AFRICA

Massacri e carneficine: così l’ISIS si espande in Africa Centrale e Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
21 luglio 2021

Con la “ristrutturazione organizzativa” che vede Stato Islamico Greater Sahara (ISGS) incorporato a Stato Islamico Central Africa Province (ISWAP), ISIS ha fatto un altro salto in Africa. Ha annunciato la nascita dello Stato Islamico Central Africa Province (ISCAP) nella Repubblica Democratica del Congo. Anche se molti mettono in discussione la reale capacità operativa di ISCAP.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Da ISCAP ai jihadisti di Cabo Delgado il passo è breve

Nonostante la scoperta di giacimenti di rubini e gas a Cabo Delgado, nord Mozambico, la popolazione, a maggioranza musulmana, non ha ricevuto benefici. Una circostanza che, unita alla corruzione ad alti livelli, ha creato ulteriori tensioni tra governo centrale e comunità locali che si sono sentite sempre più abbandonate.

Rabbia, povertà e ingiustizia sono diventati humus per i movimenti jihadisti, i gruppi di Alhu Sunnah wa-Jammà, chiamati semplicemente Shebab (gioventù in arabo) dalla popolazione. Le loro azioni violente, dall’ottobre 2017 a oggi, hanno seminato terrore. Agiscono soprattutto con attacchi indiscriminati ai civili, distruzione di villaggi e città, dove sono stati sgozzati anche donne e bambini.

Propaganda ISIS a Cabo Delgado

Nel 2019 gli Shebab si sono affiliati a ISCAP e hanno girato un video propagandistico durante uno degli assalti alla città di Mocimboa da Praia. A marzo 2020 hanno occupato Quissanga con la bandiera di Daesh e girato un altro filmato. Nelle immagini si invitano la popolazione a unirsi sotto la bandiera dello Stato Islamico per un governo di Allah. Nel marzo scorso è stata assediata Palma, città del gas, con un cantiere da $20 miliardi del colosso francese Total, ora fermo. Non è mai stato rivelato il numero dei morti ma, per la prima volta, sono stati uccisi anche dei bianchi di aziende che lavorano in appalto per Total.

Alhu Sunnah wa-Jammà, fino ad oggi è responsabile di almeno 2.500 morti e oltre 730.000 sfollati. Una guerra e una crisi umanitaria che il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, non riesce a fermare. Ma oltre al terrorismo jihadista, Nyusi  ha un altro grosso problema: il comportamento dei suoi militari a Cabo Delgado.

Il video che accusa le Forze armate mozambicane

Un video agghiacciante, girato lo scorso settembre a Cabo Delgado, ha scioccato l’opinione pubblica mozambicana e annichilito la comunità internazionale. Mostra un gruppo di soldati con kalashnikov che inseguono una donna, civile. La insultano, la bastonano e la massacrano con 36 pallottole.

Il ministero della Difesa ha smentito che fossero suoi uomini ma immagini satellitari e indagini approfondite molto severe del Crisis Evidence Lab di Amnesty International hanno confermato che erano militari mozambicani. I soldati sono anche stati accusati dalla popolazione di altre violenze, furti nelle case e di chiedere il “pizzo” agli sfollati per entrare in zone sicure.

Truppe ruandesi in partenza per Cabo Delgado

I militari ruandesi e della SADC

Intanto Nyusi ha chiesto al suo omologo ruandese, Paul Kagame, l’appoggio militare contro i jihadisti a Cabo Delgado: mille soldati a Mueda e Afungi. Dallo scorso 9 luglio sono arrivati insieme alle critiche dei media mozambicani e della società civile per l’opacità dell’operazione.

Dal 15 luglio, contro il terrorismo jihadista, sono attesi circa 3.000 militari della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC) con elicotteri, navi, droni e un sommergibile. Anche l’Unione Europea ha deliberato l’invio di personale per la formazione delle Forze armate mozambicane (FADM).

La speranza di Nyusi è che la situazione di Cabo Delgado si risolva rapidamente. Deve assolutamente iniziare l’estrazione di gas (LNG) dai vasti giacimenti del Bacino del Rovuma programmata per il 2022.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Sandro Pintus

Giornalista dal 1979, ha iniziato l'attività con Paese Sera. Negli anni '80/'90 in Africa Australe con base in Mozambico e in seguito in Australia e in missioni in Medio Oriente e Balcani. Ha lavorato per varie ong, collaborato con La Repubblica, La Nazione, L'Universo, L'Unione Sarda e altre testate, agenzie e vari uffici stampa. Ha collaborato anche con UNHCR, FAO, WFP e OMS-Hedip.

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