Quasi cento esecuzioni nei primi sei mesi del 2026
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2026
La “giustizia” dell’Arabia Saudita non si smentisce mai. All’inizio di giugno altri quattro etiopi sono stati ammazzati dal boia del Regno Wahabita. Secondo quanto riferito dal ministero degli Interni saudita, due sono stati messi a morte il 1° di giugno a Khamis Mushait, nella regione di Asir, nel sud-ovest del Paese, e un paio il 3 giugno nella regione di Nasir.
Altri tre erano già stati uccisi il 21 aprile. Un’altra sessantina dei loro connazionali è rinchiusa nel braccio della morte della prigione di Khamis Mushait, nella regione di Asir, nel sud-ovest del Paese. I poveracci sono a rischio di esecuzione imminente.
Nel suo ultimo rapporto, pubblicato pochi giorni fa, Amnesty International ha denunciato l’esecuzione di 96 persone dall’inizio dell’anno in Arabia Saudita.
La maggior parte delle persone giustiziate sono state condannate alla pena capitale per problemi legati alla droga, ben 61 su 96, tra questi 39 stranieri, mentre “solo” 22 i sauditi.
Come molti altri uomini e donne che fuggono dal Corno d’Africa alla volta degli Stati del Golfo alla ricerca di lavoro, anche i condannati a morte dai Tribunali sauditi hanno affrontato la pericolosissima “rotta orientale”.
I migranti, per potersi imbarcare devono raggiungere Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni dirette in Yemen. Ma per arrivarci i migranti devono attraversare lande deserte, impervie, e caldissime. Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, dove vivono gli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.
Per finanziare il viaggio e/o per guadagnare un po’ di soldi, alcuni etiopi portano con sé del khat, un arbusto le cui foglie vengono masticate per i loro effetti stimolanti, simili alle anfetamine. E’ originaria di alcune regioni dell’Africa orientale, ma assolutamente vietata in Arabia Saudita. I più non sono a conoscenza di questa interdizione.
Diversi media hanno riportato che sono almeno 200 gli etiopi rinchiusi nel braccio della morte nelle prigioni dell’Arabia Saudita. Finora però nessuna conferma ufficiale è stata fatta in tal senso. Ma a maggio, il vescovo della diocesi di Adigrat,Tesfaselassie Medhin, aveva lanciato un accorato appello – ripreso da Vatican News – a diverse organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie impegnate nella difesa dei diritti umani, chiedendo protezione per i suoi connazionali condannati alla pena capitale.
Quasi contemporaneamente alla comunicazione ufficiale di Ryad circa l’esecuzione degli ultimi quattro etiopi, il ministero degli Affari Ester di Addis Abeba annunciava che a 1.665 suoi concittadini, sottoposti a procedimenti giudiziari in Arabia Saudita era stata concessa un’amnistia reale.
Secondo il governo di Abiy Ahmed, la liberazione e il conseguente rimpatrio dei connazionali è stato ottenuto grazie a assidui impegni diplomatici, durati oltre due anni, della loro ambasciata a Ryad e del loro consolato generale a Gedda. E il 24 giugno il primo gruppo di 340 connazionali è rientrato ad Addis Abeba.
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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