
12 marzo 2026
Nella guerra all’Iran, l’agenda di Trump sembra non coincidere con quella di Netanyahu. Mentre gli obiettivi di Israele sono chiari, il presidente americano, coinvolto in una guerra preventiva, non ha una exit strategy.
A distanza di poche ore l’uno dall’altro, il premier israeliano ha dichiarato che sono state spezzate le ossa all’Iran “ma non abbiamo ancora finito”. Come nell’ennesima puntata di un feuilleton, il taycoon ha invece annunciato che la guerra finirà presto.
Gli obiettivi israeliani
Attaccando l’Iran, Israele intende finire il lavoro iniziato con la guerra dei 12 giorni nel 2025. Punta ad un cambio di regime a Teheran per ridisegnare l’equilibrio regionale e stabilire la sua superiorità militare dopo essersi sbarazzato dei suoi nemici.

Vuole eliminare definitivamente la minaccia nucleare iraniana, che evidentemente gli attacchi a giugno 2025 non hanno scongiurato diversamente da quanto affermato trionfalmente dal presidente Trump. E schiacciare definitivamente la “testa del serpente” dell’“asse della resistenza”costituito da Hezbollah, dagli Houti nello Yemen, da alcuni gruppi filo iraniani in Iraq e da Hamas – nato come costola dei Fratelli musulmani, sunniti, e finanziato dall’Iran sciita – artefice del 7 ottobre. Un asse che, seppure indebolito dalle guerre a Gaza e in Libano, dà ancora del filo da torcere a Tel Aviv.
Un altro segmento dell’asse, l’alleanza di Teheran con la Siria, si è spezzato con la caduta di Bachar el-Assad a dicembre 2024. Se non sarà possibile far cadere il regime iraniano, Israele e gli Stati Uniti potrebbero cercare di indebolire la Repubblica Islamica destabilizzandola dall’interno, fomentando insurrezioni e sostenendo i gruppi di opposizione per creare delle zone a macchia di leopardo nel Paese, ipotizzano gli analisti. Una guerra lunga consentirebbe inoltre a Netanyahu di prolungare la sua permanenza al potere e magari rinviare le elezioni previste a ottobre 2026: i sondaggi danno in testa l’opposizione.
Guerra insidiosa per Trump
Gli Stati Uniti sono entrati in guerra perchè tirati dentro da Israele che ha attaccato l’Iran. Lo ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio: “Israele stava pianificando di colpire l’Iran, il che avrebbe spinto Teheran a assalire le risorse statunitensi nella regione. Quindi abbiamo agito preventivamente”. Hanno attaccato nonostante la CIA, il dipartimento di Stato e il Pentagono avessero sconsigliato la Casa Bianca da mettere in atto un’operazione militare per rovesciare il regime iraniano.
La Repubblica Islamica non è una minaccia esistenziale per gli USA, mentre invece viene percepita così da Israele. Il presidente Trump deve tenere conto delle conseguenze che questa nuova guerra può comportare per la sua amministrazione in vista delle elezioni di midterm, che si profilano difficili per i repubblicani.
In particolare a sua base MAGA, cui aveva promesso in campagna elettorale di non iniziare nuove guerre, era già divisa sul peso accordato agli interessi israeliani a scapito di quelli americani. Superata l’invasione del Venezuela, subito dopo l’attacco all’Iran ha chiesto risultati immediati che tardano ad arrivare. Secondo le stime, la guerra costa agli USA quasi un miliardo di dollari al giorno, “sufficiente per coprire un anno intero di assistenza sanitaria per quasi 110.000 iscritti a Medicaid” ribattono i democratici, mentre il debito pubblico ammonta a 39.000 miliardi di dollari.
Le numerose dichiarazioni di Trump dall’inizio dell’offensiva iniziata il 28 febbraio, non delineano l’esito globale del conflitto. “Il presidente e i suoi principali collaboratori sono stati incoerenti nei loro messaggi riguardo ai loro obiettivi per la guerra, oscillando tra richieste di cambio di regime e ambizioni molto minori, come una Repubblica Islamica che rimane al potere sotto una guida più condiscendente verso gli Stati Uniti”, sottolineava Michael Wilner sul Los Angeles Times l’8 marzo.
Eliminata la guida suprema Khamenei, Trump ha spronato gli iraniani a ribellarsi contro il regime, i cui apparati hanno dato un giro di vite alla sorveglianza proprio per impedire una nuova ondata di proteste. Ha quindi ripiegato: pur dicendo che non avrebbe accettato come successore di Khamenei il figlio Mojtaba, definendolo “un peso piuma”, ha acconsentito ad un capo, anche religioso, e ad un regime non ostili agli Usa, a Israele e che “tratti bene” i Paesi del Medio Oriente. Ma Mojtaba è stato eletto ed è già nel mirino di Israele.
Sul piano militare, l’offensiva finora ha impegnato solo le forze aeree di Israele e USA. Scartata in un primo momento da Trump un’operazione di terra – “una perdita di tempo” visto che gli iraniani militarmente “hanno perso tutto quello che potevano perdere” – siccome è impensabile comunque ottenere un regime change con le bombe, il presidente ha valutato un’operazione di terra rivolgendosi, ancora una volta, ai curdi.
