Emanuela Ulivi
5 luglio 2026
Teatro di un “pezzo” della guerra in Medio Oriente, il Libano è al centro di due accordi firmati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro: uno tra Iran e Stati Uniti, l’altro sottoscritto da Libano, Israele e Usa.
Il Memorandum of Undertanding tra Iran e Stati Uniti, annunciato dal Pakistan il 15 giugno scorso, per fermare la guerra iniziata da Israele e Usa contro l’Iran il 28 febbraio, su richiesta inderogabile di Teheran prevede al primo punto la fine della guerra “su tutti i fronti”, e segnatamente sul fronte libanese, dove il conflitto tra Israele e Hezbollah, proxy dell’Iran, è riesploso il 2 marzo.
Tanto sono importanti il Libano e Hezbollah per l’Iran che i negoziati sui 14 punti del MoU, che si dovevano inaugurare il 19 giugno in Svizzera, sono stati sospesi in un primo tempo sine die, a seguito dell’attacco sferrato da Israele nel sud del Libano nelle ore successive alla firma del protocollo – in cui sono morte 18 persone e 33 sono state ferite – con la chiara intenzione di boicottarlo.
Escluso dalla trattativa Israele che avrebbe voluto proseguire il confronto con l’Iran, l’intesa raggiunta tra Iran-Usa consacra indirettamente l’Iran come potenza regionale, oltre a rimodulare il rapporto tra Stati Uniti e Israele. Una debacle per questi ultimi se si considerano gli obiettivi iniziali, che andavano dalla distruzione del potenziale nucleare iraniano al regime change, che in più lascia aperta la questione dell’influenza dell’Iran nella regione.
Su questo punto si misura la distanza tra il vicepresidente americano J.D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, che tocca direttamente il Libano.
Durante i primi colloqui in Svizzera, il 21 giugno, tra le delegazioni iraniana e statunitense, è stato deciso infatti di creare una “cellula di deconflitto” sul fronte libanese, composta da Iran, Usa, Qatar, Pakistan e Libano, per assicurare la fine delle ostilità tra Israele e Hezbollah, come previsto appunto dal MoU.
Ma mentre Vance è determinato ad arrivare ad un accordo finale e sarebbe propenso a fare concessioni sul ruolo regionale della Repubblica Islamica – che potrebbe così fare pressioni su Hezbollah visto che lo finanzia e lo sostiene – per il segretario Rubio lasciare un ruolo all’Iran sul Libano legittimerebbe la sua influenza regionale.
Lo stesso Rubio il 26 giugno, al termine della quinta sessione dei negoziati diretti a Washington, ha annunciato la firma dell’accordo-quadro tra Israele, Libano e Usa, incentrato sul disarmo di Hezbollah e sul ritiro progressivo delle forze israeliane dal territorio libanese, percorso che potrebbe aprire la strada alla normalizzazione tra i due Paesi confinanti.
Nei giorni successivi alla firma, la sfilza di cartelloni comparsi lungo la strada che a Beirut conduce all’aeroporto, raffiguranti Khamenei padre e figlio con scritto “Grazie all’Iran leale” per aver preteso il cessate il fuoco anche in Libano nel MoU, è stata rimpiazzata da altri manifesti, senza nessun ritratto ma un’altra parola d’ordine: “Lebanon first”. E’ lo Stato che negozia, non l’Iran in sua vece: questo il messaggio, che sintetizza la posizione del presidente della repubblica Joseph Aoun e del primo ministro Nawaf Salam.
Ed è il sentimento di molti libanesi, costretti a subire due guerre tra il 2024 e il 2026 scatenate per conto dell’Iran da Hezbollah, il cui segretario, Naim Kassem, ha subito liquidato l’accordo-quadro come “nullo, mai avvenuto”, spingendo i suoi sostenitori nelle strade di Beirut a manifestare. Ma Kassem non è il solo. Paula Yacoubian ad esempio, deputata indipendente in parlamento, si è espressa negli stessi termini.
In effetti l’accordo-quadro ha più una valenza politica. Sono molti gli interrogativi sulla sua possibilità di applicazione e potrebbe rimanere l’ennesima iniziativa senza seguito, che fa di nuovo del Libano una pedina nello scacchiere regionale.
Se l’accordo-quadro infatti al momento è una vittoria, forse l’unica, per lo Stato libanese che è riuscito a sganciare il dossier libanese da quello dell’Iran, per Israele lo è altrettanto dal momento che consacra la sua collaborazione con il Libano nel disarmare Hezbollah. Ma come? Scaricando la questione sul Libano, come è scritto tanto nell’accordo-quadro che nell’annesso.
C’è da dire che l’iniziativa del presidente Joseph Aoun di negoziare direttamente con Israele è stata lanciata a marzo, mentre erano in corso i bombardamenti di Israele e Usa sull’Iran, per fermare la guerra tra Hezbollah e Israele, che dal 2 marzo al 30 giugno ha fatto in Libano 4.300 morti e 12.200 feriti. Aoun, disse, era disposto a trattare con chiunque pur di fermare gli attacchi.
Con la firma dell’accordo-quadro il Libano ha fatto perciò una scelta di campo, trattando con Israele e con chi lo sostiene, ossia gli Stati Uniti. I quali, va ricordato, già dopo il precedente cessate il fuoco del novembre 2024 non hanno fatto niente per impedire alle forze israeliane di continuare a bombardare e devastare il territorio libanese e la capitale Beirut. Al contrario di Hezbollah che ha ripreso i combattimenti il 2 marzo di quest’anno, dopo l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei.
