PAM: allerta carestia in Sudan
Cornelia I. Toelgyes
21 maggio 2026
Abu Lulu, il sanguinario carnefice di el Fasher, capoluogo del Nord-Darfur (Sudan), è stato liberato ed è tornato a combattere. Durante la battaglia tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e i paramilitari delle Rapid Support Forces (RFS) per prendere il controllo della città, Abu Lulu si era vantato di aver ammazzato centinaia di civili. Aveva ripreso le sue esecuzioni con il cellulare, video poi pubblicati sui social network. I filmati di estrema crudeltà avevano indignato il mondo intero e l’ONU ha messo l’ufficiale delle RSF sotto sanzione. Ora, secondo fonti citate da Reuters, il serial killer è stato scarcerato e starebbe combattendo con le RFS nello Stato sudanese del Kordofan.
I reporter di Reuters hanno raccolto testimonianze da nove fonti, tra queste anche un agente dell’Intelligence di Khartoum e un comandante delle RFS. Hanno confermato di aver riconosciuto al-Fateh Abdullah Idris, meglio noto come Abu Lulu, sui campi di battaglia nel Kordofan lo scorso marzo.
Pare che Abdel-Rahim Dagalo, fratello di Hemetti e vicecomandante delle RFS, abbia personalmente ordinato la liberazione del killer di el Fasher, mandandolo nel Kordofan con l’ordine di non pubblicare assolutamente nulla sui social network.
Ma un portavoce di TASI, governo parallelo sudanese, formato da diverse fazioni ribelli e presieduto da Hemetti, lunedì scorso ha negato fermamente la liberazione di Abu Lulu e di altri ufficiali che si sono macchiati di violenze contro i civili.
E’ evidente che soldati come Abu Lulu sono indispensabili al momento attuale per dare nuovo vigore alle truppe dei ribelli, visto che sempre più paramilitari stanno lasciando le RFS per passare a SAF.
La defezione più eclatante è avvenuta ad aprile, quando il maggiore generale Al-Nour Ahmed Adam, noto come “Al-Nour Al-Qubba” — il terzo comandante sul campo delle RSF — se ne è andato. E’ stato ricevuto ufficialmente dal generale Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo di Stato del Sudan.
Il fatto che l’alto ufficiale delle RFS abbia abbandonato il suo incarico per passare nelle fila del nemico, segna una delle fratture più significative finora registrate all’interno della milizia sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti (UAE); un aiuto per altro sempre negato da Abu Dhabi -.
La fedeltà dei miliziani delle RFS nei confronti di Hemetti starebbe calando, ma bisogna vedere cosa succederà se le defezioni dovessero continuare, visto che già in passato diversi alti ufficiali sono passati a SAF.
Durante una conferenza stampa, Al-Qubba ha parlato di un ritiro coordinato delle sue truppe dal Darfur settentrionale. Ha inoltre sottolineato che l’operazione è stata resa possibile grazie a alcuni gruppi armati, in particolare dal Movimento di Liberazione del Sudan (SLM) di Minni Minawi, prima del suo arrivo a Dongola, dove è stato ufficialmente accolto dall’esercito sudanese.
L’ex comandante dei paramilitari ha poi aggiunto che le RFS avrebbero al loro soldo 150 mercenari colombiani, specializzati in operazioni con droni, artiglieria pesante e nel tiro di precisione, cioè cecchini. Alcuni soldati di ventura sudamericani sarebbero morti durante i combattimenti, altri feriti, sarebbero poi stati evacuati dall’aeroporto di Nyala, capoluogo del Darfur Meridionale.
All’inizio del mese Khartoum ha richiamato il suo ambasciatore da Addis Abeba. SAF ha affermato di avere le prove che dall’inizio di marzo siano stati sferrati ben quattro attacchi con droni dalla vicina Etiopia. SAF ha pure sostenuto che gli aeromobili senza pilota sono stati forniti da Abu Dhabi.
Il ministro degli Esteri di Addis Abeba ha ovviamente respinto tutte le accuse, definendole “senza fondamenta”. A sua volta ha poi incolpato il governo sudanese di fomentare i disordini in Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea e di finanziare il TPLF (Fronte di Liberazione del Tigray).
Le forti accuse lanciate dal governo etiopico sono state immediatamente negate da un alto funzionario del TPLF, che ha dichiarato a AFP: “Non abbiamo nessun legame con il governo sudanese”.
Intanto la guerra continua senza sosta e l’ONU e diverse sue agenzie hanno lanciato un nuovo allarme nei giorni scorsi: in Sudan si sta consumando la peggiore crisi alimentare del mondo. Attualmente il 19,5 milioni di sudanesi (il 40 per cento della popolazione) soffre la fame. La situazione è davvero critica.
I dati sono stati pubblicati il 14 maggio scorso nel rapporto dell’Indice Integrato di Classificazione della Sicurezza Alimentare (IPC), un organismo dell’ONU con sede a Roma.
“Fame e malnutrizione minacciano milioni di vite umane in Sudan”, ha dichiarato Cindy McCain, direttrice del PAM (Programma Mondiale Alimentazione).
Quattordici zone del Darfur Settentrionale, del Darfur Meridionale e del Kordofan Meridionale sono a rischio carestia, mentre circa 135.000 persone in quelle zone soffrono già la fame a livello catastrofico.
L’IPC stima che nel 2026 saranno 825.000 i bambini al di sotto dei 5 anni colpiti da malnutrizione acuta grave. Il dato rappresenta un aumento del 7 per cento rispetto al 2025.
La guerra dei due generali, Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, da un lato, e Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS), dall’altro, è iniziata nell’aprile 2023.
Il conflitto ha praticamente raddoppiato il livello di povertà della popolazione. Oggi sette su dieci sudanesi vivono con meno di 4 dollari al giorno. E IPC ha sottolineato che con la crisi in atto in Medio Oriente la situazione tende a peggiorare a causa degli aumenti dei prezzi dei generi alimentari, carburante e fertilizzanti.
Cornelia Toelgyes
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