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In Egitto il giornalismo è un crimine: condannati i reporter di Al Jazeera

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Cornelia I. Toelgyes
23 giugno 2014
La sentenza di oggi, pronunciata al Cairo da un giudice è un duro colpo per la libertà di stampa internazionale. I giornalisti di Al Jazeera Peter Greste, Mohamed Famy sono stati condannati a sette anni di prigione, mentre Baher Mohamed addirittura a dieci anni. Su di lui pesa l’aggravante di essere trovato in possesso di munizioni. Aveva una pallottola usata, scarica, che aveva trovato per terra durante una manifestazione.

Altri giornalisti di al-Jazeera, tra cui Sue Turton and Dominic Kane, sono stati condannati in contumacia a dieci anni. La proprietà del giornale ha sempre sostenuto l’innocenza dei propri reporter e la loro totale estraneità alle accuse mosse contro di loro dal governo egiziano.

Peter Greste, Mohamed Fahmy and Baher Mohamed, tre giornalisti di al-Jazeera, sono stati arrestati il 29 dicembre 2013 con l’accusa di aver dato false notizie sulla situazione in Egitto dopo che Morsi, appoggiato dai fratelli musulmani, è stato rimosso dal suo incarico nel mese di luglio dello scorso anno.

Forse la verità è un’altra. I Fratelli musulmani sono fuori legge in Egitto dallo scorso dicembre.  Al-jazeera è di proprietà qatariota, non appoggia il movimento, ma si dice che sia vicino ai Fratelli musulmani.

L’accusa ha prodotto come prove un podcast della BBC, una serie di articoli pubblicati mentre nessuno degli accusati si trovava in Egitto, un videoclip del cantante australiano Goyte e registrazioni che non hanno nulla a che vedere con questioni egiziane.

La difesa ha insisto nel puntualizzare che gli accusati sono stati arrestati per sbaglio. Il Pubblico ministero non è riuscito produrre reali accuse contro di loro.

Al Ansay, il direttore di Al Jazeera commenta così il verdetto: “E’ fuori ogni logica, non c’è alcun senso di giustizia”.

E continua: “Oggi Peter, Mohamed, and Baher sono stati condannati insieme a sei altri colleghi, tutti giornalisti brillanti. Condannati per che cosa? Il Pubblico Ministero ha costruito un castello di accuse che non è stato dimostrabile in alcuno dei punti. Accuse senza senso, senza fondamenta.

Ora si può solo sperare in un annullamento del verdetto: Solo allora si potrà dire: in Egitte la giustizia esiste ancora”

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes
#Journalismeisnotacrime

 

 

 

 

 

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maxalb

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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