AFRICA

Lo schiavismo è un crimine? Per l’ONU sì, per gli USA e Israele no. E l’Europa si astiene

Speciale Per Africa ExPress
Luigi Alfonso
26 marzo 2026

È un mondo che gira sempre più al contrario. Non bastasse la delicatissima situazione in Medio Oriente, che non è ristretta a quell’area ma coinvolge tutto il pianeta, nei contesti internazionali non si trova un minimo di equilibrio nemmeno sugli argomenti che riguardano il passato remoto.

L’ennesima conferma è arrivata ieri, quando l’assemblea generale Onu si è trovata a discutere la risoluzione proposta dal Ghana, per riconoscere la schiavitù dei deportati africani come il più grave crimine contro l’umanità.

Tre Paesi si sono opposti in maniera chiara: due di essi, Stati Uniti e Israele, ormai viaggiano in sintonia su qualunque tema. Ma non sorprende affatto neppure il no dell’Argentina, visto che l’amministrazione Milei è sponsorizzata dall’amico Trump, notoriamente allergico alle questioni umanitarie.

Se 123 Paesi hanno sostenuto la risoluzione (che, vale la pena di ricordarlo, non è giuridicamente vincolante ma ha comunque un peso politico), altri 52 si sono astenuti: oltre all’Unione Europea in blocco, anche la Gran Bretagna.

Va da sé che pure l’Italia si è allineata a coloro che non hanno preso una posizione chiara in merito. Un atteggiamento che è perfettamente in linea con gli esercizi di equilibrismo mostrati negli ultimi tempi, soprattutto in merito ai conflitti mediorientale e in Ucraina: un po’ con una parte e un po’ con l’altra, a seconda della convenienza del momento.

Insomma, meglio stare allineati e coperti, senza offendere gli “alleati”. I Paesi Bassi rimangono, al momento, l’unico Paese europeo ad aver presentato scuse formali per il proprio ruolo nella schiavitù.

Perché il Ghana ieri ha presentato questa risoluzione? Il suo rappresentante alle Nazioni Unite ha affermato che «era necessaria perché le conseguenze della schiavitù, che ha visto almeno 12,5 milioni di africani rapiti e venduti tra il XV e il XIX secolo, persistono ancora oggi, comprese le disparità razziali».

Durante la votazione dell’Assemblea generale, il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Ablakwa, ha ribadito che «questa risoluzione richiede che venga fatta giustizia».

La risoluzione segna un nuovo passo negli sforzi dei Paesi africani per ottenere che le ex potenze coloniali si assumano la responsabilità delle ingiustizie storiche, dopo che l’Unione Africana nel 2025 ha deciso di creare una “visione unificata” tra i suoi 55 Stati membri sulle possibili riparazioni. Per esempio, attraverso la presentazione di scuse formali, la restituzione dei manufatti rubati, la fornitura di un risarcimento finanziario e la garanzia che ciò non si ripeta nel presente e nel futuro. È chiedere troppo?

Justin Hansford, professore di Diritto alla Howard University, ha spiegato che «la risoluzione è significativa in quanto rappresenta il massimo che l’Onu abbia mai fatto nel riconoscere la schiavitù transatlantica come crimine contro l’umanità, e nel chiedere un risarcimento. Non potrò mai sottolineare abbastanza quanto sia grande questo passo».

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invece dichiarato che «occorre un impegno molto più deciso» da parte di un maggior numero di Stati per affrontare le ingiustizie storiche. Giusto. Tuttavia, le continue violazioni di alcuni Paesi, rispetto ai Trattati internazionali, stanno suscitando crescenti e legittime perplessità sull’attuale autorevolezza dell’Onu.

Una considerazione finale. Anzi, due. La prima, va riconosciuta a Usa e Israele la coerenza nel mancato rispetto dei diritti umani, visto ciò che stanno compiendo contro Palestina, Iran e Libano, sotto gli occhi di tutti.

Con ripercussioni a livello planetario, come ben sappiamo. La seconda, prende spunto dal servizio pubblicato oggi da Africa ExPress a firma di Sandro Pintus. Ci dice che gli africani che desiderano entrare negli Stati Uniti sono costretti a pagare, prima del loro ingresso, una cauzione che oscilla tra i cinquemila e i 15mila dollari. «La pesantissima gabella è proporzionata al benessere finanziario o alla fragilità economica degli africani. Ma, attenzione, la cifra più alta spetta ai più poveri», precisa Pintus.

Gli ultimi, i più fragili e i più deboli, l’amministrazione Trump non li sopporta proprio. Meglio tenerli il più lontano possibile. E concentrarsi su una guerra che, volenti o nolenti, presto presenterà il conto.

Chissà come reagirà il popolo americano, quando emergeranno i veri numeri sui loro connazionali morti sotto i bombardamenti iraniani. È il prezzo da pagare per distogliere la gente dagli sviluppi del caso Epstein.

Luigi Alfonso

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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