ETIOPIA

Decine di etiopi nel braccio della morte in Arabia Saudita

Africa ExPress
Riyad, 2 maggio 2026

“Aiutateci, rischiamo di essere uccisi nei prossimi giorni, forse già domani”. È il disperato appello di un gruppo di giovani etiopi, condannati a morte in Arabia Saudita.

Il giornale online Addis Standard ha riportato qualche giorno fa che l’Ufficio per la Gioventù del Tigray ha fatto sapere che sarebbero ben 200 gli etiopi detenuti nel Regno wahabita, condannati alla pena capitale.

Il responsabile dell’organismo in Tigray, Haish Subagadis, ha sottolineato che, vista la gravità della situazione, necessita di interventi diplomatici urgenti. Una lettera in tal senso è già stata inviata al ministero degli Esteri di Addis Abeba, ha specificato Haish.

Tre condanne già eseguite

Anche Human Rights Watch ha sollevato il problema dei giovani etiopi condannati a morte in Arabia Saudita. Secondo quanto riportato nel loro rapporto, 65 persone a breve rischiano di essere uccise. In base a un comunicato del ministero degli Interni di Riyad, tre migranti sono già stati consegnati al boia: le esecuzioni sono avvenute il 21 aprile scorso.

HRW, sempre precisa nel documentare i fatti, ha fatto sapere di aver parlato con tre fonti ben informate sulle questioni riguardanti tre sfortunati etiopi, detenuti nella prigione di Khamis Mushait, nella regione di Asir (Arabia Saudita). Secondo quanto riferito dagli interlocutori della ONG, i giovani hanno dichiarato di essere rifugiati, in quanto sono scappati durante il sanguinoso conflitto (2020-2022) in Tigray (regione nel Etiopia settentrionale) e dove a tutt’oggi la situazione umanitaria è a dir poco disastrosa.

Rotta orientale

Come molti altri uomini e donne che fuggono dal Corno d’Africa alla volta degli Stati del Golfo alla ricerca di lavoro, anche i condannati a morte hanno affrontato la pericolosissima “rotta orientale”.

“Rotta orientale”: da Gibuti verso l’Arabia Saudita

I migranti, per potersi imbarcare devono raggiungere Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni alla volta dello Yemen. Ma prima i migranti devono attraversare lande deserte, impervie, e caldissime. Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, dove vivono gli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.

I tre ragazzi hanno riferito alle fonti di HRW di aver portato con sé del khat (o qat) per guadagnare un pochino di denaro per finanziare il viaggio e per sopravvivere. In almeno in uno dei tre casi, un trafficante ha costretto uno di loro a trasportare la pianta dallo Yemen all’Arabia Saudita.

Khat, vietato in Arabia Saudita

Il khat è un arbusto le cui foglie vengono masticate per i loro effetti stimolanti, simili alle anfetamine. E’ originaria di alcune regioni dell’Africa orientale, ma assolutamente vietata in Arabia Saudita. Nessuno di loro era a conoscenza di tale interdizione.

Foglie di Khat

I tre ragazzi sono poi stati intercettati dalla polizia tra il 2023 e il 2024 nella regione di Abaha, dove lavoravano. Durante gli interrogatori sono stati picchiati e costretti a firmare un documento in lingua araba, che ovviamente non comprendevano. Un interprete non è mai stato presente. E’ apparso solamente all’udienza finale per informarli di essere stati ritenuti colpevoli di traffico di droga e condannati alla pena capitale.

Comunicazioni con consolato non consentite

Da oltre due anni i tre si trovano nella prigione di Khamis Mushait, senza possibilità di ricorrere in appello. Dal momento del loro arresto non hanno potuto ricevere visite e non hanno nemmeno avuto il permesso di comunicare con le autorità consolari etiopiche.

Finora non è stata fissata la data per la loro esecuzione e nemmeno quella degli altri etiopi – oltre sessanta – tutti condannati a morte per reati legati alla droga. HRW non ha potuto verificare se effettivamente ci siano oltre 200 etiopi nel braccio della morte, come riportato dai media.

Esecuzioni capitali in aumento

L’anno scorso il regno wahabita si è distinto nuovamente per l’elevato numero di esecuzioni capitali: ben 356. Secondo il governo saudita, ben 243 – tra loro molti stranieri – sono stati giustiziati per reati legati al traffico di droga.

Dopo aver sospeso l’applicazione della pena di morte nei casi di narcotraffico per circa tre anni, Riyad ha ripreso le esecuzioni per questo tipo di reati nel 2022.

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