Speciale Dossier Eritrea

DOSSIER ERITREA/Oltre 700 richieste di visto giacciono all’ambasciata italiana in Etiopia

Massimo A. Alberizzi
4 novembre 2013
All’ambasciata italiana di Addis Abeba sono il giacenza in questo momento più o meno 700 richieste di visto. Si tratta per lo più di domande avanzate da cittadini eritrei che – in fuga dall’inferno del loro Paese – vorrebbero venire in Europa. Pochi, pochissimi,  avranno il visto. Le consegne che arrivano da Roma sono ferree. Non si passa. I più informati sanno già quello che accadrà: la maggior parte di questi profughi scapperà verso la Libia e poi cercherà di imbarcarsi da qualche porto per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia. E  se ci sarà un’altra tragedia qualcuno fingerà ancora di piangere.

Le autorità italiane non hanno ben capito che la gente in fuga dall’Eritrea non scappa perché cerca un lavoro migliore, in un Paese, l’Italia, che promette divertimenti e qualità della vita simile a quella che mostrano i film in televisione. L’Eritrea non è l’Albania. No; i giovani eritrei se ne vanno perché la loro patria è diventata invivibile. Lì hanno la certezza di finire in un duro campo militare, Sawa, dove le ragazze vengono spesso violentate e devono servire i comandati militari come schiave. A Sawa si sa quando si entra, ma non quando (e se) si esce.

Il paradiso Eritrea era stato promesso prima della guerra di liberazione durata trent’anni e finita nel 1991. Il Fronte Popolare di Liberazione e il suo leader Isaias Afeworky hanno tradito lo spirito di quella rivoluzione. Hanno tradito non solo il popolo eritreo – che aveva creduto a quelle promesse – ma anche le decine di simpatizzanti, giornalisti, operatori di organizzazioni umanitarie o difensori dei diritti umani, caduti nella trappola di un imbonitore la cui follia ha distrutto una nazione.

La speranza che le ultime tragedie del mare abbiano scosso le coscienze e il sacrificio di chi è morto in cerca della liberà possa giovare a chi rimane (e/o a chi deve ancora scappare) è grande. Finalmente i governanti europei stanno realizzando che le politica dei respingimenti non funziona e giova solo al regine. Ed è la prima volta, da anni, che i leader del mondo si stanno finalmente rendendo conto di chi governa l’ex colonia italiana.

Ed è forse per questo che il dittatore Isaias Afeworki si sente circondato e insicuro. Ma non solo: Isaias ricorda bene cos’è accaduto il 21 gennaio di quest’anno: un gruppo di militari con carri armati ha assalito il ministero dell’Informazione e ha chiesto che fosse applicata la Costituzione e fossero rilasciati tutti i prigionieri politici. Si sono arresi e sono finiti tutti in carcere.  Ma tra i militari serpeggia il malcontento: oggi Isaias teme un’insurrezione o un colpo di Stato.

Non a caso nelle scorse settimane ha cambiato tutta la sua guardia personale, prima affidata a uomini fidatissimi della sua cerchia di parenti. Ora di loro non si fida più. Li ha sostituiti con più affidabili miliziani etiopici del Tigray People’s Democratic Movement (TPDM), un movimento che ha creato a bella posta e ha scatenato contro il governo di Addis Ababa.

Gente mandata in strada a bloccare i ragazzi e per chieder loro di esibire la tessera militare, pena se non ce l’hanno, l’arresto e la galera. “Tessera”, appunto come, mediato dall’italiano, si dice in tigrigna, la lingua eritrea, e non la “mewasawesi” la parola tigrina che indica la stessa cosa. Le due lingue, tigrigna e tigrina, sono quasi uguali ma è stato proprio per le piccole differenze – appunto la tessera chiesta con la parola non adatta – che i mercenari assoldati da Isaias sono stati riconosciuti.

