Disadattati, emarginati, senza futuro: le periferie dove l’ISIS recluta i jiadisti di origine nordafricana

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 dicembre 2014

Le periferie degradate belghe e francesi scoppiano di potenziali jihadisti, come gli autori delle stragi di Parigi. Uno spaccato ormai molto simile all’entroterra di ignoranza e miseria degli Stati nord-africani. In un anno, secondo i dati aggiornati dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence (ICSR) i foreign fighters, combattenti stranieri in Siria e in Iraq, con la cittadinanza d’Oltralpe sono raddoppiati a circa 1.200 unità. Numeri sempre più vicini, per esempio, ai 1.500 jihadisti del Marocco.

Anche in Germania, come in Gran Bretagna, se ne stimano tra i 500 e i 600, ormai come in Libia. Quasi tutti di fede salafita, gli islamisti radicali che lo Stato tedesco calcola essere balzati dai 3.800 del 2011 ai circa 7 mila odierni. “Molti sono giovani che si sentivano degli esclusi e ora si credono al top. È cool partire per la Siria o per l’Iraq, è cool ricevere la mattina un tweet da Aleppo, avere amici su Facebook che vivono laggiù”, ha dichiarato “preoccupato” il responsabile dell’Ufficio federale tedesco per la tutela della Costituzione Hans-Georg Maasen.

Maasen ha anche ammesso che i dati dei report sul terrorismo islamico (per lo più forniti dai governi) sono riduttivi, neanche di poco. Nell’ottobre 2014, in Germania risultavano schedati 450 foreign fighters. Ma il “nero”, il numero reale di loro, sarebbe “enorme”, se si considera che la maggioranza dei jihadisti è individuata dai servizi segreti tardi, quando – come Hayat Boumedienne, compagna dell’attentatore del supermercato kosher parigino, Amedy Coulibaly –  è già entrata nel territorio dell’ISIS in Siria e Iraq.

Ragazzi che, con gli amici e i conoscenti in Europa, chattano in Rete delle loro gesta nello Stato islamico, travisate come eroiche. Molto spesso appartengono a seconde e terze generazioni di immigrati, di origine nord-africana, cittadini europei a tutti gli effetti ma difficilmente integrati. In misura minore, i foreign fighters sono anche occidentali, come l’italiano Giuliano Ibrahim Delnevo o le mogli convertite di alcuni musulmani, dai caratteri instabili o dai trascorsi personali difficili.

Capire non è giustificare, aiuta. Dai curriculum dei combattenti jihadisti emerge una multitudine di personalità deviate, talvolta fragili, talvolta criminali. Vite da disadattati, tra le file degli emarginati che, anche in Europa, per la crisi si ingrossano sempre di più. La 26enne Boumeddiene, francese di origini musulmane, era cresciuta dai servizi sociali, dopo la morte della madre e un’infanzia difficile, come quella dei suoi sei fratelli, prima di finire nelle braccia di Coulibaly e tra i supporter di Al Qaeda e dell’ISIS.

Il reclutamento, ogni settimana, nella “filiera irachena” del XIX arrondissement parigino di Saïd e Chérif e Kouachi, autori del massacro nella redazione di ‘Charlie Hebdo’ e amici di Coulibaly e Boumeddiene, non era così diverso dall’adescamento dei fondamentalisti, tra i disoccupati, i disperati e anche tra gli handicappati dell’entroterra, per esempio, tunisino.

In Marocco, secondo Paese nord-africano per combattenti stranieri in Iraq e in Siria (il primo è la Tunisia, con circa 3.000), un’inchiesta del sito Magharebia ha tracciato un profilo dello jihadista aderente con quello dell’identikit tedesco Maseen. “Gli schiavi dell’Isis” sono “giovani, anche minorenni”, “usati come carne da macello”, a Kobane, in Siria, o all’hotel di lusso Carinthia a Tripoli, in Libia. Adolescenti, di “età inferiore a 15 anni”, irretiti “tra i disperati dalla propaganda dei terroristi, che promettono loro alti stipendi e bottini delle battaglie vinte”. Ma attratti anche dalla “prospettiva di uscire da uno stato di noia e di monotonia”.

Per Adnane Mokrani, docente di Islamistica al Pontificio istituto di Studi arabi e islamistica (PISAI), “una lettura del Corano rigida e settaria, qual è quella salafita, crea una visione problematica della religione e del mondo. Ma senza altri fattori non può trovare eco nella società”. Se è vero che la maggioranza dei foreign fighters proviene da ambienti salafiti (o meglio dal cosiddetto jihadismo salafita), “non tutti i salafiti sono criminali. Il fenomeno è più complesso. La religione si intreccia a fattori storici e sociali. Nelle banlieue francesi cresce la delinquenza, i giovani vengono manipolati da predicatori di un islam strumentalizzato”.

Secondo Mokrani, la radicalizzazione va studiata con un approccio anche storico e geopolitico. Come Boumedienne, i fratelli Kouachi di origine algerina erano diventati grandi tra istituti e genitori adottivi, nei quartieri-ghetto di immigrati, tra la delinquenza comune. Non tutti gli esclusi cedono ai lavaggi del cervello, da esclusi ma è più facile farlo. Il sociologo Peter Imbrusch, ricorda l’associazione SOS Villaggi dei Bambini che fa assistenza all’infanzia e accoglienza alle famiglie, descrive le persone svantaggiate come particolarmente vulnerabili rispetto alle credenze radicali.

Anche secondo un’analisi della Banca Mondiale, le aree con una grande percentuale di giovani disoccupati sono a rischio di violenza politica. L’unica cura duratura è il reinserimento degli emarginati in società aperte e inclusive. Ma per l’integrazione occorrono investimenti a lungo termine, istruzione e servizi sociali. Tagliati con la crisi economica o mai nati in Nord Africa, nonostante la Primavera araba.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it

@BarbaraCiolli

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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