Manifestanti in Sudan
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 aprile 2019
Il Consiglio militare transitorio (TMC) e i responsabili di Sudanese Professional Association (SPA) con i leader di alcuni partiti all’opposizione, che insieme rappresentano la coalizione Freedom and Change (a gennaio avevano firmato un documento in tal senso), hanno ripreso il dialogo per la formazione di un governo di transizione provvisorio congiunto.
Le trattative sono tutt’ora in corso, restano ancora parecchi punti spinosi da chiarire, come per esempio, la durata della transizione, quanti componenti militari e quanti civili faranno parte della nuova giunta e quali competenze saranno attribuite a ciascun membro e, punto davvero cruciale, la scelta del nuovo presidente del Consiglio. Inoltre, molti gruppi radicali islamici hanno chiesto di non cancellare la sharia prima delle nuove elezioni. Non sarà semplice formare un governo provvisorio. Sono ancora molte le questioni aperte per le quali è necessario trovare soluzioni e/o compromessi che possano garantire stabilità e sicurezza al Paese e traghettarlo verso nuove elezioni democratiche.
Nel frattempo le piazze e le strade non si svuotano, anzi, i manifestanti aumentano di ora in ora. La popolazione non demorde, vuole essere protagonista del futuro del Sudan, dopo trent’anni di oppressione e tirannia.
Come già annunciato qualche giorno fa, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano offerto tre miliardi di aiuti al TMC: cinquecento milioni di dollari in contanti da versare sulla Banca centrale sudanese per incrementare le riserve di denaro liquido. Mentre il resto sarà devoluto sotto forma di cibo, medicinali e prodotti petroliferi. I primi duecentocinquanta milioni sono già arrivati dagli Emirati, un accordo è stato firmato a Abu Dabi tra Amna Mirhgani Hassan, capo del settore finanziario della Banca centrale del Sudan e Mohammed Saif Al Suwaidi, direttore generale di Abu Dhabi Fund for Development (ADFD).
Omar al Bashir, presidente destituito l’11 aprile, salito al potere nel 1989 dopo un colpo di Stato, si trova attualmente in una prigione a Khartoum. L’opposizione chiede che venga consegnato alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini commessi durante la guerra in Darfur. Nel 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d’arresto internazionale contro l’ex presidente sudanese.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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