L’isolamento dell’Eritrea si fa ancora più consistente dopo che la Lufthansa, dal 26 ottobre, ha sospeso i voli su Asmara. L’iperinflazione del nafka, aveva indotto la compagnia tedesca a chiedere la possibilità di far pagare i biglietti in dollari. Il governo ha risposto negativamente. E quindi la linea aerea ha chiuso, non senza prima essersi rifiutata di trasportare in patria i corpi dei profughi annegati nelle acque di Lampedusa.

Dal 22 novembre sospenderà i voli anche l’Eritrean Airlines. Gli aerei sono vecchi, hanno necessità di continua manutenzione, e poi il signore pachistano cui era stata appaltata la compagnia è scappato con la cassa. Grave mancanza di riguardo per un dittatore dal pugno di ferro che non tollera sgarbi.

L’Unione Africana aveva dichiarato il 3 novembre giornata di lutto per i morti di Lampedusa. E’ stata celebrata in tutto il continente, anche in Mauritania come ha scritto Carla Leone su questo sito, ma non in Eritrea.

Le tragedie di Lampedusa e di Malta non sono che la punta di un iceberg. La gente di quella che era la nostra ex colonia prediletta, il Paese prima della seconda guerra mondiale, più industrializzato di tutto il continente, secondo solo al Sudafrica, sta morendo. Le sue galere sono piene di intellettuali, studenti, giornalisti, ex eroi della guerra di liberazione, oltre che naturalmente di cittadini qualunque.

Fino ad oggi tutti gli appelli ai leader mondiali perché guardassero lo scempio, sono rimasti inascoltati. Le classifiche mondiali mettono l’Eritrea a pari merito della Corea del Nord tra i Paesi più repressivi. L’uomo che aveva promesso libertà e prosperità si è trasformato in feroce tiranno finora tra l’ indifferenza di tutto il mondo. Un muro di disinteresse che, forse, i sacrifici di quanti hanno perso la vita a Lampedusa stanno finalmente squarciando.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

SPECIAL ERITREA/A must for Eritrean Refugees: an Humanitarian Corridor

SPECIAL FOR AFEX
Saba Makeda
4 October 2013
A Humanitarian corridor as requested by agencies such as Amnesty International the Melting Pot project (this latter has submitted a petition to the EU) should be established to manage   the movement of asylum seekers/ refugees from Eritrea.

We should not encourage third countries like Libya, Egypt, and Ethiopia to turn into prisons for Eritreans to hold them back. Such action in my view will be defied by the Eritreans who are in fact escaping such a prison and once out of Eritrea will not allow themselves to be held prisoners any more. A holding back action will only benefit the human traffickers and in an indirect way members of the Eritrean regime who are involved in such actions.

The Humanitarian corridor should cover the following countries:

Ethiopia
Dijibouti
Sudan
Libya
Egypt
Tunisia

The abovementioned countries are the key countries of transit of asylum seekers moving  out of  Eritrea.

The humanitarian corridor should preferably be a single agency one stop shop – managed and administered through the EU.

The setting up of the humanitarian corridor should have regard to the demographics of the Eritrean Refugee population which is primarily single and male:

At the same time there should be action on the following issue:

  • • Increasing resettlement options for Eritreans. Having  consideration to the fact that>
    • o it is unlikely that there will be a quick regime change in Eritrea,
    • o That most of the  countries  of transit are themselves  fragile  if not in outright conflict with Eirtrea and are therefore not in a position to absorb  Eritreans
    • •  Expansion of the category of the definition of family , for the purposes of family reunification , to include brothers and sisters  –  at the moment  family   is limited to  spouses, and children .
    • • Prioritisation for resettlement and family reunification of unaccompanied minors. The Eritrean  refugee movement is particularly noted for the  number of  Unaccompanied minors
    • • Prioritisation of schooling for children  in  areas of concentration  – in some  case this could be combined with improvement  of schooling  for host communities

Saba Makeda

Data from Ethiopia 

• The figures for households, age, and gender for the Eritrean refugee community in Ethiopia living in camps at the end of July 2013 clearly indicate that the Kunama in Shimelba and the Afar refugees fled as family units.
• These figures also show that in the other camps in Tigray the overwhelming number of residents were single, with males representing 71,3 per cent and those in the age-bracket 18-59 76 per cent of the total camp population:

