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Sud Sudan, Salva Kiir annuncia l’imminente attacco ma le pressioni perché negozi sono fortissime

Massimo A. Alberizzi
24 dicembre 2013
Un migliaio di morti, centinaia di feriti, centomila sfollati. La guerra in Sud Sudan sta devastando il Paese. I due antagonisti, il presidente di etnia dinka, Salva Kiir, e il suo ex vice, nuer, Riek Machar, si stanno sfidando con dichiarazioni bellicose, che non lasciano prevedere la fine del conflitto in tempi brevi. Salva Kiir ha annunciato che è imminente l’attacco del suo esercito contro Bor e Bentiu città strategiche, soprattutto la seconda al centro della zona petrolifera, in mano ai ribelli. Le pressioni per far sedere Kiir e Machar allo stesso tavolo per trattare – ed evitare così la completa catastrofe – sono fortissime: sono impegnati americani, europei e il segretario dell’ONU Ban Ki Moon.

Fonti dell’ONU danno per certa anche una battaglia a Malakal, capoluogo dell’Upper Nile, zona popolata in maggioranza dagli shilluk, la terza etnia del Paese. Alcuni dei suoi leader, come Pagan Amun, ex segretario dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, il movimento di liberazione che ha vinto la guerra di indipendenza), sono stati arrestati da Salva Kiir. Nella lotta tra dinka e nuer, per ora gli shilluk sono rimasti neutrali, ma si percepiscono segni insofferenza contro i dinka che stanno cercando di conquistarsi l’egemonia. Pagan, comunque già da tempo aveva criticato Slva Kiir per i metodi accentratori della sua gestione del potere.

Se Salva Kiir deciderà davvero di riprendere con la forza i territori che gli sono sfuggiti di mano, provocherà altri lutti e altre violazioni dei diritti umani. E scaverà ancora di più quel solco tra le tribù che sta distruggendo un’unità conquistata con grande fatica e tante difficoltà.

Salva Kiir prima del referendum sull’indipendenza del gennaio 2011 era apparso come l’uomo che era riuscito a riconciliare e riappacificare le oltre 200 tribù che compongono il Sud Sudan ed era assurto alla presidenza, il giorno dell’indipendenza, il 9 luglio dello stesso anno, proprio grazie a questa conquistata immagine.

Da un anno è cambiato: ha cercato di far fuori i suoi avversari politici, molti mettendoli in galera. Nel luglio scorso ha licenziato tutto il suo governo compreso il vicepresidente Riek Machar. Si è alienato così le simpatie non solo dei suoi antagonisti, ma anche di parecchi dinka, secondo cui non so può accentrare il potere nelle mani di un solo gruppo etnico, altrimenti il Sud Sudan rischia di esplodere.

Critica con il presidente, in particolare, Rebecca Nyandeng, vedova di John Garang, il fondatore e leader della guerra di liberazione morto in un incidente aereo. La signora Garang, che gode di grande prestigio nel Paese, si è schierata con Riek Machar.

Salva e Rebecca si sono incontrati domenica. Lei ha cercato di convincerlo a sedersi al tavolo con Riek e di liberare tutti i prigionieri politici, soprattutto quelli arrestati in questi giorni. Il presidente ha accettato di negoziare, ma si è rifiutato di rilasciare i nuer finiti in carcere, considerata questa dall’ex vice-presidente una condizione sine qua non per cominciare a trattare.

Le prossime ore daranno essenziali per capire se il Sud Sudan eviterà di imboccare la strada che lo porterà direttamente nel burrone.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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