Massimo A. Alberizzi
5 gennaio 2013
Contrastanti rapporti dal Sud Sudan devastato dalla guerra civile. Da un lato sembra che i colloqui di pace tra le fazioni in lotta, quella del presidente uscente Salva Kiir Mayardit e quella dell’ex vicepresidente defenestrato a luglio, Riek Machar Teny, siano cominciati. Dall’altro che si siano immediatamente impantanati su questioni preliminari: prima del cessate il fuoco le parti vogliono fissare un agenda di colloqui, inoltre Riek Machar pone una pregiudiziale: devono essere liberati tutti i prigionieri politici suoi alleati. arrestati dopo la denuncia di un colpo di Stato che lo stesso ex vicepresidente nega di aver mai organizzato.
Intanto ieri a Juba, la capitale del martoriato Paese, si sono uditi diversi colpi di arma pesante e raffiche di mitra nel distretto governativo dove ci sono i ministeri, il palazzo presidenziale e il parlamento. La notizia, pubblicata dalla France Presse è uscita assieme a quella lanciata dal governo etiopico, secondo cui il suo ministro degli esteri, Tedros Adhanom, ha detto di essere ottimista sui colloqui e sul loro andamento. Poco prima, per altro, lo stesso governo etiopico aveva tristemente annunciato che i colloqui erano stati posticipati.
In realtà ieri, sabato, le due delegazioni hanno partecipato solo a un incontro di saluto, ma è importante perché si sono parlate faccia a faccia. Diana Mufti, un portavoce del ministero degli esteri etiopico, ha fatto sapere che il primo colloquio di lavoro è fissato per oggi a mezzogiorno.
Un parere positivo sui colloqui l’ha espresso anche da Seyum Mesfin, ex ministro degli esteri etiopico durante la guerra con l’Eritrea, inviato del suo Paese per lGAD (Intergovernmental Authority on Development) e uno dei principali senior diplomatici della regione, ma la strada sembra in salita.
La guerra continua in tutta la sua violenza. Finora sembra che abbiano la meglio le forze di Riek Machar. Secondo alcune fonti le truppe a lui fedeli stanno avanzando verso Juba. Se dovessero prendere la capitale per Salva sarebbe la fine. E’ in corso anche una violenta battaglia per il controllo di Bor, strategica capitale del Jinglei State, passata di mano almeno tre volte da quando è cominciata la guerra.
Finora la guerra ha fatto almeno 1000 morti e 200 mila sfollati, molti dei quali – denuncia l’ONU – non hanno cibo, sono senza assistenza sanitaria e nessun accesso all’acqua potabile
Massimo A. Alberizzi
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