 

Location Per-sons House-holds Gender 0-4 yrs 5-11 yrs 12-17 yrs 18-59 yrs 6o+ year
F M F M F M F M F M F M
Adi Harush 25,762 21,793 6,195 19,567 393 456 834 919 501 642 4,436 17,462 33 88
Hintsat 3,499 3,182 798 2,701 36 35 92 113 448 1,820 220 732 2 1
May Ayni 17,825 13,654 5,933 11,892 685 778 517 536 568 1,702 4,118 8,809 45 67
Shimelba 5,851 2,761 2,509 3,342 423 454 492 502 316 363 1,113 1,852 165 171
Aysaita 7,151 2,081 3,454 3,698 568 595 780 936 420 503 1,548 1,499 138 165
Berahle 4,346 1,008 2,251 2,095 395 431 746 812 281 290 788 511 41 51
Dalol* 7,803 1,634 4,313 3,490 682 779 1,202 1,183 630 555 1,710 826 89 147
Erebti* 985 261 492 493 80 96 153 183 54 54 199 147 6 13
subtotal 73,222 46,374 25,945 47,278 3,262 3,624 4,816 5,184 3,218 5,929 14,132 31,838 519 703
Towns 2,541
Total 75,763

Total population of Eritrean Refugees in Ethiopia  July 2013

 

SPECIAL ERITREA/Eritrean refugees in Lampedusa –   missing promises of Italian authorities

Cornelia I. Toelgyes
1 November 2013
It’s not easy to check up the whole situation : we only know  that 367 people died and we have the names of 365 of them.These names were published a few days ago on a website, according to the families. Indeed,  they were no more afraid of the Eritrean President’s (Isaias Afeworki) retortions. The lost of a family member or a loved person cancels the fear too.

On another way, the dictator seems to be quite nervous. Somebody published the dead people names in a square in Asmara. Many people came to check them,  started to cry and some others to pray.   The President was irritated about that, indeed it’s like an admission that an emigration exists :  however he always said : “Eritrean emigration rate is zero, Indeed the whole world and UN knows that each month many young people are leaving Eritrea for the well known reasons.

In the last days, about 150 christians were arrested meanwhile they were praying together and in a raid 1500 young people were arrested in Asmara  ; the same thing happened in other cities of the country and all of them were sent to several military camps . The soldiers who were carrying on these raids in Asmara were  from the Tigray People’s Democratic Movement (TPDM), an Ethiopian opposition group based in Eritrea., because most of the Eritrean officicers do not agree these actions, imposed by the leader,

In Italy the situation after the tragedy of Lampedusa is as follow : the survivors until now are in special centers where life is not really comfortable, how you can imagine. Mussie Zerai, an Eritrean priest claimed mediators working with Italian police were in fact spies of the Eritrean regime. He said also that two ships ignored the SOS from the boat people. Maybe this tragedy could be avoided.  I think many people do not exist for the distractions of others.

I further wonder if the Italian Government and the European Union really intend to protect the refugees from the tentacles of the octopus that is the Eritrean Government. Whatever happened to the promises made right after the tragedy? ”No more refoulements” was promised by the authorities amongst other things. In the meantime, few days ago the Italian Ministry of Defence has confirmed that the first phase of the project of training the new Libyan Military forces and security Forces by Italian Military personnal has stipulated by the Memorandum of Understanding signed in Rome on   May 28th 2012 is underway in Tripoli.

Their duty? That of safeguarding the Italian shores from the reach of refugees. Is this their so called “humanitarian” objective? The refugees, as the word itself explains are seeking refuge, using force to keep them away does not resolve the problem it just postpones it.

