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Da La Voce di New York
Eric Salerno
17 febbraio 2024
Due pesi e due misure. La parola più giusta è ipocrisia. Le parole della famosa canzone della nostra Mina sembrano le più adatte a definire lo “sforzo” internazionale per mettere fine alla carneficina di Gaza. C’è chi sostiene che ambiguità e cautela siano indispensabili nelle fasi iniziali di una trattativa diplomatica per arrivare a un compromesso onesto.
Purtroppo osservando la cosiddetta “crisi mediorientale”, lo scontro crescente (a parole) con Israele sul futuro del popolo palestinese, è impossibile definire il comportamento del mondo uno strumento diplomatico di lotta per arrivare a una soluzione equa e in linea con i valori del nostro mondo di oggi.
Per quanto la guerra cha va avanti da quattro anni in Europa, tra Russia e Ucraina, le ambiguità della comunità internazionale hanno un volto diverso, forse più comprensibile visto che c’è chi è, fin dall’inizio convinto che la Russia in qualche modo ha ragione ed è l’indipendentismo Ucraino a essere colpevole della tragedia.

La Storia europea può essere interpretata in molti modi, i diritti alla scelta di un popolo anche. Per la questione palestinese le cose stanno diversamente. Senza tornare indietro alla Risoluzione 181 del 1947 che sancisce la spartizione della Palestina, ricordiamo quella del 1967 che la comunità internazionale, con una Risoluzione delle Nazioni Unite, “impose” la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati da Israele nella guerra del giugno 1967 e il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.
Fu sul prato della Casa Bianca che il presidente Clinton sorrise nel settembre 1993 vedere Arafat, Peres e Rabin stringere le mani a conclusione di un lungo dialogo a distanza.

La storia degli ultimi trenta anni è il fallimento degli accordi sottoscritti dal leader palestinese (che aveva riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele) e dai leader israeliani dell’epoca: colpa di Israele? Colpa della leadership palestinese? Credo che sarebbe meglio ammettere che è colpa, in gran parte, delle ambiguità di molti Paesi del mondo, in primo piano l’Europa e la complessa galassia dei Paesi arabi.
Contro quello che sta accadendo da due anni, su Gaza si sono sollevate proteste e condanne dagli stessi governi che non avevano voluto imporre con azioni pratiche la famosa Risoluzione dell’ONU di oltre mezzo secolo fa. E che non prendono nemmeno in considerazione un’iniziativa come il boicottaggio del Sudafrica bianco che portò dopo non molti anni alla fine dell’apartheid.
Al contrario: vediamo aumentare il commercio di sistemi militari tra Israele e il mondo. Uno degli ultimi accordi molto apprezzato è stato pubblicizzato dal produttore di armi di proprietà del governo israeliano. Recentemente la Rafael Advanced Defense Systems ha dichiarato che venderà i sistemi di protezione attiva Trophy (Meil Ruach, o Windbreaker in ebraico) per carri armati – del valore di 330 milioni di euro, o circa 385 milioni di dollari – a quattro Paesi della NATO: Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Croazia e Lituania.
Negli ultimi tre anni, Trophy è stato il principale sistema di protezione per i carri armati israeliani che operano a Gaza e in Libano. Armi testate in guerra valgono sempre di più anche se l’arsenale dell’avversario, in questi casi, è sicuramente meno ricco di strumenti di devastazione e morte.
Sono numerose le organizzazioni internazionali che raccontano come Israele dipende principalmente da tre Paesi per le sue importazioni di armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Il nostro rappresenta appena l’1% delle importazioni di armi da Tel Aviv, ma rimane il terzo fornitore di armi di Israele.
Tutto ciò è in contrasto con la legge italiana n. 185 del 9 luglio 1990, che vieta il trasferimento di armi a entità coinvolte in un conflitto armato. Il governo italiano di tanto in tanto critica il comportamento di quello israeliano e parla a sostegno dei diritti del popolo palestinese, ma nell’ultimo trimestre del 2023 sono state spedite in Israele armi fabbricate in Italia per un valore di 2,1 milioni di euro. E nel 2024 l’Italia ha fornito ad Israele armi per un valore di 5,2 milioni di euro.

