Rachele Pozzi *
14 aprile 2026
Nel quadro geopolitico attuale, segnato da conflitti irrisolti e da una competizione crescente tra potenze globali, il pensiero di Francesco Cosimato generale NATO, in congedo con un’esperienza militare di quasi 40 anni alle spalle, appare sorprendentemente attuale. Le sue analisi, spesso in contrasto con la narrativa dominante, offrono una lettura che mette in discussione, sia le strategie occidentali, sia le rappresentazioni mediatiche dei conflitti.
L’uso della forza da parte di Israele nella Striscia di Gaza è un punto chiave. Per Cosimato, l’impiego indiscriminato della forza letale non è una soluzione efficace: prolunga il conflitto, lo radicalizza e non elimina la minaccia. La questione, sottolinea, è strategica oltre che etica: operazioni militari massicce, prive di un piano d’azione politico, spostano il problema, alimentando nuove forme di resistenza.
Cosimato invita inoltre a leggere l’Africa non come semplice teatro di “missioni umanitarie”, ma come spazio di competizione tra potenze. Sahel, Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Guinea sono oggi attraversati dagli interessi di Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia e Paesi del Golfo, mentre l’Unione Europea resta marginale. La crescente sfiducia verso l’Occidente non è spontanea: colpi di Stato “anti‑francesi”, campagne mediatiche e narrazioni anticoloniali rientrano, secondo Cosimato, nella logica della guerra ibrida, combattuta soprattutto sul piano informativo. L’Occidente perde terreno perché continua a raccontare l’Africa in chiave securitaria, mentre altri attori si presentano come partner “anti‑imperialisti”.
Anche la formazione dell’immaginario sui conflitti a proposito dell’Iran è un altro punto chiave. Cosimato osserva come sia “difficile reperire informazioni che non siano propaganda”, invitando a contrastare la manipolazione con logica e verifica critica delle fonti. Ricorda inoltre che il Medio Oriente non può essere ridotto alla sola questione israelo‑palestinese: attacchi alle navi, basi militari di Stati Uniti, Cina, Francia, Emirati e Turchia mostrano che l’area è un nodo logistico globale, dove contano soprattutto le capacità reali degli attori.
Il parere sull’Europa è severo. L’Unione Europea, afferma, “non dispone di una strategia unica, ma di una somma di politiche nazionali spesso incoerenti tra loro”. Questo vuoto viene colmato da altri: la Russia con compagnie militari private, la Cina con infrastrutture e debito. Lo strumento militare, ricorda “riflette sempre una visione politica: se tale visione manca, come può l’Europa affrontare le crisi emergenti?”
Che peso ha davvero l’Europa nelle decisioni di Stati Uniti e Israele?
Nel dibattito contemporaneo – è il pensiero del generale – emerge il ruolo limitato dell’Europa nelle scelte strategiche di Stati Uniti e Israele. Pur essendo un grande polo economico, l’UE non dispone di capacità autonome di proiezione militare, né di un comando unificato, restando dipendente dalla NATO e quindi da Washington. Anche sul piano economico, strumenti come sanzioni o accordi commerciali risultano indeboliti dalla frammentazione interna.
Nel rapporto con Israele, il quadro è ancora più evidente: Tel Aviv dipende dagli Stati Uniti per aiuti militari e copertura diplomatica. L’Europa resta un partner economico, ma non un attore capace di influire sulle decisioni più sensibili.
Secondo questa lettura, l’Europa non è protagonista né in Africa né in Medio Oriente. La sua debolezza strategica apre spazi che altri attori riempiono rapidamente. Il pensiero di Cosimato risulta quindi rilevante perché mette in luce le contraddizioni dell’Occidente e la fragilità dell’Europa come attore geopolitico, invitando a guardare meno alle dichiarazioni e più all’oggettività materiale: capacità militari, interessi economici, controllo delle rotte, dipendenze strutturali.
Rachele Pozzi*
rachelepozzi@icloud.com
*studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione, presso l’Università degli Studi dell’Insubria
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