As I read again an article on the magazine of Corriere della Sera issue of September 2002 by Marina Rina on the conditions of the Military training camps in Eritrea, it reminded me the story of a young Eritrean man who now lives and works in Norway. He came to Lampedusa after the tragedy to identify the body of his sister and to participate to the memorial service in Agrigento under the ever watchful eyes of the Eritrean Ambassador. “My sister – he recalls – called me saying that she wanted to leave the military service and the country. She was mistreated, she had suffered corporal punishment. I sent her some money. One night I received a terrible news over the phone, she had fallen victim of the ruthless human Traffickers of the Sinai. We dealt with that tragedy, and I was relieved when by miracle she called me to say she was safe and she had reached Libya and that there she had found a trafficker that would help her cross the Mediterranean sea over to Italy. I sent her more money. She is finally in Italy, and I don’t have any more tears left to cry. I will carry this regret for the rest of my life”.

While the powerful bodies once again have turned their backs on the tragedy of Lampedusa, us humble citizens of this world will continue to express our indignation, a profound indignation which remains the only way for a better world, a world that we ought to deliver to our children.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

SPECIAL ERITREA/My name is Zerit Gebray. I’m 28 and I’m not a hero

Zerit Gebray
4 november 2013
My name is Zerit Gebray. I’m 28 and I’m not a hero. I want the Italian people to know story and I want to know why I wasn’t invited to my brother’s funeral.

After swimming for 3 hours I turned and saw that my brother had fallen behind. He said, Go on, Zerit, get to land, call home. He said, ‘Bye Zerit. And I was on the point of fainting in the sea, I couldn’t swim for the two of us, I thought ‘it would be terrible for my mother to lose two sons in the same night – and I left my brother behind. I called ‘Bye Samuel. I, Zerit, am alive because my brother is dead.

My last goodbye I said to him at the camp when they showed me a photograph of a body swollen with water. I who spent my life studying the sea, I’ve explored the seabed and recognized the voices of the seashells – did not recognise my own brother. So he died a second death. The day of the funeral I couldn’t wait for the result of the DNA test that would tell me, Yes, that’s your brother Samuel.


DOSSIER ERITREA/Il mio nome è Zerit Gebray, ho 28 anni e non sono un eroe

 Zerit Gereay
4 novembre 2013
Il mio nome è Zerit Gebray, ho 28 anni e non sono un eroe. Voglio che il popolo italiano conosca questa storia e voglio sapere perché non sono stato invitato al funerale di mio fratello.

Dopo aver nuotato per tre ore, mi sono voltato  e ho visto che mio fratello è rimasto indietro. Mi disse: “Vai avanti, Zerit, cerca di arrivare alla riva e chiama a casa. “ Poi aggiunse “Ciao Zerit”. Ed ero sul punto di svenire in mare. Non potevo, non ero in grado di nuotare per entrambi, e ho pensato che per nostra madre sarebbe stato terribile perdere due figli nella stessa notte e così ho lasciato mio fratello dietro di me. Esclamai “ Ciao Samuel” . Io sono vivo, perché mio fratello è morto.

Gli diedi il mio ultimo addio nel campo, quando mi mostrarono una fotografia di un corpo gonfio d’acqua. Io, che ho passato una vita studiando il mare, io che ho esplorato il fondo del mare e ho riconosciuto la voce delle conchiglie, non ho riconosciuto il corpo di mio fratello. Così lui è morto due volte.  Il giorno del funerale non ho potuto aspettare il test del DNA che mi avrebbe rivelato : sì, questo è tuo fratello Samuel.

Zerit Gebray

 

SPECIAL ERITREA/A Mercenary Army: Isaias Afwerki’s Last Stand

www.awate.com
4 November 2013
The Tigray People’s Democratic Movement (TPDM, known by its Tigrinya accornym De.M.H.T.) is one of half a dozen Ethiopian opposition groups stationed in Eritrea whose mission statement appears to have changed from bringing change to Ethiopia to fighting change in Eritrea by being President Isaias Afwerki’s last enforcement unit.

