Nick Checker, a sinistra, con il ministro degli Esteri maliano, Diop
Cornelia I. Toelgyes
18 marzo 2026
Mentre s’infiamma la guerra in Medio Oriente, gli USA cercano di riannodare i rapporti con gli Stati AES (Alleanza degli Stati del Sahel, cui fanno parte Burkina Faso, Mali e Niger). I tre Paesi, governati da un regime militare dopo i golpe, avevano preso accordi militari e commerciali con la Russia. Mosca aveva poi prontamente inviato armamenti e con essi i mercenari di Wagner, “sostituiti” ora da Africa Corps, controllati direttamente dalla Difesa russa.
Con l’approdo dei russi, Ouagadougou, Bamako e Niamey, avevano dato il benservito a Parigi, mettendo fine all’Operazione Barkhane nel 2022. Anche MINUSMA, Missione di Pace dell’ONU in Mali ha dovuto fare i bagagli e ha lasciato la ex colonia francese alla fine del 2023. Invece il Niger ha sfrattato i militari USA dalle basi aeree di Agadez e Niamey nel 2024.
I primi di febbraio di quest’anno è poi arrivato a Bamako, Nick Checker, fresco di nomina come capo dell’Ufficio per gli Affari Africani del dipartimento di Stato. Gli USA vogliono a tutti costi riprendere i contatti con i tre Paesi AES.
L’emissario di Donald Trump durante la sua visita è stato ricevuto da Abdoulaye Diop, ministro degli Esteri del Mali. Sull’agenda alcune novità scottanti: riallacciare i rapporti, in particolare in materia di scambi commerciali, ma soprattutto per la lotta contro il terrorismo.
I jiahdisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legati al al Qaueda), infatti, stanno dando filo da torcere non solo al governo maliano, ma anche ai suoi vicini Burkina Faso e Niger. Le loro incursioni sono sempre più frequenti. La formazione islamista creata nel marzo 2017, che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel, dai primi di settembre tiene sotto scacco la giunta militare del Mali, anche per quanto riguarda il rifornimento di carburante a Bamako. Ma non solo.
Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).
Solo pochi giorni fa i combattenti di JNIM hanno rivendicato un attacco a un convoglio di FAMa (esercito maliano) vicino a Nampala, nella regione di Ségou, non lontano dalla frontiera con la Mauritania.
Si parla di una decina di morti, tra loro anche soldati di ventura di Africa Corps. Potrebbe trattarsi di una rappresaglia di JNIM, visto che nella stessa area solo pochi giorni prima i soldati di Bamako, accompagnati dai mercenari inviati dal Cremlino, hanno ammazzato 7 persone.
Secondo quanto riportato da RFI, Heni Nsaibia, ricercatore di ACLED (Osservatorio imparziale e indipendente nei conflitti) per il Sahel, ritiene che oltre alle sette vittime civili, potrebbero essere stati uccisi anche alcuni jihadisti.
I soldati di Bamako non sono certamente dei santi. A novembre Human Rights Watch ha accusato l’esercito e le milizie dozo, (composte principalmente da gente di etnia bambara che da un decennio partecipano a operazioni di contro insurrezione, ndr), hanno ucciso almeno 21 uomini e dato fuoco a parecchie case nel villaggio di Kamona, nel centro della ex colonia francese. Secondo quanto riportato da alcuni testimoni sentiti da HRW, i militari insieme ai dozo avrebbero ammazzato i residenti, perché accusati di essere collaborazionisti di JNIM. Va precisato che la zona di intervento di FAMa e dozo, è sotto controllo dei jihadisti.
Ma la situazione non va meglio in Burkina Faso. Una decina di giorni fa gli uomini di JNIM hanno attaccato una base a Yamba, nell’est del Paese, uccidendo una trentina di poliziotti del GUMI (Gruppo delle Unità Mobili di Intervento).
