Emanuela Ulivi
1° giugno 2026
Dopo giorni di combattimenti il 31 maggio le forze israeliane hanno issato la bandiera israeliana e quella della Brigata Golani sul Castello di Beaufort, situato nei pressi del villaggio di Arnoun, a nord del fiume Litani. Una “svolta decisiva” nella guerra contro Hezbollah, ha esultato Netanyahu, rivendicando l’eliminazione di 8.000 combattenti della milizia sciita libanese dal 2023 ad oggi, 700 soltanto nell’ultimo mese.
Israele torna così dopo 26 anni ad insediarsi nella fortezza del 12° secolo posizionata sulla cresta del Monte Amel, a 710 metri sul livello del mare, di grande rilievo strategico perché domina tutto il Sud del Libano e il nord di Israele, utilizzata dall’OLP negli anni ’70 e occupata da Israele dal 1982 fino al ritiro dal Libano il 25 maggio del 2000.
Nonostante il cessate il fuoco firmato il 16 aprile scorso, dopo la ripresa della guerra in grande stile il 2 marzo col lancio di razzi su Israele da parte di Hezbollah, i combattimenti tra Israele e la milizia sciita non si sono mai fermati.
Nemmeno dopo la proroga della tregua di 45 giorni decisa il 15 maggio, durante la prima sessione dei negoziati diretti tra Israele e Libano a Washington. Israele continua ad avanzare, oltre la zona tampone di sicurezza di 10 chilometri stabilita unilateralmente in territorio libanese, che comprende anche una zona marittima. Un’altra linea gialla, come quella di Gaza, che Israele stesso ha già oltrepassato.
Sono decine i villaggi distrutti, cancellati dalla carta geografica del Sud del Libano, migliaia le abitazioni e gli edifici fatti esplodere o demoliti. Distrutti scuole e ospedali. Oltre 3.400 le vittime e 10.300 i feriti negli ultimi tre mesi.
Stando a un’indagine del giornale Orient-Le Jour, dal 2 marzo al 16 aprile gli allertamenti dell’esercito israeliano alla popolazione prima dei bombardamenti sono stati 152 su 3.555 attacchi, ossia il 2,4 per cento. Migliaia gli sfollati che si aggiungono al milione e 200.000 precedenti e migliaia gli ettari (46.479 calcolati alla fine di marzo dal ministero dell’Agricoltura) di terreni agricoli danneggiati o bruciati dalle bombe al fosforo.
Pochi giorni fa Israele ha avvisato che considera “zona di combattimento” tutto il territorio libanese a Sud del fiume Zahrani, a 40 chilometri dalla frontiera.
Israele avanza da sud e da est, contrastato da Hezbollah. Da giorni le province di Nabatiyeh e di Tiro sono sotto attacco, dopo l’ordine di evacuazione esteso anche ai campi profughi palestinesi di Rachidieh, Al-Bass e Burj el-Shemali.
Oltre ai morti da una parte e dall’altra, alle famiglie e ai villaggi spazzati via, i bombardamenti su Tiro, che ospita un importate sito archeologico, rivelano in modo evidente il volto di questa ennesima guerra nel Paese dei Cedri.
Come ha affermato il capo del governo libanese Nawaf Salam, quello che abbiamo di fronte “non costituisce semplicemente un’espansione o un’incursione israeliana. Israele non prende di mira unicamente determinati siti, ma mette in atto una politica di distruzione generalizzata di città e di località, così come di tutti i mezzi di sussistenza che trova, procedendo a degli sfollamenti di massa assimilabili ad una punizione collettiva inflitta alla nostra popolazione pacifica. Si tratta di politiche condannate da tutte le norme del diritto internazionale. Quello che fa Israele non costituisce solo una violazione della sovranità del Libano ma un tentativo di cancellare la sua storia”.
Il timore è che il Sud del Libano diventi un cumulo di macerie come Gaza, rovine sotto le quali potrebbe scomparire la storia e la memoria della sua gente, rendendo impossibile il ritorno degli sfollati.
A Tiro, città-stato fenicia, uno dei centri abitati più antichi del mondo, patrimonio Unesco dal 1984, col suo ippodromo romano lungo 480 metri nell’area di Al-Bass – nel quale a marzo sono stati posizionati gli “scudi blu” per rammentare ai belligeranti che quello è un sito soggetto in tempo di guerra alla convenzione dell’Aia del 1954 – e l’area di Al-Mina, che comprende le rovine dell’antico porto fenicio, una strada colonnata romana, un’arena e le terme, non è racchiusa solo la storia del Libano ma anche una parte rilevante della storia del Mediterraneo. E dell’Europa, a partire dal nome che ha origine nella mitologia greca dalla principessa Europa, figlia di Agenore re di Tiro, rapita da Zeus.
A Tiro sono contenuti resti di epoca greca, romana e bizantina, tra edifici civili, colonnate, bagni pubblici, strade con mosaici. Nel 2021 i caschi blu italiani dell’Unifil hanno portato a termine un progetto per la manutenzione e l’ampliamento dell’impianto fotovoltaico di illuminazione del sito archeologico di Tiro, finanziato dal nostro Ministero della Difesa e portato a termine dalla cellula CIMIC (Cooperazione Civile-Militare) del comando del settore Ovest del Sud del Libano, in coordinamento con le autorità locali, impiegando manodopera del posto.
Danni al nuovo museo ancora in costruzione vicino all’area di Al-Bass e un incendio nella boscaglia all’interno del perimetro storico, erano stati registrati già a marzo dopo un attacco israeliano.
Il 27 maggio l’aviazione israeliana ha distrutto al completo il complesso dell’Imam Hussein, un’istituzione sciita che agli inizi del 2025 ha fornito alloggio e sostegno a centinaia di famiglie siriane. I recenti bombardamenti hanno toccato quartieri storici, chiese, moschee.
In una lettera aperta, un gruppo di cittadini di Tiro ha indirizzato alle massime cariche dello Stato un appello affinché si intensifichino le iniziative diplomatiche per mettere fine alla distruzione della storica città di Tiro. Chiedono che Tiro sia dichiarata “città aperta” senza alcuna presenza armata, che l’esercito e le forze di sicurezza ufficiali garantiscano la sicurezza degli abitanti e il rispetto dell’autorità dello Stato. Vogliono un cessate il fuoco vero a Tiro, a Nabatiyeh, in tutto il Sud e in tutto il Libano. In contemporanea il Comitato libanese per la salvaguardia di Tiro ha esortato la comunità internazionale a intervenire senza indugio per proteggere la città millenaria, oggetto da giorni di massicci bombardamenti.
Non solo Tiro, non solo la stupefacente Heliopolis di Baalbek nella valle della Beqaa: in Libano la storia è presente nella miriade di resti antichi disseminati in tutto il Paese, testimoni di epoche e dominazioni. Un patrimonio tanto imponente quanto esposto. Ad aprile è stato bombardato il santuario di Chamoun es-Safa, un monumento addossato alla cittadella e risalente al primo secolo, attribuito dalla tradizione popolare alla tomba del profeta Chamoun es-Safa, situato nel villaggio di Shamaa, a 10 chilometri da Tiro e vicino all’omonima base dell’Unifil.
La tomba custodirebbe i resti di Simone, uno degli apostoli di Gesù, che nella tradizione orale locale sarebbe stato un antenato del Madhi (l’imam della tradizione sciita discendente da Maometto che dovrà riapparire alla fine dei tempi), la cui madre era cristiana prima di convertirsi all’Islam.
La cittadella medievale di Shamaa era già stata colpita invece dalle forze israeliane nel 2024, e per questo iscritta nella lista di protezione rinforzata dell’Unesco che, su sollecitazione del ministro della cultura Ghassan Salameh, ha successivamente aumentato da 39 a 73 il numero di siti libanesi sotto questa tutela rinforzata.
Proprio il 3 giugno 2021 l’ambasciatrice d’Italia in Libano, Nicoletta Bombardiere, aveva inaugurato insieme all’allora ministro della Cultura libanese Abbas Mortada, il Castello di Shamaa, al termine dei lavori di restauro della cittadella storica e della sua area fortificata, iniziati nel 2015 ed eseguiti a cura del Consiglio per la Ricostruzione e lo Sviluppo libanese. Lavori finanziati con un dono del Governo italiano di 700.000 Euro, attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – Sede di Beirut.
La cooperazione dell’Italia col Libano risale al 1983 e nel 2006 ha aperto una sede permanente a Beirut. Tra i vari settori di intervento, l’Italia si è impegnata in ambito archeologico con numerosi progetti.
Per citarne solo alcuni, il restauro delle sei colonne romane rimaste del tempio di Giove a Baalbek, alte 20 metri, e della loro trabeazione che si eleva per altri cinque metri, i lavori di conservazione e consolidamento del santuario di Apollo e delle colonne del ginnasio nella zona archeologica di Tiro, gli interventi di conservazione nel Castello di Terra a Sidone, il restauro degli affreschi sotterranei della Tomba di Tiro di epoca romana, oggi conservata nel Museo nazionale di Beirut. In una commistione di passato e presente che ci identifica per quello che siamo.
Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
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