Israele cancella il piano di rimpatrio degli ultimi falascià ancora in Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 marzo 2016

Il governo israeliano fa marcia indietro e annuncia: per il momento niente ricongiungimenti familiari in Israele per gli ultimi falascià che si trovano da anni nei campi di transito ad Addis Ababa e Gondar; abbiamo problemi di bilancio.

Solo pochi mesi fa, il primo ministro dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, aveva fatto sapere in un comunicato che gli ultimi novemila falascià, etiopi di religione ebraica, avrebbero potuto immigrare in Israele nei prossimi cinque anni. Il 7 marzo, invece, l’ufficio di Netanyahu ha comunicato ai parlamentari che per vincoli di bilancio l’attuazione di tale piano avrebbe dovuto attendere, anche se il governo considera il ritorno dei falascià un fatto importante dal punto di vista sociale e umano.

Falaschi d’Etiopia in Israele

I centotrentacinquemila etiopi-israeliani che attualmente vivono nello Stato ebraico non hanno gradito la cancellazione del piano di ricongiungimento familiare con i loro cari e in centinaia hanno protestato a Gerusalemme contro la manovra del governo, definendola un atto di razzismo.

Uno dei manifestanti si è espresso in questi termini: “Il governo incoraggia l’immigrazione di ebrei provenienti da Paesi come la Francia, Stati Uniti e Russia, ma quando si tratta degli ebrei dell’Etiopia, si rifiutano. E’ davvero spiacevole”.

Avraham Neguise, un immigrato etiope, parlamentare e membro del LIKUD, è stato uno degli organizzatori della manifestazione di domenica scorsa. Neguise e David Amsalem, parlamentare anche lui, hanno boicottato tutte le votazioni in parlamento dal 7 marzo e continueranno con questo atteggiamento, finché il governo non applicherà le decisioni prese lo scorso novembre.

Eppure solo l’altro giorno Netanyahu, per sua stessa ammissione, ha fatto portare via aerea in gran segreto un gruppo di diciassette ebrei yemeniti. L’operazione ha coinvolto oltre all’ufficio del primo ministro, la “Jewish Agency for Israel“, il Dipartimento di Stato e altre agenzie. Israele non ha relazioni diplomatiche con gli Stati del Golfo e trasferire i correligionari yemeniti in Israele avrebbe rappresentato un problema logistico non indifferente.

Se l’operazione fosse stata resa pubblica, gli ebrei yemeniti avrebbero potuto essere perseguitati, inoltre, secondo Netanyahu, alcuni Paesi arabi hanno rapporti non ufficiali con Israele e non avrebbero gradito un’ufficializzazione di tali relazioni.

La storia della popolazione ebrea-yemenita è molto antica, si parla di oltre 2300 anni. La maggior parte di loro viveva a Sana’a, l’antica capitale dello Yemen. Per secoli hanno vissuto in pace con i musulmani, conducendo una vita dignitosa.

Manifestazione di falascià in Israele

Molti ebrei yemeniti sono fuggiti in Israele dopo la creazione dello Stato ebraico nel 1948. Con l’Operazione “Tappeto volante”, una volta ricevuto l’autorizzazione dall’Imam, oltre cinquantamila ebrei-yemeniti sono stati portati con voli speciali da Aden in Israele.

Secondo la Jewish Agency for Israel negli ultimi anni quasi in duecento hanno lasciato lo Yemen in gran segreto. Gli ultimi diciassette, giunti nel Paese pochi giorni fa, provenivano da Raydah, altri da Sana’a.

Tra loro anche il rabbino di Raydah, che ha portato con sé un rotolo della Torah che risalirebbe a cinque- seicento anni fa.

Ma non tutti gli ebrei yemeniti sono pronti a lasciare il Paese. Sempre secondo la Jewish Agency for Israel, molti hanno optato di restare nello Yemen.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

maxalb

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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