MEDIO ORIENTE

Le contraddizioni dell’Occidente in Medio Oriente, tra diritti umani e realpolitik

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
16 maggio 2026

Stando ai dati di Human Rights Watch pubblicati a gennaio scorso, nel 2025 in Arabia Saudita sono state giustiziate “almeno” 365 persone, in aumento rispetto alle 345 del 2024. La maggior parte per reati legati a droghe non letali, 98 riguardavano l’hashish. Diversi i condannati per reati commessi in minore età, nonostante le leggi internazionali e la Carta Araba dei Diritti umani, ratificata dal regno saudita, obblighino i Paesi nei quali è in vigore a ricorrere alla pena di morte solo per i crimini più gravi e in circostanze eccezionali.

Incarcerazioni arbitrarie di attivisti, dissidenti e blogger, repressione sistematica della libertà di espressione, processi condotti senza garanzie, completano il quadro poco edificante dei diritti umani nella monarchia del Golfo, anche se sono stati compiuti dei passi verso la modernizzazione, funzionale al piano Vision 2030 del principe Mohammed bin Salman per diversificare l’economia riducendo la dipendenza dal petrolio.

Arabia Saudita: stop alle esecuzioni

Ma pur rimanendo lontana dagli standard occidentali in materia di diritti, l’Arabia Saudita è un partner strategico dell’Occidente sia dal punto di vista energetico che politico, per il suo ruolo di mediatore e di “attore chiave globale”, come è scritto nella risoluzione del Parlamento Europeo del 16 dicembre 2025 sulle relazioni tra Arabia Saudita e UE, nella quale si sottolinea anche che l’UE è il maggiore investitore estero nel Paese.

Jamal Khashoggi

Eppure, resta come un elefante nella stanza il caso di Jamal Khashoggi, emblematico del rapporto vigente tra diritti umani e realpolitik. Non solo per l’Europa: l’assassinio, barbaro, del giornalista saudita auto esiliato negli Stati Uniti e critico delle politiche del principe dalle colonne del Washington Post, è sfociato nel 2022 negli USA nell’archiviazione delle accuse contro MBS, quale mandante, e, in Turchia, si è risolto nello stop al processo e nel trasferimento della causa a Riad.

I motivi dell’”oblio” si possono facilmente ipotizzare. Oltre al ridisegno in corso delle alleanze in Medio Oriente, da non trascurare il volume degli scambi tra la Turchia e l’Arabia Saudita che ha raggiunto gli 8,5 miliardi di dollari alla fine del 2025. Pochi giorni fa si è tenuta la terza riunione del Consiglio di coordinamento arabo-turco, costituito nel 2016, per rafforzare le relazioni bilaterali.

Negli Usa invece, dopo le frizioni tra il presidente Biden e il principe saudita per il rifiuto dell’Opec di aumentare la produzione di petrolio che sarebbe servita a bilanciare l’aumento dei prezzi del greggio dovuto alla guerra in Ucraina, lo stesso Biden, dopo aver definito l’Arabia Saudita un “Paese paria” per i diritti umani e nonostante le inchieste della CIA e dell’ONU sulle implicazioni del principe nell’omicidio di Khashoggi, ha incontrato a luglio 2022 il delfino saudita a Gedda, portando a casa l’aumento del 50 per cento della produzione del petrolio.

Ricuciti i rapporti, nel 2025 Mohammed bin Salman ha messo sul tavolo della Casa Bianca mille miliardi di dollari di investimenti in partnership con gli USA. E secondo quanto riportato dal Times of Israel il 12 maggio scorso, nella guerra di quest’anno con l’Iran, l’Arabia avrebbe condotto degli attacchi aerei in Iran in risposta a quelli della Repubblica Islamica sui siti sauditi, come avrebbero fatto anche gli Emirati Arabi Uniti.

L’Egitto

Altrettanto rappresentativo è il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016 al Cairo. Il suo corpo martoriato dalle torture è stato ritrovato per strada alcuni giorni dopo. Nelle carceri egiziane, secondo quanto riferito a gennaio dalla rivista Nigrizia, sono detenuti oltre 60mila prigionieri politici e proseguono le sparizioni forzate. Migliaia negli ultimi anni. Casi come quelli di Patrick Zaki, arrestato nel 2020 e rilasciato nel 2023 a seguito di una lunga trattativa, o di Alaa Abdel Fattah, uno dei simboli delle proteste di piazza Tahrir rientrato nel Regno Unito dopo una travagliata battaglia legale, sono solo quelli più noti.

