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La tragedia ebola non solo morti anche diagnosi errate e gambe amputate

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 luglio 2016

A causa dell’ebola David ha perso entrambi i genitori. E anche una gamba. Gli è stata amputata per una diagnosi errata quando è stato ricoverato in un ospedale sovraffollato di persone infette dal virus killer.

Il ragazzino è originario di Yenga, un villaggio in Sierra Leone al confine con la Guinea, decimato dal terribile agente patogeno. Lui e nove membri della sua famiglia erano stati colpiti da una strana malattia ben prima dell’avvento di ebola. Non è stato possibile capire di che tipo di disfunzione fosse. Sono stati uccisi nove familiari di David. A lui fu ordinato di non uscire più dalla sua camera.I suoi compaesani erano superstiziosi, pensavano fosse pericoloso. Una zia era autorizzata a portargli del cibo una volta al giorno, finchè non è stato trovato da membri dello staff di Save the Children. Erano arrivati nel villaggio per occuparsi degli orfani durante il picco dell’epidemia di ebola.

David dopo due giorni era stato portato in un ospedale a Freetown, la capitale della Sierra Leone, dai responsabili dell’organizzazione umanitaria, accompagnato dalla zia. David era felice, sperava che potessero dargli una nuova opportunità, una nuova vita. Ma dopo diciotto mesi lo hanno riportato nel suo villaggio, senza una gamba, seduto in una carrozzella, vittima di un sistema sanitario carente, decimato dall’epidemia di ebola e vittima di agenzie di soccorso oberate di lavoro.

L’ospedale di Freetown, con personale medico e paramedico insufficiente, ha dovuto affidare il caso di David a medici giovanissimi, senza supervisione di uno specialista, che gli hanno amputato l’arto inferiore senza alcuna diagnosi.

Dopo l’intervento David non riusciva a riprendersi. Stava sempre peggio. Per mesi gli sono stati somministrati medicinali contro la tubercolosi, ma non rispondeva alle cura. I medici, preoccupati, erano pronti ad amputargli anche l’altra gamba e un braccio.

Teresa Brooks, un’assistente sociale americana, chiamata da Save the Children, a quel punto ha fatto analizzare un campione di sangue del ragazzo da un patologo all’estero. Finalmente è stato possibile arrivare ad una diagnosi: il poveretto era affetto da una grave infezione batterica. Grazie alla cura corretta, David è riuscito a riprendersi dopo poco tempo. L’amputazione della gamba non sarebbe stata necessaria, se la diagnosi fosse stata fatta subito.

Il limitato e povero sistema sanitario della Sierra Leone non è nemmeno stato in grado di dotare il giovane di una sedia a rotelle. Grazie all’intervento della Brooks, un imprenditore alberghiero locale ha donato il denaro necessario per l’acquisto della carrozzina.

Ora David, ormai quindicenne, vive a Koindu, una cittadina a sud di Yenga e a pochi metri dalla scuola. Sarebbe stato impossibile per lui venire ogni giorno da Yenga  nelle sue condizioni, per frequentare l’istituto; affittare quotidianamente un mezzo sarebbe stato troppo dispendioso.  Il maestro dell’istituto, Sahr Andrew, ha ceduto una camera della sua umile casa a David e la zia che lo accudisce.

Purtroppo l’aiuto del maestro è limitato. Raramente le aule restano aperte cinque giorni in una settimana. Il governo non ha i mezzi necessari per pagare lo stipendio agli insegnanti. Perciò Andrew deve lavorare i campi per provvedere alla sua famiglia.

Prima dell’arrivo di ebola Save the Children sosteneva gli insegnanti con delle razioni alimentari, per garantire la continuità dell’apertura degli istituti. Con l’esplosione dell’epidemia i fondi sono stati utilizzati per le cure delle persone affette dal virus killer e allo stato attuale non è dato di sapere se il programma di sovvenzione per gli insegnanti potrà essere ripreso.

Nel frattempo David frequenta la scuola primaria quando è aperta, senza pagare alcuna retta. Chissà se potrà frequentare la scuola secondaria il prossimo anno. Nessuno – per ora – è disposto a pagare le spese scolastiche. La scuola secondaria non è gratuita in Sierra Leone.

La zia fa quello che può per il nipote orfano, anche se con una gran fatica. Infatti deve portare avanti tutta la famiglia. Anche lei ha dei figli.

Ma David è un ragazzino positivo e afferma: “Prima dell’epidemia di ebola sognavo di diventare un ballerino, ora invece mi piacerebbe  diventare un bravo dj che fa ballare la gente” e aggiunge: “Le persone che hanno problemi, gravi problemi, dovrebbero sapere che nessuna situazione dura per sempre. Non importa quanto grave sia, se nessuno ti incoraggia, devi incoraggiarti da solo”.

Questa è una storia nella storia. Secondo un rapporto dell’ONU ebola ha lasciato almeno ventiduemila bambini orfani di un genitore, migliaia hanno perso madre e padre. Spesso sono i parenti stretti a prendersi cura di loro. Questi ragazzini hanno sofferto molto.

Non bisogna dimenticarsi di questa malattia e delle sue conseguenze. Sono morte oltre 11.300 persone. E la popolazione della Guinea, della Liberia e della Sierra Leone, i Paesi  maggiormente colpiti dal virus killer è allo stremo. Già prima di questa tragedia, la maggior parte delle persone viveva al di sotto della soglia di povertà, flagellata da guerre civili e lotte di potere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

maxalb

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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