Fuga dall’Eritrea: “La dittatura ti toglie anche l’aria”

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
1° gennaio 2014
Ciò che una volta era l’Eden dell’Africa, oggi è l’anticamera dell’inferno. Ho chiesto ad una mia amica italo-eritrea perché tanti giovani e meno giovani abbandonano l’ex colonia italiana, i loro affetti più cari. Lei mi ha risposto in tono severo e triste :”Si lascia l’Eritrea perché ti manca l’aria”. Con questa frase ha riassunto tutto il dolore e la sofferenza.

Dunque non meravigliamoci se anche la squadra nazionale di calcio dell’Eritrea in trasferta chiede asilo politico nel paese ospitante, come è successo poche settimane fa in Kenya, l’anno scorso in Uganda e anche nel 2009 sempre in Kenya, se piloti militari disertano, sorvolando senza autorizzazione cieli di altre nazioni e dunque “costretti” all’atterraggio.

Queste persone non erano povere, tutt’altro. Facevano parte dell’elite, eppure anche loro hanno lasciato il proprio paese. Si fugge non solo per paura, per un credo diverso da quello ammesso dallo Stato, si abbandona tutto perché sei stanco di vedere i tuoi concittadini piegarsi alla sofferenza senza poter reagire, stanco di non poter prendere decisioni importanti per te stesso, per la tua famiglia in modo autonomo, senza infrangere le leggi vigenti.Mani e filo spinato

Infatti l’educazione dei giovani è programmata: gli ultimi anni della sua formazione sono previsti in una scuola militare, poi l’arruolamento obbligatorio. Non ti puoi opporre alle decisioni del dittatore. Se si mette in discussione una legge o si manifesta una propria opinione, iniziano le persecuzioni e spesso si aprono automaticamente le porte delle prigioni. Ha ragione la mia amica: “Manca l’aria”.

Si scappa con un sacchetto di plastica pieno di ricordi e sogni. E bisogna tenerli stretti questi sogni: gli unici a farti compagnia quando, errando per mezzo continente per raggiungere il Mar Mediterraneo, ti acciuffano e ti arrestano per immigrazione clandestina o altro, in qualche paese africano, come Sudan, Egitto o Libia, oppure quelle di Gibuti e altre, se la meta di fuga è il Medio Oriente.

Qualcuno arriva finalmente in Italia, dopo un viaggio durato a volte anche anni; mesi di permanenza in un centro di “accoglienza”, poi finalmente arriva il tanto sognato documento che ti rende un uomo libero.

E’ successo a Cagliari: a 17 giovani di varia provenienza è stato consegnato il permesso di soggiorno umanitario, o lo status di profugo. Persone libere con un documento in mano che lo certifica. Liberi senza un tetto sopra la testa, senza lavoro, senza soldi ed un regalo d’addio: un biglietto per Roma e 50 euro.

Ritornano le sofferenze del passato, quelle che erano state messe nel fondo del sacchetto di plastica. Una sorella uccisa nel lager Sinai, anni passati in prigione, i vecchi genitori lasciati in patria che speravi di poter sostenere. Queste diciassette persone sono ora libere. Lo stato ha rispettato la legge, ma ha rispettato l’uomo?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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