SUD SUDAN

Salta l’accordo del 2018: massacri, distruzioni e guerra civile in Sud Sudan

Africa ExPress
Juba 29 gennaio 2026

Si fa sempre più incandescente la situazione in Sud Sudan, tant’è vero cha la missione di Pace delle Nazioni Unite nel Paese (UNMISS) e gli osservatori indipendenti del Palazzo di Vetro hanno lanciato un preoccupante allarme pochi giorni fa: c’è il forte rischio di violenze di massa contro i civili.

Ci risiamo, la popolazione sud sudanese è di nuovo sotto la minaccia di attacchi e si spera che non si trasformi in un conflitto etnico generalizzato tra le due maggiori etnie, dinka e nuer (il presidente Salva Kiir appartiene alla prima, mentre l’ex vicepresidente Riek Machar alla seconda).

Popolazione civile in fuga

Gli esperti ONU sono particolarmente preoccupati della situazione nel Jonglei State, teatro di violenze dallo scorso dicembre, per i continui scontri tra l’esercito regolare e le truppe fedeli all’ex vicepresidente, arrestato lo scorso marzo e poi incriminato a settembre per crimini contro l’umanità.

E le esternalizzazioni di Paul Majok Nang, capo dell’esercito di Juba, fanno temere il peggio. Giorni fa avrebbe impartito l’ordine ai militari di “schiacciare la ribellione entro 7 giorni”. Ancora più inquietanti le precisazioni aggiunte da un alto ufficiale, riportate da diversi media sud-sudanesi: “Non bisogna risparmiare nessuno, nemmeno gli anziani”.

Recentemente il gruppo armato, fedele a Machar, Sudan People’s Liberation Army in Opposition (SPLA-IO) ha attaccato e conquistato alcune aree nel Jonglei State. Ma è davvero difficile avere notizie concrete verificabili, vista l’attuale situazione. Solo ieri l’esercito ha rilasciato un comunicato, in cui sostiene di avere ripreso il controllo della caserma di Yuai e dell’avamposto militare di Pathai. Fatti prontamente negati dalle forze dell’ex vicepresidente.

Domenica scorsa, Lul Ruai Koang, portavoce delle forze armate sud sudanesi ha chiesto alla popolazione residente in tre contee in mano alle forze di SPLA-IO nel Jonglei State, di lasciare immediatamente le proprie abitazioni. Ha poi sottolineato che i civili devono dirigersi verso le aree sotto il controllo del governo. “I civili in possesso di armi che si trovano nelle vicinanze delle postazioni del nemico, saranno considerati come obiettivi militari”, ha specificato il portavoce.

Secondo alcuni osservatori, il fragile accordo di pace del Sud Sudan, siglato nel 2018, si trova a un “bivio critico”. L’escalation delle violazioni del cessate il fuoco fa temere un ritorno al conflitto su vasta scala. Minaccia inoltre i preparativi per le elezioni previste per la fine del 2026.

Anche l’ultimo rapporto di Reconstituted Joint Monitoring and Evaluation Commission, South Sudan (RJMEC), è molto allarmante. La Commissione afferma che la situazione umanitaria è deteriorata a causa dei conflitti, inondazioni, epidemie e insicurezza alimentare.

Già alla fine del 2025, 10 milioni di sud sudanesi necessitavano di assistenza umanitaria.

Ora CEF, fondo di risposta alle emergenze di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), ha stanziato 10 milioni di dollari destinati alle popolazioni colpite dal conflitto nel Jonglei State. Dalla fine dello scorso anno oltre 250.000 persone sono fuggite dalle proprie abitazioni .

Donne e  ragazze,  bambini,  persone con disabilità, anziani e altri gruppi emarginati sono maggiormente esposti a violenze, sfruttamento e gravi privazioni.

Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi avevano scelto l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – venne festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace di allora, l’indipendenza venne proclamata il 9 luglio 2011.

Guerra civile 2013-2018

Dopo un breve periodo di pace, una nuova guerra è all’orizzonte: gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Macharsono cominciati quando il presidente dinka Kiir ha accusato il suo vice, nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Le prime scaramucce sono scoppiate il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto sono iniziati combattimenti anche a Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto.

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