Peschereccio illegale nell'Oceano indiano
Africa ExPress
Antananarivo, 22 luglio 2017
“Uniti per uno sviluppo sostenibile grazie all’economia blu”, è il titolo di una conferenza sulla pesca illecita, tenutosi in questi giorni ad Antananarivo, la capitale del Madagascar, organizzata dai ministri delle risorse marittime degli Stati direttamente coinvolti nella lotta contro la pesca illegale nell’Oceano Indiano. Madagascar, Comore, compreso l’Isola della Reunion, a tutti gli effetti territorio francese, Mozambico, Tanzania, Seychelles e Kenya hanno rinnovato la loro cooperazione nella lotta contro la pesca illegale.
Già nel 2007 è stato messo in opera un piano regionale per il controllo della pesca, una sorta di sorveglianza dei mari che si estendono su una superficie di oltre sei milioni di chilometri quadrati. In questi dieci anni la cooperazione tra gli Stati ha portato i suoi frutti. Secondo Hamada Madi, segretario generale della Commissione per l’Oceano Indiano, otto Paesi sono riusciti a controllare una superficie di ben sei milioni di chilometri quadrati di acque marine, aggiungendo: “E’ una cosa quasi unica al mondo e praticamente ogni giorno siamo riusciti a fermare qualche barca che praticava pesca illecita e questo grazie allo scambio di informazioni, controlli marittimi e aerei e la creazione di centri di sorveglianza”.
Eppure la pesca illegale rappresenta ancora una perdita di un miliardo di dollari l’anno per questi Stati dell’Oceano Indiano sud-occidentale. E’ soprattutto grazie alla sorveglianza malgascia che vengono fermati molte barche, provenienti per lo più dal sud-est asiatico, vale a dire da Taiwan, Tailandia e Sri Lanca ed il loro pesce prediletto è il tonno.
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