La famiglia di Giulio Regeni

Ad oggi, mentre i genitori di Regeni chiedono giustizia, il Cairo continua a fare ostruzionismo.

Subito dopo l’assassinio del giovane, l’Italia ha ritirato l’ambasciatore, ma nel 2017 ne ha nominato un altro, in nome della normalizzazione. Troppi gli interessi in ballo. Uno è l’energia. Scoperto  nel 2015 il giacimento di gas di Zohr, a nord di Port Said nell’area di Shorouk, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo, con di 850 miliardi di metri cubi di gas stimati, ad aprile 2026 l’ENI ha annunciato la scoperta di un altro giacimento, il Denise W 1, con una capacità di 56 miliardi di metri cubi di gas e 130 milioni di barili di condensati, destinati a soddisfare la crescente domanda interna di energia dell’Egitto.

ENI è inoltre presente nel Paese attraverso progetti di sviluppo e produzione di idrocarburi nei giacimenti di Nooros, Baltim W e Meleiha, e nel settore della raffinazione per la distribuzione di prodotti derivati dal greggio. Partecipa all’impianto di liquefazione del gas naturale di Damietta, collabora alla crescita e alla decarbonizzazione del settore energetico del Paese e agli studi per avviare la produzione di idrogeno.

Altro settore cruciale è quello degli armamenti. Nel 2020, le commesse per 9 miliardi di euro di forniture al regime del generale Abdel Fattah al-Sisi – al potere dal 2013 dopo un colpo di Stato – dei sistemi militari italiani più moderni, sollevarono le proteste di varie associazioni, considerato che una legge italiana vieta esplicitamente l’esportazione di armi in Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Dal 1° al 4 dicembre si è tenuta al Cairo EDEX, la grande Expo della difesa. Ospiti Leonardo, indicato come “leading brand” della manifestazione e Fincantieri, gold sponsor, insieme a CEIA (specializzata in metal detector), ELT Group (difesa elettronica) e Panaro, che produce contenitori per il trasporto di armamenti. Negli anni l’Italia ha venduto all’Egitto anche armi piccole e leggere usate forse anche a scopo repressivo.

E poi l’immigrazione. Nel 2024 l’UE ha firmato una partnership strategica da 7,4 miliardi di euro di aiuti all’Egitto fino al 2027, per cooperazione economica, energia e controllo dei flussi migratori, sostenuta fortemente dall’Italia. Secondo le Nazioni Unite sono 480mila i richiedenti asilo e i rifugiati in Egitto in fuga da Gaza e dal Sudan: potenziali migranti, ai quali potrebbero aggiungersi le migliaia di oppositori del regime egiziano in fuga verso l’Europa.

Il Golfo

Nei Paesi del Golfo molti oppositori e difensori dei diritti umani sono in galera. Il rapporto 2026 di Amnesty International registra nei singoli Paesi violazioni della libertà di espressione, dei diritti degli immigrati, delle donne, dell’infanzia, delle persone LGBT+, del diritto ad un ambiente salutare, limitazioni della libertà di stampa, pena di morte, detenzioni arbitrarie. Con questi Paesi l’Unione Europea intrattiene relazioni da lunga data. Risale infatti al 1989 l’accordo di cooperazione tra UE e Consiglio di Cooperazione del Golfo, per le relazioni economiche, i cambiamenti climatici, l’energia, l’ambiente e la ricerca. Successivamente è stato istituito un Consiglio congiunto a livello di ministri degli Esteri, che nel 2022 ha approvato un programma di cooperazione fino al 2027.

Consiglio di Cooperazione del Golfo

La prima riunione tra UE e CCG si è tenuta nel 2024, una seconda è prevista quest’anno in Arabia Saudita a settembre. I rapporti tra UE e CCG si sono intensificati dopo la guerra in Ucraina e la crisi delle forniture energetiche. Il 16 maggio scorso si è tenuto anche  il primo Forum Europa-Golfo, che ha riunito istituzioni e imprese a Navarino, in Grecia.

Il capitolo del rispetto dei diritti umani, con questi Paesi è per lo più rimesso al dialogo.