Over the weekend, TPDM was dispatched to Asmara to conduct routine roundup of Eritrean youth who have to be mobilized for military enlistment.  In previous dispatches, only TPDM members with passable Eritrean Tigrinya accents were recruited to conduct the roundup.  In this patricular mission, there appears to have been a breakdown and TPDM members with noticeable Tigrayan accents were roaming the Merkato neighborhood of Asmara and asking for “metawekia” and “mewasawesi“–Ethiopian words for “moving permit”– whose Eritrean version is “tessera” and “menkesakesi” respectively.

In the ensuing altercation among Asmara residents and TPDM, shots were fired near Hamasien Restaurant.

A TPDM soldier who was wounded by stone-throwing Eritreans was treated in Orota Hospital. When asked for his identification, he disclosed that he is an Ethiopian national and gave his address as Alla (near Dekemhare) and gave the name of his Eritrean handler.

Since the incident, the Isaias Afwerki regime has gone on full information-management campaign:

1. The area of the conflict was repeatedly visited by Brigadier General Teklai Kifle ( “Manjus”) and his deputy, Brigadier General Fitzum “wedi Memher.”   Both manage, among other things, the Ethiopian opposition based in Eritrea, and both are intensely loyal to President Isaias Afwerki.

2. Eritrean security officials locked down schools to inform them that those who conducted the round-up campaigns were Eritreans and the rumors that they are TPDM soldiers are not true;

3. In the neighborhood “zoba” (local administration) units, meetings were called with Asmara residents to tell them that those who conducted the roundup are actually members of Eritrea’s  “525″ commando unit.

Background

TPDM along with the Ogaden National Liberation Front (ONLF), the Oromo Liberation Front (OLF), the Afar Revolutionary Democratic Unity Front (ARDUF) and Ginbot Sebat (May 7th movement) all have received a base and training in Eritrea for nearly a decade.

On December 2009 (resolution 1907),  and again in December 2011 (resolution 2023) the United Nations empowered a group (Somalia Eritrea Monitoring Group) to monitor and report on Eritrea’s destabilizing activities in the Horn, particularly in Somalia and Ethiopia, and specifically forbade Eritrea to host opposition groups of neighboring countries.

Since then, many of the Eritrea-based Ethiopian opposition groups have either gone underground or have been severely weakened by Ethiopian security officials.

The one exception to this has been TPDM, which is now rumored to be Africa’s largest guerrilla force.

The “guerrila” force is a misnomer because it has been 4 years since it attempted any military campaigns against Ethiopia and is now essentially an Eritrea-based Ethiopian group with an Eritrea-based mission:

1.  Its base used to be at Harena, in the Eritrea-Ethiopia-Sudan border (Southwest Eritrea), near Humera, Ethiopia.  It has been moved to Alla, near Dekemhare.  This happened after Ethiopia’s March and April 2012 forray into Eritrea, where it conducted two raids and destroyed the bases of TPDM.  Now, the organization moves around Dekemhare, Mai Aini and Asmera–far from its alleged military targets: Ethiopian soldiers.

The move is also due to the Monitoring Group’s expose: officially, the Eritrean regime’s position is that there is “no evidence” that it hosts Ethiopian opposition groups.  Unofficially, it wants to assure its followers that it has managed to train a large Ethiopian guerilla forces capable of delivering what it has promised its supporters (and the Ethiopian opposition) for 12 years: the removal of Tigray People’s Liberation Front (TPLF), or “Weyane”, the core of Ethiopia’s ruling coalition, from power.

2. Almost all of the revenues generated from Bisha Mining were used to train, arm, equip, headquarter and maintain TPDM. There is stark difference between the living conditions of TPDM and that of Eritrea’s regular army, the Eritrean Defense Forces.  In meetings EDF officers had with Isaias Afwerki in Sawa last year, the Eritrean president repeatedly warned that EDF should not expect any change in its living conditions as revenues from Bisha Mining have already been appropriated.

3. As a fighting force, the Eritrean Defense Forces are practically non-existent.  EDF has been hallowed up by desertion by the thousands and what remains is a demoralized force and powerless officers focused more on self-enrichment than military cohesion.

