17esima epidemia di ebola in Congo-K
17 maggio 2026
Ci risiamo, ebola si è nuovamente risvegliato nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nel nord-est del Paese, nella provincia di Ituri. Lo ha annunciato ieri L’Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention), agenzia dell’Unione Africana (UA) con sede a Addis Abeba (Etiopia), principale ente di sanità pubblica del continente. Secondo CDC i morti collegati al micidiale virus sarebbero 88, mentre i casi sospetti colpiti dall’infezione sarebbero 336.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha confermato la notizia, sottolineando che finora sono stati registrati già 80 decessi. Anche nella vicina Uganda è morta una persona colpita dall’infezione. Si tratta di un congolese di 59 anni, deceduto in un ospedale di Kampala. Finora non ci sarebbero altri casi nel Paese.
Questa mattina OMS ha classificato il virus come un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, il secondo grado di allerta più elevato.
Diversi campioni analizzati nell’Istituto Nazionale di Ricerche Biomediche di Kinshasa (INRB) hanno evidenziato la presenza del ceppo Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007.
Finora per questo ceppo non è disponibile alcun vaccino, che attualmente esiste solamente per quello Zaire.
La provincia di Ituri è situata al confine con l’Uganda e il Sud Sudan. La regione è ricca di giacimenti auriferi e è caratterizzata da intensi movimenti di persone legati all’attività mineraria.
Inoltre, l’accesso ad alcune aree della provincia, teatro di violenze e aggressioni perpetrate da una miriade di gruppi armati, risulta difficile per motivi di sicurezza.
I miliziani di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo Stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili, hanno nuovamente ripreso i loro attacchi dallo scorso 5 maggio.
Mentre proseguono le analisi e le squadre dell’OMS e dell’ONG Medici Senza Frontiere (MSF) inviate nelle zone colpite, cercano ancora di valutare i rischi. “Da alcune settimane, il comune di Mongbwalu ha registrato una serie di decessi, con almeno cinque o sei morti al giorno per le strade”, ha riferito un abitante di Mongbwalu (città nel territorio di Djugu), contattato telefonicamente da AFP. Dunque i primi funerali si sono già svolti senza le necessarie precauzioni.
E le autorità della Salute pubblica provinciale non escludono che il virus era già in circolazione dallo scorso aprile.
Mongbwalu, focolaio dell’attuale epidemia, dista solamente 80 chilometri da Bunia, capoluogo della provincia. Tuttavia, per motivi logistici risulta difficile raggiungere questo comune al centro del distretto minerario di Kilo-Moto.
Il ponte Nizi, che collega la città con il principale asse stradale è crollato nel novembre 2025 e non è mai stato ricostruito. Al momento esiste solo una struttura provvisoria, difficilmente percorribile da grossi camion. Anche l’aerodromo di Mongwalu non è più operativo.
Le salme dei morti di ebola necessitano di specifiche sepolture, secondo i protocolli dell’OMS. Dunque niente funerali tradizionali, perché le persone che lavano il cadavere, possono infettarsi facilmente, visto che la trasmissione avviene tramite i fluidi corporei del malato. Il virus non muore con la persona, continua la sua attività. E’ necessario l’intervento di una equipe specializzata, che avvolge il corpo della persona deceduta per ebola in un sacco e portarlo via.
Ebola è spesso mortale nonostante i recenti vaccini (per il ceppo Zaire) e trattamenti. La febbre emorragica è altamente contagiosa e ha causato 15.000 morti in Africa negli ultimi cinquant’anni.
La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.
I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.
Africa ExPress
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