Il presidente congolese Felix e ilsuo omologo americano, Donald Trump
Cornelia I. Toelgyes
9 maggio 2026
Non c’è tranquillità per l’ex presidente della Repubblica Democratica del Congo, Jospeh Kabila. Dopo essere stato condannato alla pena capitale in contumacia da un tribunale militare di Kinshasa, ora è stato pure sanzionato dal Tesoro degli Stati Uniti.
Kabila è stato ritenuto responsabile di “destabilizzazione del governo del Congo-K, sostenendo l’M23 (Movimento del 23 marzo) e l’AFC (Alleanza del fiume Congo)”, ovvero il movimento armato e la sua ala politica, sostenuti dal vicino Ruanda sin dalla recrudescenza della ribellione congolese nel 2022.
L’ultima mossa dell’amministrazione di Donald Trump intende rafforzare i rapporti con il governo di Kinshasa. Membri del partito del presidente congolese, Felix Tshisekedi, UDPS (Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale) hanno festeggiato l’evento nelle piazze e strade di Kinshasa come si celebra la vittoria di una partita di calcio.
E Tshisekedi, al suo secondo mandato, sta pensando a un terzo. Non si è ancora espresso esplicitamente, visto che la Costituzione allo stato attuale non lo permette. Per ora sta sondando il terreno e la reazione della popolazione. Se dovesse raccogliere consensi, dovrebbe però indire un referendum per modificare la legge fondamentale dello Stato. Quando l’attuale presidente era all’opposizione, aveva gridato allo scandalo, allorché Kabila aveva espresso l’intenzione di apporre modifiche alla Costituzione. Anzi, Tshisekedi ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia, ritenendo tale fatto una linea rossa invalicabile.
Malgrado l’accordo di pace siglato sotto l’egida di Donald Trump nel dicembre 2025, la guerra infinita che si sta consumando nella ex colonia belga, continua senza sosta.
A una manciata di chilometri da Uvira, seconda città del Sud-Kivu, sotto controllo dei ribelli M23/AFC fino a metà dicembre 2025, sono ripresi i combattimenti, malgrado i “famosi accordi” di Washington. Due giorni fa lo stringer di Africa-ExPress ha informato la nostra redazione che nella città si respira nuovamente un’aria di grande insicurezza.
Da martedì i ribelli sostenuti dal Ruanda si stanno nuovamente scontrando con i Wazalendo (“patrioti” in swahili, gruppo armato di autodifesa, che sostiene l’esercito congolese, FARDC).
Nonostante le pressioni diplomatiche e le sanzioni imposte da Washington all’inizio di marzo 2026 contro alcuni esponenti delle RDF (Forze Armate del Ruanda), un cessate il fuoco non è stato ancora raggiunto. Gli attuali combattimenti in corso stanno rivelando ancora una volta la fragilità dell’accordo di pace fortemente voluto da Trump.
La ripresa degli scontri coincide con il ritorno di molti abitanti che si erano rifugiati nel vicino Burundi quando la città era stata conquistata dai ribelli. Non hanno nemmeno fatto in tempo a risistemarsi quando sono scoppiate nuove aggressioni tra ribelli M23/AFC e i Wazalendo.
La nuova escalation del conflitto sta facendo riaffiorare lo spettro di una grave crisi umanitaria in una regione già duramente colpita da decenni di insicurezza, da continui scontri nella regione, in tutto l’est della Repubblica Democratica del Congo
Anche nella provincia di Ituri le cose non vanno meglio. I terroristi di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili, hanno nuovamente ripreso i loro attacchi dallo scorso 5 maggio.
Secondo alcune fonti, i terroristi avrebbero brutalmente ammazzato all’inizio della settimana almeno 24 persone al confine tra le province del Nord-Kivu e Ituri. Mentre giovedì, hanno massacrato altre 15 a Mambasa (Ituri), tra loro tre donne, un bambino e 11 uomini.
Dal 2021 l’esercito ugandese è schierato nella parte settentrionale del Nord Kivu e nell’Ituri per combattere l’ADF a fianco dell’esercito congolese, ma l’operazione congiunta, denominata Shuja, non è riuscita a porre fine alle continue violenze dei terroristi.
Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato il 5 maggio 2026, ADF si è reso responsabile “di rapimenti e lavoro forzato, reclutamento e impiego di bambini. Inoltre ha commesso crimini contro donne e ragazze, tra questi matrimoni forzati, gravidanze obbligate e e varie altre forme di abusi sessuali”. Il gruppo sta inoltre “ricorrendo sempre più spesso a rapimenti a scopo di estorsione” e “si è dotato di mezzi tecnologici avanzati” per sfuggire alle forze armate congolesi e ugandesi.
Anche Medici Senza Frontiere (MSF) ha sollevato la grave situazione umanitaria nell’ Ituri. Da febbraio 2026 a oggi la ONG ha preso in carico migliaia di pazienti, vittime dei feroci estremisti islamici. “Una risposta indispensabile, ma non basta, considerando la portata dell’attuale crisi”.
Sylvain Groulx, responsabile di MSF nella provincia di Ituri ha sottolineato: “Proteggere le popolazioni è un dovere. Le armi rimbombano, si sentono, mentre le sofferenze continuano ad aggravarsi in un silenzio assordante”.
E mentre la popolazione continua a morire e a scappare da violenze e combattimenti tra i vari attori presenti nell’est del Congo-K, alla fine di aprile le autorità di Kinshasa hanno annunciato la creazione di un Corpo Guardia Miniera per garantire la sicurezza delle risorse del sottosuolo del Paese.
Il nuovo contingente sarà composto da circa 20mila paramilitari che saranno dislocati in 22 delle 26 province del Paese, per mettere in sicurezza i siti minerari, attualmente controllati da agenti di polizia e militari di FARDC.
L’Ispezione Generale delle Miniere (IGM) ha come obiettivo di insediare i paramilitari entro la fine del 2028, ma già entro dicembre di quest’anno tra 2,5 e 3mila paramilitari del nuovo contingente dovrebbero essere già addestrati e prendere servizio.
IGM ha fatto sapere che il programma sarà finanziato con 100 milioni di dollari dagli USA e Emirati Arabi Uniti. Garantire la sicurezza agli investimenti è un must, visto che nella RDC i conflitti armati non si placano da decenni. Aggressioni che spesso hanno coinvolto anche attività minerarie.
Certo, l’interesse di Trump per la pace nel Congo-K non è del tutto casuale. I minerali strategici – come il cobalto e il coltan – fanno gola alle industrie high-tech americane, ma bisogna silenziare definitivamente le armi per proteggere gli investimenti, per poter estrarre le ricchezze del sottosuolo in sicurezza.
Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.
Cornelia Toelgyes
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