le crepe nell' Hasbara israeliana - immagine creata con IA
Agnese Castiglioni*
23 marzo 2026
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’apparato monumentale dell’Hasbara israeliana (cioè lo sforzo strategico di comunicazione e diplomazia pubblica portato avanti dallo Stato di Israele) ha iniziato a mostrare crepe inaspettate.
La macchina comunicativa è stata travolta da inchieste sui finanziamenti e dalle denunce di influencer e aziende collaboratrici che affermano di non essere stati pagati per il lavoro svolto.
È un caso emblematico di come siano cambiate le strategie nei conflitti moderni: il concetto di “campo di battaglia” si è esteso, passando dai confini geografici tracciati dai carri armati alla trasformazione delle piattaforme digitali in asset strategici per orientare l’opinione pubblica globale.
La parola Hasbara è un termine ebraico che si traduce letteralmente in “spiegazione”.
Non si tratta di una semplice operazione di propaganda, ma di una vera e propria dottrina di diplomazia pubblica, concepita per giustificare le scelte nazionali, promuovere l’immagine del Paese come “startup nation” democratica e contrastare le campagne di boicottaggio internazionale.
Per anni, l’Hasbara si è basata sul coinvolgimento volontario di studenti e civili, trasformati in “ambasciatori online”.
Tuttavia, dal 7 ottobre, data dell’inizio della guerra a Gaza, la strategia ha subìto un’accelerazione industriale.
Sotto la guida del Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il budget stanziato dal governo israeliano per le pubbliche relazioni globali ha raggiunto i 150 milioni di euro, una cifra venti volte superiore ai livelli del 2024.
Parte di questi fondi servirebbe a finanziare operazioni di altissimo profilo tecnologico.
Israele starebbe versando circa 1,5 milioni di dollari al mese a Brad Parscale, già guru della strategia digitale di Donald Trump.
Come emerge dai documenti depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (FARA), il governo israeliano avrebbe inoltre offerto, attraverso agenzie come Bridges Partners LLC e Havas Media Group, fino a settemila dollari a influencer americani per ogni singolo post, con l’obiettivo di inondare il web di narrazioni favorevoli alla posizione israeliana.
Proprio su questo fronte, però, si stanno aprendo le prime crepe. L’ultimo colpo alla credibilità dell’apparato è arrivato tra il 5 e il 10 marzo 2026, con l’esplosione di una protesta interna che coinvolge decine di influencer, consulenti e agenzie di comunicazione.
Le accuse sono pesanti: l’ufficio del Primo Ministro e i vertici della Hasbara sono accusati di mancati pagamenti per milioni di shekel.
Molti creatori di contenuti, che avevano accettato di promuovere la linea governativa dietro compensi promessi di migliaia di dollari, denunciano oggi di essere stati abbandonati.
Quella che i critici definiscono una “tangente pubblica” per manipolare il discorso politico si sta trasformando in un boomerang legale e d’immagine.
Nonostante queste turbolenze, la visione strategica rimane ferma. Già il 18 settembre 2023, incontrando a New York attivisti, esponenti del tech e figure come Douglas Murray, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu era stato categorico: “I social media sono campi di battaglia fondamentali del nostro tempo.”
Una dichiarazione che conferma come, per lo Stato d’Israele, la narrazione digitale non sia più un accessorio diplomatico, ma un vero e proprio asset militare.
Nonostante l’investimento multimilionario, i dati suggeriscono che la strategia stia faticando a fare breccia nel cuore dell’alleato più stretto: gli Stati Uniti.
Un sondaggio NYT/Siena College di settembre 2025 ha evidenziato un’inversione di tendenza storica: i contrari a ulteriori aiuti militari raggiungono il 51%, mentre tra gli under-30 la percentuale sale al 68%.
Inoltre, il 40% degli intervistati è convinto che Israele colpisca deliberatamente i civili.
Per la prima volta, il sostegno ai palestinesi (35%) ha superato numericamente quello a Israele (34%), segnando un fallimento comunicativo che nemmeno l’IA sembra in grado di arginare.
Se l’Hasbara doveva essere lo scudo digitale di Israele, la dipendenza da influencer mercenari e algoritmi artificiali sembra averne indebolito l’anima.
Mentre i budget aumentano, l’efficacia della narrazione vacilla, ponendo le basi per una sfida fondamentale: il risveglio delle coscienze.
In un ecosistema saturo di narrazioni su commissione, questa situazione diventa un’occasione per costruire un pensiero critico, spingendo il pubblico a guardare con occhi diversi ciò che appare sugli schermi e a interrogarsi sulla reale natura di ciò che consumiamo ogni giorno.
Documentazione FARA: Il piano di Influencer Marketing del Ministero degli Affari Esteri d’Israele
Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com
*studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria.
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