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Ieri si è votato in Ruanda: vincerà Paul Kagame. Il Paese cresce e si sviluppa ma la democrazia zoppica (di Massimo A. Alberizzi)

DAL NOSTRO INVIATO

NAIROBI – Ma non si riesce proprio in Africa a coniugare democrazia, crescita, rispetto dei diritti umani? In Ruanda ieri  si è votato per rinnovare il parlamento e per eleggere il presidente, il paese registra una crescita inconcepibile fino a qualche anni fa e sconosciuta agli altri Paesi del continente. La corruzione è a un livello bassissimo. Ma per raggiungere questi traguardi Paul Kagame, il presidente dal pugno di ferro, ha rinunciato alla completa democrazia.

Certo, formalmente alle elezioni si sono presentati 11 partiti politici, quindi i cittadini hanno una certa varietà nella scelta dei candidati, che comunque non sono completamente liberi di manifestare il proprio pensiero. La forma è stata rispettata, ma la sostanza è un’altra. Le redini sono fermamente in mano a Kagame e ai suoi tutsi.

Così ci si aspetta che il partito RPF (Rwandan Patriotic Front) vinca a man bassa e conservi il potere ancora per un po’. Oggi conta 42 dei 53 seggi direttamente eletti con suffragio popolare. Infatti non tutti i deputati sono eletti direttamente in queste elezioni. Ventiquattro seggi sono riservati alle donne scelte da organizzazioni femminili a livello locale. Al consiglio dei giovani sono poi riservati due membri e un disabile viene designato in parlamento dalla federazione dei portatori di handicap.

Con questo sistema il parlamento del Ruanda alle scorse elezioni del 2008 è risultato l’unico al mondo dove la maggioranza dei suoi membri sono donne: occupano il 56 per cento dei seggi.

Venerdì e sabato scorsi due bombe sono esplose nelle capitale Kigali. Entrambe nella zona del mercato di Kicukiro. La prima ha ucciso una persona e ne ha ferite quattordici. Lo scoppio della seconda ha provocato un morto e otto feriti. Gli attentati non sono stati rivendicati, ma un diplomatico occidentale – sentito per telefono da Africa ExPress – ha spiegato che è possibile pensare, senza sbagliare, che a piazzare le granate siano stati i militanti del Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), rimasugli degli hutu responsabili del genocidio del 1994, quando in cento giorni furono uccisi un milione di ruandesi tutsi e hutu moderati.

Da allora il Ruanda ha fatto grandi passi avanti. La rivolta durante i massacri finì con la vittoria dell’RPF e il presidente Kagame. Subito dopo furono istruiti migliaia di processi ed eseguite alcune decine di condanne a morte. Infine il Paese si è incamminato decisamente verso la crescita e la sviluppo. Ma per questo il Ruanda ha pagato un prezzo di democrazia. I tutsi sono emersi come classe dominante e gli hutu sono stati relegati a un ruolo marginale. Se non protestano possono continuare i loro business, ma è meglio che non alzino troppo la voce (e la testa), altrimenti rischiano anche in termini di libertà personale.

Il Ruanda è anche impegnato nella guerra in Congo, mai cessata dal 1996. E del Congo ha sfruttato almeno in parte le risorse naturali. Chi accusa però il Ruanda di fomentare le atrocità dei vari gruppi che nel tempo si sono succeduti (l’ultimo l’M23) si scorda che l’esercito regolare congolese e le milizia che gli sono alleate, come FDLR, sono responsabili di violenze e massacri altrettanto come i ribelli.

Le pressioni su Kagame perché smetta di occuparsi dello scacchiere congolese sono diventati assai pesanti, ma l’uomo forte di Kigali ribatte che in Congo ci sono ancora i residui degli hutu estremisti responsabili del genocidio del 1994. Ci sono, è vero, continuano a reclutare giovani e hanno anche ancora in mente di riprendere in mano le redini del Ruanda. E nell’attesa che fanno? Sfruttano anch’essi le risorse dell’Est del Congo.

Massimo A. Alberizzi
twitter @malberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

Nelle foto dall’alto verso il basso: cartello di benvenuto in Ruanda, il presidente Paul Kagame con l’autore dell’articolo e la mappa del Ruanda

maxalb

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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