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Diario dalla Palestina
Clarissa Flann
Gerusalemme, 5 maggio 2026
PREMESSA: Ho vissuto a Gerusalemme negli ultimi due anni, arrivata credendo di conoscere almeno in parte quello che mi aspettava, e subito soverchiata dalla complessità di una situazione inimmaginabile se non vissuta con i propri occhi. Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, ma in questo periodo ho cercato di raccontare a chi, tra amici e famigliari, aveva voglia di ascoltare, cosa significa vivere quotidianamente un’occupazione che non rispetta nemmeno le basi del diritto internazionale umanitario.
Storie che ho vissuto o che ho raccolto da persone a me vicine, storie quotidiane, che raccontano di una vita che è precaria e oppressa da generazioni. Piccole storie, se messe a confronto con la violenza brutale dei coloni o gli orrori indicibili del genocidio, ma sono quelle attraverso cui io sono entrata in contatto con questa realtà complessa e stratificata.
L’altro giorno siamo stati a Nablus, e la nostra prima tappa é stata un cancello chiuso. Da Nablus, infatti come in tutta la Cisgiordania, non si può entrare o uscire liberamente: occorre attraversare uno dei checkpoint controllati dai soldati, che verificano documenti e macchine in ingresso, ma soprattutto in uscita. I posti di blocco per accedere a Nablus sono diversi, ma non sai mai quando sono aperti o chiusi, e ieri Huwara, quello più vicino a Gerusalemme, era chiuso.
Quella cancellata arancione è ormai una presenza comune davanti a tutti i villaggi, anche per muoversi all’interno della Cisgiordania: ogni tanto è chiusa, questo vuol dire che non si entra e non si esce. Per quanto tempo non si sa, e per quale ragione nemmeno.
I cartelli rossi ai lati dicono che ai cittadini israeliani è proibito entrare in territorio palestinese, cioè oltrepassare quel cancello. C’è scritto che è contro la legge e che è pericoloso per gli israeliani.
E qualcuno è davvero terrorizzato, per molti i palestinesi sono il nemico che temono senza nemmeno conoscere. Prima del cessate il fuoco, quello recente tra USA e Iran, camminavo nella città vecchia di Gerusalemme, in direzione della porta di Damasco, quando mi si è avvicinata una ragazza, parlandomi in ebraico. Si guardava intorno con occhi spalancati e mi ha chiesto come raggiungere Mamila, un centro commerciale di cui varrebbe la pena raccontare la storia, ma ora ci porterebbe troppo fuori strada.
Comunque, la accompagno fuori dalla porta e le mostro la strada, lei attaccata a me come una bambina che ha paura di perdersi. Pensando agli allarmi e ai detriti di missili che negli ultimi giorni sono caduti sulla città, non posso fare a meno di chiederle se la sente di andare da sola, se è spaventata, e lei mi dice sí, che ha paura. Degli arabi. Degli arabi?!? Abbiamo appena superato il solito drappello di soldati israeliani armati fino ai denti, e lei ha paura degli arabi… Ti sbagli, dovresti provare a parlare con loro, provo a dirle, scopriresti che sono esseri umani come te.
Tornando alla nostra visita a Nablus, davanti alla barriera chiusa, abbiamo fatto inversione e viaggiato almeno ancora mezz’ora per attraversare l’unico varco aperto. Dove, in direzione contraria alla nostra, si è formata una coda lunghissima: ore di attesa per chi deve uscire per, presumibilmente, andare a lavorare.
Al checkpoint i soldati, anche questi armati fino ai denti, hanno controllato i documenti e ci hanno chiesto due volte se sapevamo dove stavamo andando, come dire: siete pazzi, non avete letto i cartelli?
La città invece, soprannominata la Piccola Damasco, è vivace e accogliente: la zona moderna pullula di negozi e gente indaffarata, il centro storico é labirintico, con il suq, il profumo di spezie, i colori, e i laboratori dove si prepara il knafeh, il famoso dolce.
Ma in questo Paese ogni angolo nasconde cicatrici, e i muri della città vecchia sono tappezzati di lapidi e di foto di giovani, spesso con un’arma in mano. Sono i martiri, i resitenti di Nablus, terroristi per gli israeliani: ragazzi, se non bambini, uccisi nei raid israeliani all’interno della cittá. Impressionante.
Su un muro vediamo una lapide, si tratta di un’intera famiglia: nel 2002 per entrare nella strada adiacente i soldati sono passati sulla loro casa con un bulldozer corazzato, nel cuore della notte. Otto persone schiacciate nel sonno. E non troppo lontano, uno spazio libero dove c’era una casa, un’altra casa interamente abbattuta per arrestare un ricercato, che in quel momento non si trovava nemmeno lí. E poi ancora foto, e lapidi.
All’ingresso del campo profughi principale di Nablus, Balata, c’è una enorme chiave, simbolo della speranza del ritorno. Molti abitanti del campo hanno ancora le chiavi della casa che sono stati costretti ad abbandonare nel 1948, alla proclamazione dello Stato di Israele.
Con la promessa che sarebbero tornati, sono partiti dai loro villaggi e sfollati nei Paesi confinanti o a est, nei campi profughi allestiti da UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi). Dovevano essere alloggi provvisori, una sola stanza, bagni comuni, niente servizi. E sono lì da 70 anni.
Contadini e allevatori, abituati a stare all’aperto, ad avere terre e animali, costretti in spazi strettissimi, in vicoli dove nemmeno il sole riesce a filtrare, in case in cui, se serve un frigorifero nuovo, occorre aprire una breccia nel muro per farlo passare.
C’è una scuola nel campo, gestita da UNRWA, ma da qualche mese Israele ha bandito l’agenzia con l’accusa, mai confermata, di un coinvolgimento di alcuni suoi collaboratori nel massacro del 7/10, e quindi questa, come la maggior parte delle scuole nei campi profughi, rimane chiusa.
Sono 70 anni che queste famiglie vivono qui, con in tasca la chiave di una casa di qualche villaggio che forse non esiste nemmeno più.
Clarissa Flann
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