Alan Kurdi
Roberta De Monticelli*
Milano, 26 maggio 2026
Se una vita individuale è incomparabile, anche una sola morte prematura è irreparabile. E per quanto questo contrasti con le nostre abitudini di calcolo, la perdita dell’assoluto di una vita non può accrescersi né diminuire con la moltiplicazione delle vite perdute.
Quella sola vita che aveva il piccolo Alan Kurdi e che gli fu strappata, quando lo vedemmo supino sul bagnasciuga e un giornale titolò “La spiaggia su cui muore l’Europa”, sciolse di colpo la nostra indifferenza e ognuno percepì vividamente tutto il male cui avevamo tacitamente consentito, lasciando che il Mediterraneo si riempisse degli annegati respinti al largo delle nostre coste, come ancora accade.
Adnan Al Bursh, chirurgo all’ospedale di Al Shifa, arrestato mentre operava, fu stuprato a morte con un bastone di ferro. L’orrore è così estremo che non c’è più spazio nelle nostre viscere perché si accresca, quando veniamo a sapere dall’ultimo rapporto di Francesca Albanese, Tortura e genocidio, che dal 7 ottobre 2023 Israele ha arrestato oltre 18.500 palestinesi, tra cui almeno 1500 bambini, e che, a febbraio 2026, Israele detiene ancora 9245 palestinesi in vari centri di detenzione, tra cui 1.330 condannati, 3.308 in custodia cautelare, 3.358 detenuti amministrativi senza processo, per non parlare delle 4000 vittime di sparizioni forzate.
Siamo fatti per percepire l’assoluto solo in prima persona, non appena una fisionomia esce dall’anonimato, o una personalità ci appare anche solo in un lampo, o in un nome proprio. E’ il fenomeno che fu chiamato anima, questa unicità di ogni vita che improvvisamente l’altro ci spalanca, quasi dicendo: è tutto quello che ho. Che avevo. E non cambia l’intensità di questa rivelazione improvvisa se dall’irreparabile di ciò che è perduto – un mondo, una memoria, un orizzonte: l’universo racchiuso in una monade – ci volgiamo a una salvezza forse ancora possibile di tutto questo, dell’unicità di un destino umano.
Mohammed è stato sbattuto su Instagram, legato mani e piedi, gli occhi bendati, con sopra l’annuncio: “In vendita”. Sua madre, Zahra Shorrab, lo ha riconosciuto. Lo cercava da due anni. Con che ansia cerchiamo il seguito della storia, in rete, con che speranza. Niente. Di Mohammed non si sa più niente.
Credo che questa lancinante consapevolezza sia negata agli inventari dell’orrore, che pure sono così necessari e devono restare il più possibile oggettivi, precisi anche nella conta dei numeri oltre che nell’identificazione delle fattispecie penali imputabili. Credo sia questo doloroso riconoscersi come fatti della stessa sostanza d’assoluto, fragilissima, la molla che muove Widad Tamimi, fondatrice dell’associazione Ioien (“Che io possa andare oltre” – l’unico frammento sopravvissuto di una lirica di Saffo: “un augurio solitario che raccoglie il peso delle parole perdute e la promessa di quelle ancora da pronunciare”).
Dedicata alla memoria di Claudia Weiss, radice materna ed ebraica di Widad, che nel nome palestinese porta la radice paterna. Nata per “trasformare il trauma in forza” di una nuova vita. Questa associazione – unica – si è adoperata non soltanto a sostenere materialmente ragazzi e ragazze di Gaza cui si è aperto l’orizzonte di una borsa di studio in Italia, ma ad aprire loro miracolosi varchi nello sbarramento incrociato dell’ottusità e della ferocia, delle burocrazie e delle politiche, a far nascere nei luoghi ospitanti comunità d’accoglienza, seconde famiglie, cure e balsamo per tutte le ferite.
Un altro scrittore – grande – illumina il paradosso della storia e dell’anima, che trasforma il trauma in una forza di salvezza.
“Hanno preso me. Tengono me in prigione. Ma chi me?….Alzò gli occhi alle stelle che tremolavano, sprofondandosi nell’infinito. E tutto questo è mio, e tutto questo è in me, e tutto questo son io, io stesso – pensò. – E tutto questo hanno preso e rinchiuso in una miserabile baracca.”
È la “pazza allegria” che ha preso Pierre Bezuchov, prigioniero dei francesi, in un punto culminante di Guerra e Pace. Tolstoj conosceva bene il sentimento dell’irrisoria sproporzione fra le tempeste della storia, per quanto gigantesche, e la grandezza incomparabile di una singola e sperduta coscienza d’uomo.
Roberta De Monticelli*
*Già ordinario di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.
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