SUD SUDAN

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 marzo 2026

Ci risiamo. Come abbiamo già scritto l’accordo di pace in Sud Sudan è praticamente nullo. La situazione ha iniziato a aggravarsi un anno fa, quando Riek Machar è stato defenestrato come primo vice presidente e poi posto ai domiciliari nel marzo di un anno fa. E’ sotto processo per svariati capi di accusa, tra questi tradimento, omicidio e crimini contro l’umanità.

Già qualche mese fa gli osservatori indipendenti dell’ONU e la missione di Pace del Palazzo di Vetro in Sud Sudan (UNMISS) avevano lanciato un preoccupante allarme su un forte rischio di violenze di massa contro i civili.

Assassini non identificati

Durante questo fine settimana sono morte oltre 70 persone, per lo più civili, trucidati senza pietà in una miniera d’oro da uomini armati non ancora identificati.

La strage è avvenuta nel sito aurifero a Jebel Iraq, nello Stato dell’Equatoria Centrale, che dista una settantina di chilometri dalla capitale Juba,

L’attuale vice presidente, James Wani Igga, ha fatto sapere che sarà aperta un’inchiesta per rintracciare gli assassini e il movente di questo vile attacco. Il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio, per ora si parla di 73 minatori uccisi, 25 sono rimasti gravemente feriti, mentre altri, secondo quanto ha riferito la polizia, sono ancora dispersi. Probabilmente sono fuggiti nella vicina foresta.

Sud Sudan: massacro in un sito minerario

I racconti dei sopravvissuti sono raccapriccianti. “Mi hanno sparato, mi sono finto morto, solo così mi sono salvato”.

Nessuna rivendicazione

Finora nessun gruppo armato ha rivendicato l’attacco. Il portavoce del Movimento/Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese – In Opposizione (SPLM/A-IO), il cui leader è Machar, ha condannato l’attacco  e ne ha attribuito la responsabilità alle forze governative. “Jebel Iraq si trova in una zona interamente sotto il controllo delle SSPDF (South Sudan People’s Defence Forces, l’esercito regolare sud sudanese). Di conseguenza, la piena responsabilità del massacro ricade su di loro, visto che l’area è monitorata da loro”, ha dichiarato l’opposizione. Ma c’è chi punta ugualmente il dito sugli uomini di Machar di (SPLM/A-IO). Altri parlano di controversie per il controllo del sito aurifero.

La zona mineraria di Khor Kaltan, dove si trova anche il giacimento Jebel Iraq, è stata oggetto di ripetuti attacchi in passato. Per questo motivo il governo aveva sospeso le attività nel 2021, ma sono poi state riprese nell’aprile 2025.

L’estrazione dell’oro nel Sud Sudan è in gran parte non regolamentata. Spesso i governi regionali gestiscono i propri settori in modo indipendente dalle autorità nazionali.

Migliaia e migliaia fuggiti in Etiopia

In base a quanto segnalato dall’UNICEF, dall’inizio di marzo quasi centomila sud sudanesi sarebbero scappati in Etiopia. L’esercito di Juba aveva ordinato ai residenti di lasciare immediatamente Akobo, città nel Jonglei State (nel centro-est del Paese), perchè controllata dall’opposizione.

Sud sudanesi in fuga verso l’Etiopia

I governativi avevano anche chiesto a UNMISS di andarsene, ordine che i caschi blu si sono rifiutati di eseguire.

UNICEF ha fatto sapere che la situazione sanitaria nel Jonglei State è  drammatica. Dall’inizio dell’anno a oggi sono state distrutte 28 strutture sanitarie e nutrizionali. Mentre il sistema sanitario pubblico è devastato da anni di corruzione, dato che circa l’80 per cento dell’assistenza sanitaria in Sud Sudan è garantita da donatori stranieri.

“Secondo alcune segnalazioni, l’ospedale pubblico è stato saccheggiato ed è ora chiuso”, ha sottolineato in una nota l’Agenzia dell’ONU e ha aggiunto: “Chi ha dovuto lasciare le proprie case si trova in una situazione di grave vulnerabilità: un quarto dei bambini sotto i 5 anni soffre ormai di malnutrizione a livelli ‘allarmanti’.

Non conosce pace il più giovane Stato della terra. Dopo la tanto sognata indipendenza, ottenuta dal Sudan nel 2011, solo due anni più tardi è scoppiata una crudele e sanguinosa guerra civile. Decine di migliaia di morti, per non parlare dei milioni di sfollati. Nel 2018 è stato finalmente siglato un trattato di pace tra il presidente Salva Kiir (di etnia dinka) e con il suo allora vice, Riek Machar (un nuer). Dinka e Nuer rappresentano i due maggiori gruppi etnici del Paese.

Recrudescenza delle volenze

Da tempo si assiste a una recrudescenza dei combattimenti – principalmente nello Stato di Jonglei (centro-est) – tra le forze governative, fedeli al presidente Salva Kiir e le milizie dell’opposizione fedeli a Riek Machar. E come spesso accade, le guerre in Africa vengono quasi totalmente ignorate dalla comunità internazionale e dai maggiori media.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Cornelia Toelgyes

Giornalista, vicedirettore di Africa Express, ha vissuti in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.

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