Precisamente a coloro delle fazioni in esilio a Erbil della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano, l’alleanza di cinque partiti formata a febbraio per rovesciare la Repubblica Islamica. Il regime iraniano reprime da tempo i curdi, che attualmente sono ammassati a migliaia lungo la frontiera iraniana. La risposta dell’Iran è stata che se i curdi entreranno nel Paese, l’Iran bombarderà il Kurdistan iracheno. Ma anche su questa opzione Trump ha fatto dietrofront e ha chiesto all’Iran la resa incondizionata, chiarendo ad Axios, che la resa “potrebbe voler dire la distruzione completa delle capacità militari del regime, non necessariamente una resa formale”. Ossia che la guerra per ora va avanti?
Le pressioni dei Paesi del Golfo per chiudere il conflitto, riguardano il fattore energetico e non solo. Pur partecipando al Board of Peace di Trump, le monarchie del Golfo non sono state avvisate dell’offensiva contro l’Iran, che sta colpendo anche le loro strutture civili.
Ma non per questo sono a fianco di Israele e USA. Stanno invece valutando una possibile revisione dei loro investimenti all’estero, per centinaia di miliardi di dollari negli Usa, “per alleviare parte della tensione economica derivante dalla guerra”.
A complicare il quadro per Trump, c’è l’Indonesia che sta ripensando la sua partecipazione al Board of Peace. Inoltre è emerso il coinvolgimento della Russia che fornirebbe informazioni all’Iran per colpire obiettivi Usa in Medio Oriente, come del resto fanno gli americani con l’Ucraina. Ma su Putin, Trump ha minimizzato. Insomma, la guerra finirà a giorni, come dice Trump, o potrebbe durare a lungo come ipotizza il segretario del dipartimento della Guerra, Pete Hegseth?
La strategia “all in” dell’Iran
Con i suoi oltre 93 milioni di abitanti, un potere strutturato e radicato in quasi 50 anni di governo, l’Iran sa che non vincerà militarmente questo conflitto e punta a provocare danni e costi altissimi e ad allargare il conflitto. Oltre a Israele, ha colpito le basi statunitensi nei Paesi vicini e del Golfo per spingerli a fare pressione sugli Stati Uniti affinché chiuda il conflitto. Ora sta mirando anche alle loro strutture civili.
Il blocco dello stretto di Hormuz, poi limitato alle navi israeliane e statunitensi, e la contrazione della produzione, stanno facendo schizzare il prezzo del barile allarmando anche l’Europa. L’Iran sembra tuttavia preparato ad ostilità di lunga durata, di logoramento, con effetti a lungo raggio.
Il quotidiano libanese L’Orient-LeJour, citando il Financial Times, sostiene che i proiettili lanciati dall’Iran sarebbero soprattutto dei vecchi missili a combustione liquida, inviati a salve più regolari ma più limitate che nel giugno scorso, per assottigliare gli stock di intercettori americani e israeliani e in seguito rendere più efficaci gli attacchi con missili più complessi e precisi.
L’intelligence israeliana stima che l’Iran disponga ad oggi di 2.500 missili balistici, ma non si sa quale sia l’entità residua del suo arsenale. Stando al capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, nei primi cinque giorni di questa seconda offensiva, sarebbero stati distrutti il 60 per cento delle basi di lancio missilistiche e l’80 per cento dei sistemi antiaerei iraniani.
Mentre si conoscono i danni sulle strutture militari e civili in Iran, non c’è un bilancio preciso dei danni provocati dalla controffensiva in Israele. Arab News fa sapere che dopo l’uccisione di Ali Khamenei, il ministro degli Esteri, Araghchi, ha annunciato di aver attivato il sistema di “difesa decentralizzata a mosaico”, una strategia sviluppata dai Guardiani della Rivoluzione, che consiste nella distribuzione delle strutture militari e di comando, delle unità operative, su varie direttrici geografiche in modo da garantire la continuità delle funzioni militari anche in caso di attacchi intensi. L’Iran ha giocato anche la carta di Hezbollah, aprendo un nuovo fronte in Libano, della quale avvalersi per uscire dal conflitto e si parla anche di una chiamata alle armi degli Houti.

Ora che sta colpendo anche le strutture civili, i Paesi del Golfo sono disorientati. Specie dopo che, a una settimana dall’inizio dei bombardamenti, il presidente iraniano Pezeshkian si è scusato assicurando che i Paesi vicini non saranno più presi di mira a meno che un attacco non parta da lì. Ma poche ore dopo l’Iran ha lanciato missili su Emirati, Kuwait, Qatar e Arabia saudita.
Al-Jazeera riferisce che “il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran ha espresso il suo disappunto per le dichiarazioni del presidente sabato, avvertendo i Paesi vicini che Teheran avrebbe continuato gli attacchi se Stati Uniti e Israele avessero usato il loro territorio per attaccare l’Iran”. Messaggi contraddittori che riflettono le divergenze interne alla leadership iraniana tra i più conservatori e le fazioni più pragmatiche, ora emerse chiaramente in un contesto di guerra.
Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
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