Il campo era stato oggetto di un attacco simile un po’ di mesi fa. Dall’inizio dell’anno, la regione orientale del Burkina Faso, al confine con Benin, Togo e Niger, è frequentemente bersaglio di gruppi terroristici. Due settimane fa, un’unità delle guardie forestali di Tandjari è stata vittima di una aggressione, che ha causato decine di morti.
Anche il Benin è sotto attacco dei terroristi islamici che tentano di espandere la loro influenza nei Paesi del golfo di Guinea. Poche settimane fa, a una decina di chilometri dal confine con il Niger, i miliziani sono sconfinati e hanno brutalmente ammazzato 15 soldati del Benin, mentre altri 5 sono stati feriti in modo lieve.
Proprio a causa delle incessanti incursioni, Benin e Nigeria stanno preparando una cooperazione per combattere il terrorismo transfrontaliero. Alla fine di febbraio i responsabili per la lotta antiterrorista dei due Paesi si sono incontrati a Cotonou. Alla riunione ha partecipato anche la Francia. Obiettivo: unire le forze per lottare più efficacemente contro gli estremisti islamici.
Secondo alcune fonti, Washington sta per siglare un accordo con Bamako, ma gli USA sarebbero in trattative anche con Ouagadougou e Niamey.
Infatti, l’uomo di fiducia di Trump si è recato pure a Ouagadougou per proporre nuovi accordi. Il ministero degli Esteri burkinabè ha concesso una udienza a Nick Checker l’11 marzo scorso. E come per il Mali, l’emissario di Trump ha precisato che si prevede una collaborazione nella lotta contro i jihadisti, nonché una ripresa degli scambi commerciali.
Il ministro degli Esteri ha accolto con favore il nuovo orientamento degli Stati Uniti, che intendono ridefinire le proprie relazioni con il Burkina Faso.
Nel recente passato gli USA avevano sospeso gran parte dei loro aiuti destinati allo sviluppo e alla cooperazione militare nei Paesi AES. Ora la tensione sembra allentarsi. Secondo quanto riferito dai ministeri degli Esteri dei tre governi, Washington, con l’arrivo di Trump ha un nuovo approccio verso il Sahel.
Malgrado il Ramadan, gli estremisti islamici sono sempre molto attivi anche in Niger. I primi di marzo hanno attaccato per ben due volte la città di Tahoua, un importante centro abitato che dista 500 chilometri dalla capitale. Secondo i politici locali, alcune persone sarebbero state ferite in modo lieve.
Il governatore di Tahoua si è felicitato con i militari di Ouagadougou, che hanno saputo tener testa all’assalto. In un primo momento è stato preso di mira l’aeroporto militare della città.
A causa degli incessanti attacchi anche nelle zone di frontiera tra Algeria e Niger, i due capi di Stato, Abdelmadjid Tebboune e Abdourahamane Tchiani, a metà febbraio hanno concordato di riattivare la sorveglianza tra i confini e la lotta contro il terrorismo.
Per ultimo, Nick Cheker si è recato in Niger, dove è stato accolto dal ministro degli Esteri, Bakary Yaou Sangaré e dal premier, Ali Mahamane Lamine Zen. Come in Mali e Burkina Faso, l’uomo di fiducia di Trump ha espresso il desiderio del suo Paese di voler rilanciare i rapporti commerciali, e, ovviamente la lotta contro il terrorismo, anche grazie agli scambi di intelligence.
Secondo alcuni osservatori, gli USA tenterebbero in questo modo di (ri)ottenere l’autorizzazione a sorvolare il territorio maliano con aerei e droni per monitorare le attività dei gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda, la cui influenza si estende da diversi anni in tutto il Sahel e nei Paesi del golfo di Guinea.
Un primo passo concreto verso il Mali è già stato fatto. Lo scorso 27 febbraio Washington ha revocato le sanzioni nei confronti del ministro della Difesa di Bamako e di altri alti funzionari, accusati di aver intrattenuto rapporti con i mercenari russi del gruppo Wagner.
Cornelia Toelgyes
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