Sudan: metà dei piccoli sudanesi in età scolare non possono andare a scuola
Cornelia I. Toelgyes
25 gennaio 2026
La guerra in Sudan è caduta nell’oblio. La comunità internazionale e di conseguenza gran parte dei maggiori media sono impegnati su altri fronti, certamente non meno gravi, in particolare per quanto riguarda Gaza, Ucraina e Stati Uniti.
Eppure le Nazioni Unite ricordano regolarmente che in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. La situazione peggiora in continuazione. I morti sono decine e decine di migliaia e aumentano di giorno in giorno. Gli sfollati – secondo gli ultimi dati ONU – sono oltre 9,3 milioni, mentre i rifugiati nei Paesi limitrofi hanno superato i 4,3 milioni.
Si stima che nel 2026 circa 33,7 milioni di sudanesi, ovvero circa due terzi della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Barham Salih (ex presidente iracheno dal 2018 al 2022), Alto Commissario della Nazioni Unite per i Rifugiati, nei giorni scorsi ha incontrato i profughi sudanesi in Ciad. L’ex colonia francese sta ospitando quasi un milione di persone, scappate dalla sanguinosa guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023. Le loro condizioni di vita sono a dir poco miserabili per mancanza di fondi.
Con la chiusura definitiva di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) a luglio, imposta da Donald Trump appena insediatosi per il secondo mandato, la situazione è precipitata ovunque. Ora, per mancanza di fondi, le agenzie internazionali hanno seri problemi di bilancio e non riescono più a soddisfare le necessità delle popolazioni in difficoltà. Ovviamente non solo per i mancati contributi di Washington. Anche molti altri governi hanno ridotto i loro contributi per l’assistenza umanitaria nel mondo.
Dopo quasi tre anni di conflitto, la crisi sudanese non tende a placarsi. Le due fazioni in guerra, Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, dall’altro, non hanno nessuna intenzione di intavolare nuovi negoziati di pace. Continuano a combattersi fino all’ultimo sangue.
Le battaglie continuano, anche “grazie” all’intervento di attori esterni, che appoggiano l’una o l’altra fazione del conflitto.
Khalifa Haftar, leader libico che comanda in Cirenaica e capo di Libyan National Army (LNA), pur ricevendo continue pressioni da parte dell’Arabia Saudita e Egitto, persiste nel far passare carichi di armi, carburante e miliziani destinati ai paramilitari di Hemetti.
Saddam, figlio di Haftar e vicecomandante di LNA, in occasione di una sua recente visita al Cairo, è stato rimproverato per il sostegno alle RSF. Secondo fonti egiziane, come riporta MEE (Middle East Eye), gli è stato chiesto di porre immediatamente fine a tale collaborazione, in caso contrario ciò potrebbe provocare un cambiamento tra le relazioni con l’Egitto.
All’inizio di giugno 2025 le RFS hanno preso il controllo del Triangolo di Uwaynat, strategicamente importante perché è il territorio tra i confini di Sudan, Egitto e Libia. Da allora Il Cairo ha rinforzato i controlli alla frontiera per evitare sconfinamenti del conflitto.
E’ una situazione piuttosto complessa e intricata. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono l’Esercito Nazionale Libico di Haftar. Mentre Haftar e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) appoggiano le RSF, mentre Il Cairo è schierato con l’esercito sudanese. L’ EAU hanno sempre negato di aiutare i ribelli sudanesi. Invece il sostegno di Haftar nei loro confronti è sempre stato lampante.
E intanto la popolazione continua a pagare il prezzo più altro di questo conflitto dimenticato. I racconti di chi è riuscito a scappare – riportati in più articoli da Africa ExPress – sono raccapriccianti. Civili picchiati, uccisi, donne violentate e rapite, spesso mai più ritrovate. Altri, invece, vengono costretti a impugnare le armi e buttati nel conflitto a combattere, sia adulti che bambini. Violazioni in tal senso sono stati e vengono compiuti da entrambe le fazioni.
La metà dei giovanissimi sudanesi in età scolare sono totalmente privati dell’istruzione. “Il mondo sta voltando le spalle a questi piccoli”, è la forte denuncia di Inger Ashing, amministratore delegato di Save the Children. Nel suo ultimo rapporto la ONG ha evidenziato che quasi 3 milioni di piccolo alunni hanno perso almeno 500 giorni di scuola.
Ashing ha poi evidenziato che tanti edifici scolastici sono stati distrutti durante la guerra, numerosi sono stati gravemente danneggiati. Mentre altri ancora agibili vengono utilizzati come rifugi per gli sfollati.
I combattimenti sono attualmente concentrati nel Nord Kordofan, nel Sudan centrale. Nei giorni scorsi si sono intensificati gli attacchi con droni attorno la città di al Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Secondo testimonianze di residenti, i raid avrebbero ucciso almeno 200 civili e ferito oltre 700. In base a quanto riportato da OIM (Organizzazione Internazionale per i Rifugiati), a causa degli scontri tra le RSF e SAF nel Nord Kordofan, 2.415 persone avrebbero lasciato i loro villaggi, situati a nord di al Obeid.
Leader locali e attivisti per i diritti umani puntano il dito su SAF (Forze armate sudanesi) per aver commesso violenze sulla popolazione. L’Associazione degli Avvocati Sudanesi ha denunciato e documentato che almeno 900 cittadini dell’area sono stati arrestati dai militari governativi.
Solo due settimane fa, Kamil Idris, primo ministro sudanese, ha annunciato il ritorno dell’amministrazione del governo al Burhan a Khartoum. Ministri e funzionari sono stati cacciati dalle RFS all’inizio del conflitto e costretti a fuggire dalla capitale, stabilendosi a Port Sudan sul Mar Rosso, nell’est dell’ex protettorato anglo-egiziano.
Il primo ministro ha promesso che saranno riattivati anche i servizi pubblici, ricostruiti ospedali, scuole e quant’altro. Durante i combattimenti a Khartoum e l’occupazione da parte delle RSF, il 70 per cento dei nosocomi aveva chiuso i battenti perché distrutti o per mancanza di personale e materiale. Finora sono stati riaperti 40 ospedali e un centinaio di centri sanitari.
Secondo l’ONU, nella capitale faranno ritorno oltre un milione di persone, contro i 3,6 milioni fuggiti a causa del conflitto.
Alla fine del suo breve intervento, Kamel Idris ha infine definito il 2026 come “l’anno della pace, una pace dei coraggiosi e dei vittoriosi”.
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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