4. The “people’s army” which was set up by Isaias Afwerki as an alternative to EDF is incapable of being his line of defense: they are the parents and grandparents of the youth they are ordered to “round up”–now considered a mortal threat–and they would not be capable of it: with little or no military training, they are not capable of doing anything more than protecting passive assets (banks, government buildings) and they are not part of any contingency plan to control crowds.

5. It appears that De.M.H.T. is Isaias Afwerki’s last line of defense, the same model that was used in Libya, Mali and Central African Republic: bringing foreign power with no hesitation of pulling the trigger against local citizenry.   However, the incident of last weekend appears to have been a miscalculation–the ground was not prepared to psychologically orient the people that “Tigrayans are our brothers”–and now, the security apparatus– Wedi Kassa, Simon Gebredengel, Tesfaldet Habteselasse, Manjus and Wedi Memher–is in full damage control mode.

awate.com

DOSSIERE ERITREA/La violenza sulle donne: l’inferno di Elsa, Lula & le altre a Sawa, il campo degli stupri

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Marina Rini
Asmara, 26 settembre 2002
E’ da poco passata la mezzanotte. Svegliata dai colpi prepotenti sferrati con il calcio del fucile contro la porta di casa Lula, terrorizzata, schizza all’improvviso dal letto. La diroccata palazzina di due piani nei pressi dell’aeroporto di Asmara è circondata dai soldati. La ragazza infila velocemente un pantalone e un giubbotto, e prima di aprire la porta volge un rapido sguardo verso gli occhi disperati di sua madre. L’uf-ficiale sull’uscio ringhia qualche frase verso le donne. Lula il menqesaqesi, il tesserino militare, non ce l’ha.

Un uomo l’afferra con violenza per il braccio e la trascina su un camion, già carico di ragazzi e ragazze impauriti. In pochi secondi il mezzo sparisce nell’oscurità. Destinazione Sawa, un durissimo e inavvicinabile campo militare di addestramento situato nell’infuocato deserto ai confini con il Sudan.

Le giovani eritree lo chiamano più semplicemente, sussurrandoti nell’orecchio, il “campo degli stupri”. Nell’accampamento ci passano tutti, prima o poi. È la tappa obbligatoria degli eritrei tra i 17 e i 40 anni, ma spesso ci finiscono ragazzine e ragazzini di 15 e 16 anni. Le cifre sono agghiaccianti: si calcola che oltre 200 mila eritrei, la metà donne, siano stati reclutati forzatamente. Quando Lula entra a Sawa è il gennaio del 2001. Ha da poco compiuto 17 anni, ha lasciato la scuola nel 1998 per occuparsi della sorella minore.

Sua madre, abbandonata dal marito, è malata di cuore. Dei due fratelli maggiori non si hanno più notizie da oltre due anni. Come altri 19 mila giovani saranno morti durante l’insensata guerra contro l’Etiopia scatenata nel 1998. Per Lula i sei mesi trascorsi nel maledetto accampamento sono ancora un incubo. Racconta: “All’inizio è stata una tortura. Ho sopportato in silenzio lunghe marce a piedi nel deserto, tra i ragni e i serpenti sotto un sole accecante che ti spezza le gambe. Volevo dimostrare ai “capi” che sono una brava patriota. La sofferenza è cominciata quattro mesi dopo, quando ero troppo stanca per ribellarmi. Gli uomini, al tramonto, entravano prepotentemente nella tenda e sceglievano una di noi per passare la notte. Si trattava di ufficiali, anche sposati, che consideravano norma-le portarsi a letto ogni sera una soldatessa diversa. Sono rimasta quasi subito incinta e mi hanno immediatamente rispedita a casa”.

La drammatica esperienza di Sawa ha significato per la giovane mamma l’abbandono di ogni speranza nel futuro. “La propaganda di governo promette posti di lavoro a 150 nakfa al mese, circa 7,5 euro al cambio nero, ai giovani che tornano dal servizio militare obbligatorio, ma non è vero. Ci impediscono di studiare e ci rubano i sogni. Quando finirò di allattare Stella, senza un marito, non so come la sfamerò. Ma una cosa è certa: quando sarà il suo turno la nasconderò. La mia bambina non andrà mai a Sawa”. Alcune suore, in segreto, gestiscono una clinica per ex soldatesse. Molte famiglie non riaccolgono più in casa le ragazze madri o quelle che riescono a fuggire da Sawa. Le religiose diventano così le uniche confidenti di giovani donne traumatizzate o in procinto di partorire figli concepiti nei campi militari.