L’esercito libanese, come sa bene anche Israele, non ha né i mezzi né l’intenzione di scontrarsi direttamente con i miliziani del Partito di Dio per disarmarli. Eppure l’accordo-quadro condiziona il ritiro progressivo delle forze israeliane dalle zone occupate alla presa di controllo del territorio da parte dell’esercito libanese.
Non si ritira ma ripiega, a partire da alcune “zone pilota”, senza un calendario di questo ritiro. Inoltre le prime due zone pilota individuate non sono le “caza” (suddivisione amministrativa di secondo livello nel Paese, ndr) indicate dal Libano a sud del fiume Litani nella “zona tampone” occupata da Israele, ma due località che però non risultano occupate dall’esercito di Tel Aviv.
Per bocca di Netanyahu e del ministro della Difesa Katz, Israele ha ripetuto che rimarrà in Libano. Almeno “il tempo necessario” al disarmo completo della milizia sciita nel sud del Paese dove, nonostante quest’ultimo cessate il fuoco, nell’autoproclamata “zona tampone” grande 600 chilometri quadrati l’esercito israeliano continua a demolire villaggi e a far saltare in aria abitazioni.
Più precisamente, Netanyahu, alla vigilia dell’accordo tripartito, ha escluso un ritiro dalla zona tampone fintanto sarà premier, mentre Katz ha assicurato che Israele non si ritirerà nemmeno su richiesta degli Stati Uniti ed ha anticipato che i 200.000 abitanti da lì sfollati non ritorneranno nelle loro case.
Per capire la cifra dell’accordo-quadro bisogna guardare al punto 13 col quale il Libano, come stato, si impegna a non intentare “azioni ostili o negative nelle sedi politiche e giuridiche internazionali”. Vale a dire a non perseguire Tel Aviv per crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale, nonostante abbia ucciso, tra gli altri, giornalisti, personale paramedico intento a soccorrere i feriti, bambini. Colpito ospedali, danneggiato il patrimonio archeologico Unesco del Libano e l’ambiente.
Insomma, una rinuncia ad ottenere giustizia e a qualunque richiesta di indennizzo che ha sollevato, insieme all’indignazione e alle critiche, un dibattito anche sul significato della normalizzazione tra Beirut e Tel Aviv.
Mentre giuristi, analisti, esperti di diritti umani, argomentano le loro critiche e pareri sulla congruità del punto 13 col diritto internazionale, si viene a sapere che il vice primo ministro Tarek Mitri sarebbe impegnato in una commissione incaricata di preparare dei rapporti per rivolgersi alla giustizia contro Israele.
Il premier Nawaf Salam – giurista, che ha lasciato nel febbraio 2025 la presidenza della Corte Internazionale di Giustizia per guidare l’esecutivo a Beirut – ha precisato che l’accordo-quadro non è un accordo in sé per sé ma delinea un ambito negoziale attraverso il quale arrivare ad un accordo. Non avrà comunque valore se non sarà ratificato.
Nel frattempo, Hezbollah, privato nel nuovo esecutivo del potere che aveva in precedenza, sarebbe intenzionato eventualmente a far cadere l’accordo-quadro in parlamento. In questa direzione si sta muovendo il presidente del parlamento Nabih Berry, capo di Amal alleato di Hezbollah, prendendo contatti con vari esponenti politici.
Tra questi, Walid Joumblatt che, pur convinto che l’accordo firmato a Washington sia inapplicabile, non replicherà in parlamento l’alleanza con Berry di quando, in piena guerra civile, i due rispettivi partiti fecero decadere l’accordo con Israele del 17 maggio 1983.
”Al momento dei negoziati bisognava insistere sul mantenimento dell’armistizio che regola le relazioni tra il Libano e Israele dal 1949 – ha dichiarato il leader druso al quotidiano l’Orient-Le Jour -. Ma ci sono state pressioni da parte americana oltre a una lobby libanese a Washington che vuole questo mercanteggiamento pezzo per pezzo, pur sapendo che va contro gli interessi del Libano.”
“L’accordo – ha poi aggiunto – è stato un passo quindi falso dello Stato libanese ed io sono pronto ad aiutarlo se pensa di rimettere in questione questo accordo”.
E sul protocollo di Islamabad ha commentato: “Il processo negoziale Iran-Stati Uniti è molto vago. Restiamo quindi sul processo libanese e sul principio di un accordo bilaterale sponsorizzato dalle Nazioni Unite”.
Per Hezbollah l’accordo-quadro non avrà seguito, dovrà andare avanti per i sovranisti. Le formazioni sunnite stanno valutando la loro posizione. I contrari sono sostanzialmente convinti che non funzionerà. Berry, in disaccordo fin dall’inizio sui negoziati diretti tra Libano e Israele, è dell’avviso che sia necessaria una copertura internazionale che veda a fianco degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e la Repubblica Islamica Iraniana.
Riyad ancora non si è ancora espressa, ma si è fatta avanti la Siria. Durante la visita a Beirut agli inizi di luglio, il ministro degli esteri Assaad el-Chaibani si è fatto latore di un’iniziativa del presidente Ahmad el-Chareh.
Da un lato il presidente siriano assicura che non interverrà militarmente in Libano per disarmare Hezbollah, come auspicato dal presidente Trump. Dall’altra offre la disponibilità a cooperare con Beirut sia riguardo al comune problema dell’occupazione israeliana, sia sul versante politico. Contrario all’influenza iraniana in Libano, offre la sua mediazione tra le diverse componenti libanesi, per affrontare la questione delle armi e della comunità sciita in Libano nell’ambito istituzionale.
Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
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