Tregua per due settimana in Iran
Fabrizio Cassinelli
8 aprile 2026
È indubbiamente una fragile tregua giunta in extremis quella raggiunta nella scorsa, lunghissima notte in Medio Oriente tra gli Usa da una parte (con Israele che l’ha parzialmente accettata obtorto collo) e l’Iran.
Una tregua – prepariamoci – che da diverse parti rischierà di venir sabotata. Di certo in una sola notte siamo passati dalla minaccia del presidente americano, Donald Trump, di “distruggere un’intera civiltà”, quella persiana, a un accordo preliminare che si basa sulla piattaforma dei 10 punti iraniani e che prevede il controllo dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. Che prima non aveva mai avuto. Un discreto contrappasso per chi pretendeva di fare il bello e il cattivo tempo nella regione.
A fermare i bombardieri B52 già in volo (dall’Europa, forse con cacciabombardieri anche da Aviano) verso la Repubblica Islamica è stata la mediazione del Pakistan, ma soprattutto, pare, l’intervento della Cina, ancora una volta decisiva.
Ma soprattutto, dal centro delle frenetiche trattative è stata esclusa Israele, che ha sùbito precisato di non considerare negoziabile la sua aggressione al Libano.
L’invasione continuerà perché l’obbiettivo territoriale della Grande Israele non muta al mutare delle condizioni al contorno ormai da molti anni. E infatti oggi il governo israeliano ha dichiarato che la “guerra a hezbollah continua”.
Il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif, su X ha però già precisato che “il cessate il fuoco immediato è ovunque, inclusi il Libano e altrove”. Ad ogni modo il primo round di trattative fra Stati Uniti e Iran è previsto a Islamabad venerdì. Mercoledì si è appreso che sarà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore, mentre il vicepresidente statunitense Vance sarà a capo della delegazione americana.
Ma attorno a quali punti fermi si è formato l’accordo? All’Iran resterà il controllo dello Stretto di Hormuz e sul quale vi saranno pedaggi congiunti con l’Oman su ogni singola nave commerciale o petroliera. Fondi che verranno utilizzati per la ricostruzione delle infrastrutture bombardate da USA e Israele: “I ponti verranno ricostruiti – ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre aver ‘disciplinato’ gli USA è un’occasione unica”. “Il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile – ha aggiunto – per due settimane, ma previo coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche”. Insomma, sotto le armi puntate.
Ma la più grande vittoria iraniana sta nel fatto che gli USA abbiano accettato come piattaforma dei colloqui i 10 punti posti nei giorni corsi dall’Iran e non i 15 proposti da loro. Almeno in linea teorica prevedono anche la fine delle sanzioni e il diritto al nucleare civile non militare.
Intanto lo shock finanziario globale e petrolifero pare che per ora sia evitato: l’Europa, attore quasi completamente passivo, incassa questa soluzione in un’atmosfera politica sempre più slegata dal patto Atlantico ripudiato più volte da Trump. Tanto alle lobby dietro al presidente degli Stati Uniti basta che l’UE continui ad acquistare il GNL (gas naturale liquefatto) d’Oltreoceano a stelle e strisce che costa 10 volte il gas russo, e niente altro.
La Cina torna ad avere il petrolio nuovamente a basso costo e peso geopolitico. L’Italia potrà affrontare elezioni senza l’incubo dei prezzi alla pompa. Il Pakistan conferma quello che tutti hanno capito, ormai, anche gli iraniani: se hai l’arma nucleare non ti attacca nessuno.
Evidentemente lo sanno con certezza ormai anche gli iraniani, tanto che tra la gente per le strade, nella notte di festa, veniva chiesta a gran voce la riapertura del programma atomico militare. E proprio questo sarà il punto controverso che rischierà di far saltare il tavolo. Ma la fine del munizionamento di precisione di USA e Israele, l’intensificarsi dei lanci iraniani, il fallimento del raid american per l’uranio, e il rischio dell’ingresso in guerra del Pakistan nucleare dopo il patto con l’Arabia Saudita (che ha ‘mollato’ gli USA rivolgendosi ad altri, una sconfitta colossale della politica estera americana) ha suggerito a tutti di mettere la pistola nella fondina. Almeno per due settimane.
Fabrizio Cassinelli
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