L’Iran

L’unico paese del Golfo verso il quale l’UE ha comminato sanzioni è l’Iran, contro il programma nucleare, il sostegno alla Russia e ai gruppi armati in Medio Oriente, per la repressione interna delle manifestazioni degli oppositori al regime. Si aggiungono a quelle degli Stati Uniti che risalgono all’assalto degli studenti iraniani all’ambasciata americana a Teheran nel 1979 e sono proseguite pesantemente negli anni fino ad oggi.

Nel 2025 l’Iran ha giustiziato un numero altissimo di persone, almeno 1639 secondo Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, il 68% in più rispetto al 2024. Nessuno finora è riuscito a stabilire il numero esatto dei morti nelle proteste del 2025 e del 2026; le cifre oscillano tra alcune centinaia a decine di migliaia.

Anche quest’anno sono già decine le esecuzioni di manifestanti arrestati nei mesi precedenti e di “spie” a servizio di Israele e del Mossad. Dopo gli attacchi di Israele e USA nel giugno 2025 e del 28 febbraio scorso, la repressione si è fatta ancora più dura e capillare per impedire sollevazioni da parte della popolazione iraniana, che sia Trump che Netanyahu avevano sollecitato per rovesciare il regime.

L’Europa ha votato sanzioni contro 263 persone e 53 entità iraniane per violazione dei diritti umani: “L’UE ha più volte condannato le gravi violazioni dei diritti umani in Iran, comprese la morte della ventiduenne Mahsa Amini, avvenuta nel settembre 2022 mentre si trovava in stato di fermo di polizia, l’esecuzione di persone con cittadinanza sia dell’UE che dell’Iran nel 2023 e nel 2024, la detenzione di difensori dei diritti umani, tra cui la vincitrice del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, e le vittime delle proteste del gennaio 2026. L’UE sostiene le aspirazioni fondamentali del popolo iraniano a un futuro in cui i diritti umani universali e le libertà fondamentali siano rispettati, protetti e onorati”.

Secondo l’Occidente, la Repubblica Islamica inoltre non deve avere un’arma atomica che potrebbe non avere solo scopi civili. Il 26 giugno 2025 l’Unione europea ha ribadito perentoriamente “la propria determinazione relativamente al fatto che non si dovrà mai permettere all’Iran di procurarsi un’arma nucleare e ha ricordato gli impegni assunti dall’Iran a tale riguardo nonché i suoi obblighi internazionali”.

Intanto l’Arabia Saudita, a settembre 2025, dopo l’attacco israeliano al Qatar contro funzionari di Hamas, ha firmato un accordo di mutua difesa col Pakistan, uno dei nove Paesi al mondo che possiedono la bomba nucleare, e a febbraio di quest’anno, mentre minacciava l’Iran di nuovi attacchi, sempre a motivo dell’uranio arricchito, Trump ha presentato al Congresso americano una bozza di accordo con l’Arabia Saudita sul nucleare civile, che prevede l’arricchimento dell’uranio da parte dei sauditi, sotto il controllo ONU e dell’AIEA. Anche se il principe MBS ha già fatto sapere che se l’Iran avrà l’atomica anche l’Arabia dovrà averla.

A febbraio 2026 l’UE ha aggiunto all’elenco dei soggetti terroristici il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. A marzo i ministri di UE e CCG hanno “condannato fermamente gli attacchi ingiustificabili dell’Iran contro i Paesi del CCG, attacchi che minacciano la sicurezza regionale e globale, e hanno invitato l’Iran a porvi immediatamente fine”. Viceversa, nessuna condanna per l’attacco di Israele e Usa all’Iran, non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ritenuto da più parti in violazione del diritto internazionale.

Nessuna sanzione europea a Israele, se non quella di pochi giorni fa contro i coloni violenti in Cisgiordania e alcuni membri di Hamas. Niente contro il governo di Netanyahu e Gallant, sui quali pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, né sulla guerra di Israele a Gaza o sull’invasione del Libano. Niente nemmeno sull’assalto alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali. La Russia che ha attaccato l’Ucraina, è stata al contrario oggetto di ripetute sanzioni e di ostracismo in tutti gli ambiti.

Dopo Biden, l’UE ha una partita in corso con Trump: sui dazi, la Groenlandia, la NATO. Adottare standard differenziati in ossequio alla realpolitik potrebbe rivelarsi per l’Europa molto rischioso per la sua stessa sopravvivenza. Come potrebbe esserlo per l’America di Trump e i suoi alleati, che sostituendo la forza al diritto e ai diritti non hanno finora portato la stabilità promessa.

Emanuela Ulivi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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