Marina Barham
Alessandra Fava
Genova, 12 giugno 2026
“Parlare di resistenza e resilienza indica già che qualcosa non va. Dobbiamo dire che non è normale”: è tagliente la voce di Marina Barham, cofondatrice e direttrice del Teatro Al-Harah, che vuol dire il quartiere o la via e si trova a Beit Jala, a due passi da Betlemme e del Performing Art Training Center.
Barham è in giro per l’Italia a parlare di teatro, terapia e libertà di espressione del suo fare teatro. Far teatro con i ragazzi e con gli adulti per superare la paura.
L’altro giorno era a Genova, in piazza Andrea Gallo, nel cuore del Ghetto (centro storico), nello spazio di Defence for Children Italia, in un evento promosso dal collettivo Viva Viva Palestina al quale aderiscono anche diversi attori e registi.
“Di Gaza e della West Bank ormai restano territori frammentati – spiega la regista mostrando le carte dell’ONP dalla Dichiarazione di Balfour 1917 durante il mandato britannico a oggi –. Il dramma non inizia col 7 ottobre come si vede dalle mappe. Oggi ci sono tanti corpi sotto le macerie a Gaza, 45 mila bambini sono rimasti feriti e molte famiglie sono venute in Italia in cerca di cure. Immaginate che cosa vuol dire avere sei anni, essere in un Paese straniero, magari con la tua nonna e senza il resto della famiglia e senza una gamba o un braccio. Come può crescere un bambino in un Paese lontano?”.
Dal ‘48 a oggi è stata un’erosione continua di territorio. Gli ultimi anni hanno visto un aumento esponenziale dei check point, azioni sempre più violente e omicide dei coloni. Come si vive il quotidiano?
“Nella paura continua. A Beit Jala c’è una sola via d’uscita e così quasi tutti i villaggi e le città sono chiuse. Si fa fatica a spostarsi. Ho paura quando vado al check point, ho paura se i figli dei miei amici vanno all’Università, ho paura quando un medico va nel suo ospedale. Viviamo nell’incertezza e nella paura continuamente. Oltre ai check point negli ultimi anni sono stati aggiunti 1.200 cancelli nella West Bank. Sono come delle frontiere, alcuni di questi cancelli addirittura si aprono e si chiudono a comando. Molte famiglie sono state cancellate, tre campi profughi tra cui Jenin sono stati svuotati e distrutti”.
Per le associazioni come la vostra è sempre più difficile ricevere soldi dall’estero. Come fate?
“Grazie a contatti con attori e teatranti a Gaza siamo riusciti a mandare degli aiuti perché possano continuare a fare qualcosa per i bambini di Gaza. A Gerusalemme, Israele ha chiuso 40 ONG. Erano associazioni che supportavano la popolazione civile a Gaza e anche in Cisgiordania. Le 40 organizzazioni ora hanno fatto ricorso alla Corte suprema israeliana”.
Si vuole anche sradicare una cultura arrestando intellettuali e non solo attivisti.
“Nida una fotografa di eventi e matrimoni è stata rapita alcune settimane fa ed essendo in detenzione amministrativa non può ricevere visite dei parenti, assistenza legale e rimane lì senza processo. Molti artisti sono in stato di arresto amministrativo. In 3 anni nella West Bank sono stati arrestate 22 mila persone e ci sono 10 mila detenuti amministrativi. Di recente hanno arrestato anche tre ragazze che andavano all’Università di Bir Zeit, una di loro giocava in una squadra di pallone. Le famiglie non sanno dove sono finite. Abbiamo anche paura della legge sulla pena di morte per i palestinesi che è stata approvata di recente. So che Luisa Morgantini in Italia ha iniziato una campagna contro questa legge totalmente contraria al diritto internazionale”.
Nelle immagini slide che hai fatto scorrere spesso si leggono le parole “trauma” e fear”, trauma e paura. Che cosa può fare il teatro?
“Sono tre anni che abbiamo sospeso gli spettacoli pubblici, nei teatri e per la strada, perché ci sono stati troppi morti, troppi lutti e nella nostra cultura non è certo il momento per fare delle feste. A ottobre prossimo vorremmo riprendere col Carnevale per la strada e degli spettacoli che abbiamo preparato. Perchè in questi tre anni abbiamo continuato a lavorare anche se non in pubblico”.
Chi partecipa ai vostri lavori?
“Donne e bambini, ma anche tanti adulti. Facciamo teatro per creare degli spazi sicuri dove donne e bambini possono esprimersi e ritrovare la libertà. Il teatro diventa un luogo di espressione senza paura, dove lasciar andare le emozioni e dove finalmente i bambini possono essere bambini. E’ un luogo di cura collettiva”.
Da teatranti avete le competenze psicologiche per affrontare i traumi dell’occupazione sempre più feroce dal 7 ottobre?
“Dopo il 7 ottobre ci siamo accorti che non avevamo i mezzi per affrontare tutto. Ci siamo fatti aiutare da sociologi, psicologi per imparare come gestire il trauma e far diventare il recitare medicina. Il nostro teatro non è intrattenimento ma piuttosto serve a superar l’angoscia e la paura almeno per qualche minuto”.
Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.
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Per informazioni alharah.org
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