“La situazione è ormai incontrollabile”, sostiene una suo-ra. “Moltissime donne sposano perfetti estranei per evitare i “giffa”, i rastrellamenti forzati. Altre non reggono e si suicidano. Da quando il governo ha deciso di non reclutare più donne con figli, in clinica abbiamo fatto il pieno di ragazze che aspettano bambini da sconosciuti. Poi tornano disperate quando si rendono conto che senza tesserino militare non avranno mai un lavoro. L’avvenire di questo Paese è nero”.

Elsa, invece, i suoi 18 mesi di servizio militare se li è fatti tutti. Compresi 12 terribili vicino ad Assab, nell’inferno del deserto dancalo. Mostra foto sbiadite di Sawa, durante l’addestramento, lei fiera nella mimetica, è sorridente. “Era il 1998, avevo 20 anni. Dopo sei mesi ho capito che quei soldati mi chiedevano un “servizio” diverso. Io e la mia compagna di 17 anni siamo finite in una casa con militari uomini”, sussurra Elsa. “In pratica siamo diventate le loro serve. Dodici ore al giorno di lavoro e stuprate la notte: un tormento insopportabile. A me è toccato un uomo non sposato, all’inizio ero contenta ma poi quando sono rimasta incinta mi ha rispedito ad Asmara. Per fortuna è successo due mesi prima dello scoppio della guerra, altrimenti sarei morta al fronte. L’ufficiale mi scrisse una lettera: per dirmi che il figlio non era suo. So che si è sposato con un’altra. Molte mie compagne si sono ammalate di Aids. Sappiamo che esiste questa malattia, ma io non so bene come si prende”.

La corsa del virus in Eritrea è allarmante: nel 1988 appena un caso, nel 2001 oltre 13.000 ammalati, 3.000 in più ogni anno. La guerra tra Eritrea ed Etiopia è finita da un pezzo. 3.500 caschi blu delle Nazioni Unite, tra cui 150 italiani, sorvegliano il cessate il fuoco. Il presidente Isaias Afeworki aveva promesso solennemente di smobilitare circa 150 mi-la soldati e, con i fondi della Banca Mondiale, favorire le attività professionali e di studio. Del progetto, oggi, nessuno ne parla più. Ogni notte agli angoli delle strade soldati ragazzini, in tuta mimetica e sandali, intimano ai loro coetanei di esibire l’odiato mengesagesi. Chi ne è sprovvisto finisce direttamente a Sawa. Vietato parlare di reclutamenti forzati. Il governo preferisce chiamarli “programmi di lavoro estivi”, o “maetot”, servizio di leva obbligatorio. Da giugno di quest’anno i rastrellamenti si sono intensificati, fino a raggiungere i tremila nella sola notte del 9 luglio. La sera le strade di Asmara sono quasi deserte. Gli unici giovani che frequentano bar e ristoranti sono i “beles”, i fichi d’india, come vengono chiamati affettuosamente da queste parti gli emigrati che tornano in Eritrea per trascorrere le vacanze estive. Per sfuggire ai reclutamenti forzati le ragazze dormono ogni sera in luoghi diversi, oppure, come le cameriere degli alberghi, si fanno rinchiudere nelle cantine già attrezzate di materassi e acqua.

