Darfur, localizzati i cooperanti rapiti: “È stato chiesto un maxi riscatto”

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 13 marzo 2009

Stanno bene e sono stati localizzati dalle autorità sudanesi i tre cooperanti di Medici Senza Frontiere Belgio rapiti mercoledì sera a Seraf Umra, in nord Darfur, da un commando di uomini armati fino ai denti. Il medico italiano Mauro D’Ascanio, l’infermiera canadese Laura Archer e il coordinatore sanitario francese Raphael Meonier hanno potuto parlare con i loro colleghi e rassicurarli sulle loro condizioni di salute. Intanto insistenti voci a Khartoum parlano di un milione di dollari di riscatto chiesti per ottenere il loro rilascio.

Il governo ha fatto sapere che riuscirà a chiudere la vicenda il un paio di giorni segno che le autorità avrebbero qualche influenza sui rapitori. La zona del sequestro è controllata dai governativi e si teme che la banda possa far parte dei miliziani janjaweed, i famosi diavoli a cavallo. Il gruppo avrebbe agito su ordine preciso delle autorità centrali. Resta il fatto, accertato, che si tratta di arabi bianchi e non di africani neri.

dascanio liberato

In un comunicato inviato ai corrispondenti occidentali a Nairobi, Hassabo Abdel-Rahman dell’ufficio degli affari umanitari del governo sudanese, ha annunciato appunto che i tre rapiti hanno potuto telefonare ai loro colleghi di MSF e assicurarli che non è stato torto loro un capello. “Abbiamo interrogato le due guardie sequestrate con loro qualche attimo e poi rilasciate ma non ci hanno fornito elementi per individuare i rapitori. Non sappiamo ancora chi siano. E’ un atto isolato e immorale”, ha concluso Abdel-Rahman.

Ahmed Hussein Aden, portavoce del JEM (Justice and Equality Movement), principale movimento ribelle, che si trova nella sua base in Darfur, contattato al telefono satellitare, usa parole durissime: “Da informazioni precise, sappiamo che il commando dei rapitori era composto da 9 miliziani arrivati con una camionetta. Fanno parte di un gruppo janjaweed chiamato Border Guard. I tre occidentali sono stati portati a Gellyh un campo paramilitare a nord est di Kebkabiya, quartier generale di Mussa Hilal, uno dei più sanguinari capi delle milizie filogovernative”.

E’ la prima volta che si registra un rapimento in Darfur. Si teme soprattutto per la vita del volontario francese. Nei giorni scorsi il presidente Nicolas Sarkozy è stato assai duro con il capo dello stato Omar Al Bashir, contro il quale il 4 marzo è stato autorizzato dalla Corte Penale Internazionale un mandato d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Gli ambienti diplomatici delle Nazioni Unite a Khartoum sono assai preoccupati della piega che potrebbero prendere gli avvenimenti. Qualche giorno fa il presidente Bashir aveva minacciato di espellere dal Paese tutti i diplomatici occidentali e tutte le Ong se non avessero rispettato le leggi locali, una delle quali, recente, proibisce di collaborare con gli investigatori della Corte Penale Internazionale.

Le trattative con i rapitori sulla base della richiesta di un riscatto sono state confermate dall’Unamid, la missione mista Unione Africana/Nazioni Unite in Darfur. Josephine Guerriero, portavoce dell’organizzazione a Khartoum, contattata al telefono dal Corriere, ha raccontato: “Alcune richieste sono state già avanzate”.

Non si esclude che le rivendicazioni possano anche essere politiche: una pressione sul Consiglio di Sicurezza che nei prossimi giorni dovrà decidere se rimandare di un anno l’esecuzione del mandato di cattura nei confronti del presidente Al Bashir.

Hassan Al Turabi, l’islamista e oppositore storico di Bashir uscito di galera l’8 marzo, per aver dichiarato in gennaio che il presidente sudanese avrebbe dovuto consegnarsi alla Corte Internazionale per evitare al Paese sanzioni internazionali, non ha dubbi. Turabi (certamente uomo di gran coraggio) al telefono con il Corriere sentenzia: “I rapitori? Probabilmente servi del governo. La nazionalità dei sequestrati non deve avere importanza. Erano qui per aiutare la popolazione. Questa è una minaccia contro le organizzazioni umanitarie per impedirgli di continuare a lavorare”.

Subito dopo il rapimento Msf ha annunciato la chiusura di tutte le attività nella provincia occidentale sudanese. Qualche giorno fa erano stati espulse le sezioni olandese e francese dell’agenzia, assieme ad altre 11 organizzazioni non governativa. La catastrofe umanitaria rischia di diventare sempre più smisurata

Massimo A. Alberizzi
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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi