A Calais tra gli immigrati che per imbarcarsi verso l’Inghilterra sono pronti a rischiare la vita

DAL NOSTRO INVIATO
Cornelia I. Toelgyes
Calais, novembre 2013
Calais ci ha lasciato le vesciche sui piedi e nell ’anima. Le prime guariranno fra qualche giorno. Le seconde resteranno lì. Indelebili. Roberta, un’amica parigina ed io ci troviamo in questa città, nel profondo nord della Francia, sulla Manica. Si dice che sia il confine più controllato d’Europa. Pericoloso e difficile da varcare se sei un migrante. Siamo qui per capire come e perché Robiel Habtom, un giovane eritreo cugino di Roberta, sia morto. Vi ho già parlato di lui ed ora vi racconto la fine, o forse l’inizio di questa tragedia; tragedia sua e di tanti altri Robiel.

Scendiamo dal treno che da Parigi ci ha portato a Calais; ad attenderci il sorriso cordiale di una giovane signora che ci ospita a cena a casa sua. Ci racconta della città, di come sia ancora sotto choc la comunità eritrea, i migranti tutti, per la tragica fine di Robiel. Anche i giornali locali ne hanno parlato.

La mattina dopo Roberta Mazzeo ed io incontriamo alcuni dirigenti della“Police aux Frontières” che hanno fatto rilevamenti ed indagini. Ci portano sul luogo dell’annegamento una zona protetta; di lì, Robiel voleva raggiungere il porto, pochi metri. Sessanta, forse ottanta. Vento forte, onde altissime e alta marea non gli hanno permesso di guadagnare la meta. Questo è avvenuto il 9 ottobre 2013. Il corpo viene ritrovato la mattina del 6 novembre 2013. C’è scritto sul certificato di morte.

Non ci permettono di vedere la salma. Un gesto umano da parte della polizia. Robiel è stato identificato grazie ai suoi tatuaggi, da un altro giovane eritreo. Non c’è alcun dubbio: è lui. Ora il suo corpo giace nella cella frigorifera della camera mortuaria di Calais, nell’attesa che venga portato in Italia, a Quingentole dove Roberta Mazzeo risiede con la famiglia e dove Robiel ha passato gli ultimi mesi prima di partire per la Francia.WP_20131118_006

Pensate, prima di tuffarsi aveva scritto via sms due parole alla cugina: “Sto bene”. Nessun accenno che di lì a poco si sarebbe tuffato. Anzi, Roberta non sapeva nemmeno che volesse andare in Inghilterra.

A Calais abbiamo incontrato tanti Robiel. Tutti con un sorriso, con una luce di speranza negli occhi e ciechi della miseria del presente. I giovani maschi dormono dove capita; i più in tende, in riva alla Manica in compagnia di freddo, umido e sporcizia. La polizia distrugge molto spesso queste piccole tendopoli, ma loro, ogni volta, la ricostruiscono altrove, nell’attesa di poter varcare in un modo o nell’altro il confine per passare nel Regno Unito. Lì sono certi di poter lavorare o, il più delle volte, c’è un lontano parente pronto ad accoglierli, a sostenerli nella fase iniziale della nuova esistenza.

Abbiamo visitato una di queste tendopoli. Un giovane “Robiel” ci ha ricevuti con queste parole: “Benvenuti nel nostro villaggio.”

Le donne, a volte con bambini piccoli, dormono in una casa occupata da giovani difensori dei diritti umani di varie nazionalità. Raccolgono cibo in fase di scadenza nei supermercati, nei mercati rionali, fanno arrivare coperte e tende per loro. Fanno in modo che sia le donne della casa che i giovani della tendopoli abbiano un pasto al giorno. Ci sono anche altre associazioni che cercano di dare un mano. Spesso sono persone anziane dal cuore giovane.

Abbiamo incontrato anche un giovane reduce del naufragio di Lampedusa: “Ce ne sono parecchi qui a Calais – spiega. E alla domanda se non gli è bastata la lotta tra la vita e la morte nel Mediterraneo risponde – La libertà è dall’altra parte. Senza libertà non c’è vita”.

Un altro eritreo, residente in Svezia confessa: “Vengo qui ogni due tre mesi. Non ho più notizie di mio fratello da due anni. Devo sapere se è ancora vivo o se è morto. Lo devo trovare. E’ mio fratello.”WP_20131118_003

Raccontano che qualche mese fa alcuni giovani eritrei si siano introdotti in un camion che li avrebbe portati in Inghilterra: non sapevano che si trattava di un veicolo freezer. La mattina dopo li hanno trovati morti. Congelati. Senza nome.

Calais è una città molto pulita, in ogni angolo c’è un operatore ecologico pronto a raccogliere le foglie morte dell’autunno inoltrato.

Ora bisogna organizzare il funerale del nostro Robiel, far arrivare la sua mamma in Italia. I parenti hanno il diritto di piangere il loro “Robiel”, anche se il prezzo di queste lacrime è altissimo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cooelgyes

(1 – segue)

Nella foto in alto un rifugiato eritreo getta in mare alcuni fiori bianchi per ricordare l’amico Robiel scomparso. Nella foto in basso profughi a Calais

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi