Emanuela Ulivi
18 luglio 2026
“Specially managed wild animal”, animale selvatico a gestione speciale. Da giovedì scorso i coccodrilli sono stati promossi da specie protetta ad animali utilizzabili a fini di sicurezza. Nel caso, con funzioni di guardie carcerarie.
Questo è il nuovo status legale del coccodrillo del Nilo, a seguito della riclassificazione operata dalla ministra israeliana per la Protezione dell’Ambiente, Idit Silman, nonostante il parere contrario del consulente legale dello stesso dicastero, Neta Drori, e le eccezioni sollevate dall’Autorità per la Natura e i Parchi.
Il nuovo status dei coccodrilli consentirà di tenere questi rettili in strutture diverse dagli zoo o da altri ricoveri dedicati. E permette agli enti governativi, compreso il Servizio Carcerario Israeliano, di tenerli nelle loro strutture, a specifiche condizioni.
Con questa ordinanza, la ministra Idit Silman (del partito del Likud, lo stesso del premier Netanyahu), di fatto spiana la strada alla realizzazione della “prigione dei coccodrilli”, proposta mesi fa dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Il progetto prevede di posizionare coccodrilli nei fossati intorno alle strutture carcerarie, con mansioni dissuasive.
A dicembre dell’anno scorso, il ministro di estrema destra Ben Gvir aveva infatti proposto al Commissario Capo del Servizio Carcerario Israeliano, Kobi Yaakobi, di costruire una struttura per i prigionieri terroristi, circondata dai coccodrilli per scoraggiarne l’evasione.
Negli stessi giorni la Knesset stava esaminando la legge sulla pena di morte per i terroristi, confezionata per essere applicata ai palestinesi colpevoli di attacchi o attentati mortali anti israeliani. Legge poi approvata a marzo, con tanto di brindisi da parte dei deputati favorevoli, che è valsa al ministro Ben Gvir anche la surreale torta di compleanno preparata dalla moglie e decorata con un cappio alla crema.
L’idea degli alligatori, Ben Gvir l’aveva scopiazzata dall’inarrivabile presidente americano Donald Trump, che a luglio 2025 ha aperto in Florida due centri di detenzione dell’ICE per migranti in attesa di deportazione. Uno dei due si chiamava Alligator Alcatraz, perché situato in una zona paludosa abitata dagli alligatori, ritenuti utili a prevenire le fughe. Il centro, oggetto di denunce da parte di varie ONG e di Amnesty per i trattamenti crudeli e inumani, è stato chiuso a giugno di quest’anno.
Alla base della proposta del ministro della Sicurezza Nazionale ci sono anche considerazioni di tipo economico.
Ecco il piano: poiché un coccodrillo piccolo costerebbe 8.000 dollari, contro i 20.000 di uno più grande, il ministero di Ben Gvir acquisterebbe quelli di piccola taglia – ma non per questo meno pericolosi – da allevare nella struttura di destinazione. A gestirli sarebbero gli agenti penitenziari.
Questo porterebbe ad un risparmio di milioni di shekel all’anno sui costi del personale di una prigione. E i risultati sarebbero persino migliori, secondo le considerazioni di una fonte della testata israeliana Maariv, rilanciate dal Jerusalem Post a gennaio. Insomma, un affare.
A quanto si sa, sono circolate due ipotesi sulla struttura carceraria in cui sperimentare il progetto di prigione guardata a vista dai coccodrilli. Una nuova, da costruire vicino all’Hamat Gader, il complesso archeologico e termale posto sul Golan occupato da Israele, vicino al confine con la Giordania. All’interno c’è infatti un giardino zoologico con oltre 200 coccodrilli, parte dei quali potrebbero essere trasferiti facilmente intorno alla nuovo prigione. A gennaio, alcuni esponenti del Servizio Carcerario Israeliano hanno fatto un sopralluogo all’Hamat Gader, per riferire al ministro.
La seconda struttura potrebbe essere la prigione di Ketziot, nel deserto del Negev, dove sono detenuti i palestinesi per motivi di sicurezza.
Secondo il rapporto trimestrale sui detenuti del Servizio Penitenziario Israeliano, a settembre 2025 erano 10.863 i palestinesi reclusi nelle carceri israeliane, classificati come “security prisoners”. Tra questi 350 bambini e 48 donne.
Duemila sono stati rilasciati ad ottobre 2025, nell’ambito dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Ottantaquattro sono invece i morti accertati, tra i quali un minore, nel periodo compreso tra l’inizio della guerra a ottobre 2023 e i primi di gennaio 2026.
I dati sono contenuti nell’ultimo rapporto Living Hell (Vivere l’Inferno), uscito a gennaio di quest’anno, stilato da B’Tselem – Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati, che documenta le torture e le condizioni disumane cui sono sottoposti i detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. (https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202601_living_hell_eng.pdf)
“L’insieme di tutti i risultati porta ad una conclusione inequivocabile: Israele continua la sua politica sistematica e istituzionalizzata di tortura e abuso nei confronti dei prigionieri palestinesi, approvata e sostenuta dal sistema politico, dal sistema giudiziario, dai media e, naturalmente, dalle stesse autorità carcerarie, che si vantano apertamente delle condizioni disumane in cui sono detenuti i prigionieri palestinesi”, conclude B’Tselem.
Diverse testimonianze raccolte da B’Tselem e dettagliate nel rapporto sono proprio di prigionieri usciti dal carcere di Ketziot.
Emanuela Ulivi
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