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Proposta-ricatto a Roberto Berardi prigioniero in Guinea Equatoriale: firma la tua colpevolezza e ti liberiamo

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 26 gennaio 2014
Roberto Berardi il 19 gennaio scorso ha compiuto un anno nelle galere della Guinea Equatoriale. Ora, da 40 giorni è detenuto in isolamento, in una fetida cella dove ha preso la malaria. La famiglia si muove, chiede aiuto alla nostra diplomazia, al Vaticano, ai giornalisti e a chiunque può dare una mano a tirare fuori il nostro connazionale dagli artigli di una dittatura rapace e vendicativa.Abbiamo raccontato su Africa ExPress  la storia di Roberto e come sono andate le cose, secondo la sua famiglia. Roberto diventa socio al 40 per cento di una società di costruzioni l’Eloba. Il 60 per cento appartiene a Teodorino Obiang, figlio del padre padrone della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasongo, salito al potere dopo aver fatto assassinare un altro dittatore: lo zio. Teodorino – sostengono i Berardi – sottrae denaro alla loro compagnia, Roberto chiede spiegazioni e, come se esistesse ancora il reato di lesa maestà, un anno fa viene gettato in carcere.

La Guinea Equatoriale galleggia sul petrolio e la famiglia Obiang ha rapinato le casse dello Stato, lasciando che la gente vivesse nell’indigenza più assoluta, incassando a piene mani le royalty. Se il padre saccheggia il Paese, Teodorino spende alla grande il denaro accumulato nei conti all’estero. Si dà alla bella vita in Europa: auto di lusso, fiumi di champagne, magioni da sogno, belle donne innamorate dei soldi razziati con la connivenza delle compagnie petrolifere.

Già, per il mio lavoro – e poiché mi hanno insegnato la buona educazione – ho dovuto stringere la mano a famosi massacratori incalliti. Dall’ex presidente liberiano Charles Taylor, al dittatore eritreo Isaias Afeworki; dal ricercato dal tribunale internazionale per genicidio, il leader sudanese Omar al Bashir,  a Sam Bokarie, detto Mosquito, uno dei capi del RUF (Revolutionary United Front) sierraleonese, gruppo famoso per tagliare le braccia ai ragazzini; dai capi delle fazioni congolesi, il generale Laurent Nkunda,  o il capo delle milizie tribali mai-mai La Fontaine (sì, come l’autore delle favole) ai leader dei miliziani islamici shebab. Ma non ho mai fatto affari con loro e al massimo ho accettato che mi offrissero un profumatissimo bicchiere di latte caldo (Laurent Nkunda, nel suo quartier generale). Naturalmente non ho versato nelle loro tasche un centesimo che potesse essere usato contro i loro sudditi o i loro nemici. Anzi devo dire che ho avuto un certo fastidio a stringere le mani di costoro: come se il sangiue che grondava dalle loro mani potesse in qualche modo trasferirsi sulle mie.
 

Pensando a Roberto Berardi mi domando come si fa sedersi a un tavolo, sorseggiare una tazza di the, stringere la mano e magari andare sottobraccio a un tiranno sanguinario come Teodoro Obiang quando si sa che il denaro delle royalty che gli stiamo offrendo sarà cause di sofferenze immani per la popolazione che lui governa.

Poco comprensibile, per me, anche il comportamento di Papa Francesco, che ha ricevuto in Vaticano con tutti gli onori il sanguinario Teodoro Obiang. Possibile che il sommo pontefice non si renda conto dell’impatto che questo suo gesto ha sudditi ingenui e superstiziosi della Guinea Equatoriale?

Per altro il Pontefice durante l’Angelus del Primo di Gennaio scorso ha citato la lettera della famiglia Berardi nella quale si chiedeva un aiuto per la liberazione del loro congiunto. Forse ad di là di una citazione durante il suo intervento dalla finestra di Piazza San Pietro, sarebbe stato più appressato un gesto concreto. Che so, io: una telefonata del Santo Padre al presidente Obiang per fargli liberare Roberto.

L’imperativo urgente è quello di fare qualcosa, subito, per Roberto Berardi che rischia di non uscire vivo da questa avventura. Giacché il regime di isolamento cui è costretto da 40 giorni non prevede neppure l’ora d’aria in cortile.

Un diplomatico dell’ambasciata italiana in Camerum, competente per territorio, giacché non esiste una nostra rappresentanza in Guinea Equatoriale, Roberto Semprini, ha incaricato un cittadino italiano che risiede nell’ex colonia spagnola di far visita a Berardi. E’ stato respinto all’ingresso: Roberto non può ricevere visite perché è rinchiuso in isolamento.

La straricca famiglia Obiang sembra comunque preoccupata per l’immagine negativa che questo caso le sta procurando. Qualche giorno fa Roberto ha ricevuto in carcere la visita di un ministro equatogiuneano che gli ha offerto la libertà in cambio dell’ammissione di colpa e della rinuncia a non intentare nessuna causa legale contro la famiglia “imperiale”.

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L’imprenditore ha respinto la proposta indecente, e ha fatto bene. In un paese dove la legge non conta, un’ammissione di colpa, anche se estorta, rischia di provocare ulteriori dolori. Nonostante le assicurazioni, non  c’è alcuna garanzia di ottenere la propria liberazione. Anzi c‘è il rischio di provocare un inasprimento della pena. Infatti Teodorino è rincorso da due ordini di cattura internazionali, emessi da Stati Uniti e Francia, e non è certo un’eventuale denuncia di un imprenditore italiano che può fargli perdere il sonno. Probabilmente c’è l’eterno gioco dell’arroganza dei dittatori che vogliono sempre trasformarsi da carnefici in vittime.

Una delle lettere scritte dai Berardi ai giornalisti per far conoscere la sorte del loro familiare, a un certo punto recita: “Ci domandiamo solo perché il Nunzio Apostolico Piero Pioppo, anche dopo l’intervento del Papa, non si sia fatto vivo, nè abbia fatto nulla, quasi come se ci siano interessi più forti del Papa stesso!”

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

Nelle foto: Roberto Berardi, Teodorin Obiang e la villa da trenta milioni di euro comprata dal figlio del dittatore e sequestrata dagli inquirenti americani. Infine un commento video di Massimo Alberizzi

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maxalb

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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  • Per quanto riguarda i paesi nordafricani Berberi e non arabi. Non tutti quelli che parlano il Portoghese sono dei portoghesi: come il Mozambico, l'Angola, la Guinea Bissaù, il Capo Verde. E non è che tutti quelli che parlano il francese siano dei francesi come la Costa d'Avorio, il Camerun, il Togo, il Benin, e tantomeno tutti quelli che parlano l'inglese sono degli inglesi come il Sudafrica, la Nigetia, il Ghana, lo Zimbabwe, lo Zambia, la Gambia, la Namibia e ecc....
    Smettetela di attribuire certe appartenenze etniche inesistenti al popolo berbero nordafricano.

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