AFRICA

Sahel in fiamme: ribelli all’attacco e il Burkina Faso interrompe le relazioni con la Francia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 luglio 2026

Ibrahim Troré, capo della giunta militare al potere da settembre 2022 e di fatto capo di Stato del Burkina Faso, ha annunciato venerdì, 26 giugno, di aver interrotto i rapporti diplomatici con la Francia.

Il capo dei golpisti ha accusato Parigi di “attivismo incessante contro gli interessi del Burkina Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”. Il governo burkinabé precisa che questa rottura con la Francia “riguarda esclusivamente le loro relazioni sul piano diplomatico”, ma “non rimette in discussione i legami storici tra i due popoli”.

Crisi Ouagadougou-Parigi

La crisi tra i due Paesi dura da anni. A gennaio 2023 i militari al potere avevano messo alla porta l’ambasciatore di Parigi, Luc Hallade. Da allora Parigi è rappresentata da un chargé d’affaire a interim e il personale diplomatico e consolare è stato ridotto a una ventina di funzionari. Ora Ouagadougou ha imposto la chiusura definitiva della missione e gli oltre 2.500 cittadini francesi – per lo più con doppia nazionalità, franco-burkinabé – non potranno più contare sui servizi consolari. Il Burkina Faso si unisce così a Afghanistan e Corea del Nord, gli unici Stati che non hanno relazioni diplomatiche con il Paese d’oltralpe.

Ibrahim Traoré, capo della giunta militare del Burkina Faso

E sempre all’inizio del 2023 la giunta militare aveva chiesto alla Francia di ritirare entro un mese i suoi 400 soldati delle forze speciale impegnati nell’operazione Sabre.

La rabbia di Ouagadougou nei confronti di Parigi è arrivata al suo culmine quando il parlamento europeo ha adottato una risoluzione, presentata dall’europarlamentare Christophe Gomart, ex direttore dell’intelligence militare francese (DRM). Durante la sessione plenaria di giugno, i deputati di Strasburgo avevano espresso “forte preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani, la limitazione delle libertà civiche e le restrizioni alla democrazia in Burkina Faso”.

Siamo disgustati

Immediata la reazione della giunta militare burkinabé. Il ministro degli Esteri, Jean-Marie Traoré Karamoko, ha immediatamente convocato Philippe Bronchain, ambasciatore dell’UE a Ouagadougou. “Siamo non solo delusi – ha precisato – ma davvero disgustati da questa risoluzione. Tanto più che l’argomentazione presentata davanti ai deputati è costellata di informazioni errate”.

A marzo dello stesso anno, l’assemblea di Strasburgo aveva adottato una delibera riguardante un’altra ex colonia francese. Allora aveva chiesto la liberazione dell’ex presidente, Mohamed Bazoum, democraticamente eletto, poi arrestato dopo il golpe militare nel luglio 2023.

Divorzio CPI – AES

I tre Paesi dell’Alleanza per il Sahel (AES), cui fanno parte Burkina Faso, Mali e Niger, tutti e tre governati da giunte militari, hanno notificato al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, di voler abbandonare la Corte Penale Internazionale (CPI), con sede all’Aja (Olanda). Ma bisogna attendere un anno affinché il ritiro sia effettivo.

Corte Penate Internazionale dell’Aja

Il “divorzio” era nell’aria dallo scorso settembre. E, nella sua lettera, indirizzata a Guterres, Traroré aveva precisato: “Nel corso del tempo, la Corte si è progressivamente allontanata dai propri ideali fondanti per diventare uno strumento selettivo e politicizzato”.

La presidenza della CPI, aveva cercato di convincere Ouagadougou, Bamako e Niamey di fare marcia indietro e di rimanere nella giurisdizione, della quale fanno parte ben 125 Paesi. Ma il suo intervento è rimasto inascoltato.

Silenzio sulle atrocità

Gli Stati dell’AES ovviamente non hanno fatto menzione delle atrocità commesse dalle loro stesse forze di sicurezza e della loro repressione generalizzata dei diritti umani, fatti ormai condannati dalla comunità internazionale.

Da quando sono arrivati al potere, le forze armate dei putschisti, durante operazioni di contro-insurrezione, si sono macchiati di parecchi reati. E, secondo un rapporto di Human Rights Watch (HRW), le forze governative, coadiuvate da milizie alleate e combattenti stranieri (prima i mercenari russi di Wagner, ora Africa Corps, contingente controllato direttamente dalla Difesa di Mosca) hanno commesso numerosi massacri di civili, effettuato detenzioni arbitrarie e provocato lo sfollamento forzato e illegale di migliaia di persone. Le autorità di ciascuno di questi Paesi hanno inoltre condotto campagne di repressione contro oppositori politici, media e quant’altro.

Via anche OHCHR

Ma non finisce qui. Alla fine di giugno Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha fatto sapere che la sede in Burkina Faso chiuderà i battenti alla fine di novembre di quest’anno.

Lo ha ricordato anche Human Rights Watch (HRW) in un suo rapporto del 2 luglio scorso. Di fatto a febbraio i militari al potere avevano sospeso le operazioni locali dell’Ufficio dell’ONU, perché Türk aveva chiesto alle autorità di Ouagadougou di porre fine alla repressione delle libertà civili e di cancellare i piani per sospendere i partiti politici.

In breve, con la chiusura dell’Ufficio dell’ONU, nel Paese non sarà più possibile osservare e/o documentare le violazioni dei diritti umani. Ma è proprio ciò che la giunta vuole. Tant’è vero che solo pochi mesi fa Traoré aveva dichiarato: La democrazia non ci appartiene.

Giornata di fuoco in Malirea

Intanto in Mali alla fine di giugno un drone delle forze armate maliane (FAMa) nell’area di Menaka, vicino alla frontiera con il Niger, ha ammazzato 8 civili. la Si parla dell’area situata nella cosiddetta regione delle Tre Frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), zona particolarmente instabile per i continui attacchi dei jihadisti.

I civili sono stati colpiti mentre si trovavano in una vettura che si stava recando verso un mercato. Secondo fonti locali, tutti i passeggeri, tra loro anche tre adolescenti, sarebbero morti sol colpo. Ovviamente le autorità sono rimaste in religioso silenzio. Nessun commento sull’ennesima strage.

E anche oggi i jihadisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani), formazione creata nel marzo 2017, che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel, legati ad al Qaeda, si sono dati da fare insieme agli indipendentisti dell’Azawad, considerati terroristi alla stessa stregua dei miliziani di JNIM e EIGS, gruppo che ha giurato fedeltà allo Stato islamico.

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Entrambe le formazioni hanno nuovamente dato del filo da torcere alla giunta di Bamako e ai suoi alleati russi di Africa Corps.

Fin dalle prime luci dell’alba di oggi, attacchi simultanei hanno preso di mira Anéfis e Aguelhok (due basi dei governativi nella regione di Kidal) il campo militare di Gao, la città più grande del nord del Mali, nonché i dintorni di Konna e Sévaré, nel centro del Paese. Poche ore prima, nella notte tra venerdì e sabato, uomini armati ancora non identificati hanno attaccato anche la prigione di Kéniéroba, a 70 chilometri a sud di Bamako,

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Cornelia Toelgyes

Giornalista, vicedirettore di Africa Express, ha vissuti in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.

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