Ma spesso non basta. Gli ufficiali dell’esercito si presentano direttamente al datore di lavoro per esigere la consegna del personale. I rastrellamenti hanno provocato la paralisi dell’economia e, di conseguenza, molte imprese hanno chiuso i battenti. Se gocciola un rubinetto non ci sono idraulici per ripararlo, la terra coltivabile è trascurata perché non ci sono braccia giovani e forti, il ministero dell’Educazione ha dovuto assumere 300 insegnanti indiani, perché quelli eritrei sono spariti al fronte o spediti a Sawa. Il presidente Isaias, che non ha mai promulgato la costituzione del 1997, recentemente ha fatto arrestare – in una località segreta – 15 dei suoi più stretti e illuminati collaboratori. Avevano osato scrivere una lettera dove si richiedevano le riforme democratiche che tutti i cittadini aspettano da tempo.

La stampa libera è stata soppressa e i giornalisti incarcerati. 400 studenti universitari che si oppongono ai “campi di lavoro estivi” sono stati spediti a Wia, un lager vicino al porto di Massaua dove le temperature superano spesso 40 gradi, con il compito di ammucchiare pietre. Ad altri 1.700 è stato impedito di iscriversi al nuovo anno accademico, perché bloccati in un interminabile servizio militare obbligatorio. Parlare apertamente della situazione politica e sociale del Paese è impossibile.

Come negli anni ’70 e ’80 è ricominciato l’esodo. Moltissime donne scappano: in Etiopia, in Sudan o via mare. Chi può pagare, viene trasportata sulla costa e sistemata su una piccola imbarcazione nel bel mezzo del Mar Rosso, in attesa che arrivi una nave più grande in rotta verso l’Europa. Altre cadono vittime di truffatori senza scrupoli. In Eritrea i legami con l’Italia sono ancora molto forti. Tantissimi eritrei, anche giovani, parlano perfettamente la nostra lingua. Ad Asmara c’è la più importante scuola italiana all’estero e l’architettura anni ’20 della città, come anche l’atmosfera che si respira, è quella di una tranquilla e sonnacchiosa cittadina del nostro sud.

Una sera, in un ristorante, davanti a un fumante piatto di tagliatelle al ragù, un eritreo sulla cinquantina accetta di parlare di sua figlia, ma si capisce che lo fa con imbarazzo. “Ha vent’anni. Ha finito la scuola italia-na due anni fa, anche sua nonna – mia madre – era italiana. Dovrebbe partire per Sawa, ma le ho procurato dei documenti falsi dove risulta che è ancora troppo giovane. Partire per l’estero? Impossibile: senza tesserino militare, niente passaporto. Il governo ha perfino annullato tutte le borse di studio, perché molti studenti non tornavano più. La sera non esce e tutta la famiglia la sta nascondendo per proteggerla dall’aberrante campo militare. Ma in questo Paese di poco più di tre milioni e mezzo di abitanti, non ci sono più tanti posti per nascondersi”.

Marina Rini

Guerra e diritti umani: 70 mila morti in due anni

Un anno e mezzo: tanto dura il servizio militare in Eritrea, un Paese in cui la guerra negli ultimi 40 anni è stata quasi all’ordine del giorno. Nell’ex colonia italiana, che tra il ’62 e il 93 è stata provincia dell’Etiopia, la guerriglia ha combattuto una guerra di liberazione pluridecennale.

Indipendente dal ’93, appunto, sempre con Addis Abeba, Asmara ha combattuto anche il suo ultimo conflitto per la definizione dei confine tra il 98 e il 2000: i soldati uccisi sui due fronti sono stati almeno 79 mila. Nel dicembre di due anni fa Eritrea ed Etiopia hanno firmato ad Algeri un accordo: a due anni da quella pace, solo nelle scorse settimane le due parti hanno rimandato a casa i rispettivi prigionieri.

Il presidente Isaias Afeworki, ai potere da 9 anni in un Paese di 3,7 milioni di abitanti grande quanto il Nord Italia, nei giorni scorsi è stato di nuovo accusato da Amnesty International di violazione dei diritti umani nei confronti degli oppositori — studenti, militari, politici e giornalisti — incarcerati “illegalmente”. Afeworki nel 2001 ha annullato le elezioni previste e incarcerato i leader dell’opposizione. L’Europa ha congelato gli aiuti umanitari.

m. r.