Sandro Pintus
9 marzo 2026
I grattacieli, le luci scintillanti, l’alta tecnologia e le ricchezze di Dubai sono il lato esteriore dell’Emirato. Esiste un aspetto che ormai non è nemmeno tanto sconosciuto ma molto oscuro: quello dei diritti umani.
A Dubai, ma anche nei restanti sceiccati degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo la costa meridionale del Golfo Persico e in Arabia Saudita, è un problema diffuso tra i lavoratori migranti.
La città sfavillante è stata costruita grazie al lavoro di centinaia di migliaia di migranti che rappresentano il 90 per cento della popolazione. La maggior parte di questi provengono da India, Pakistan, Bangladesh e altri Paesi del Sud e Sud-Est asiatico. Ma anche dall’Africa: Ghana, Nigeria, Kenya, Mozambico, Sudafrica, Zimbabwe.
Sono quei migranti che hanno costruito il Dubai World Trade Center, primo grattacielo del mondo arabo e il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo (828 metri).
Ma anche Palma Jebel Ali e la Palm Jumeirah, le isole artificiali a forma di palma, Expo City Dubay che ha ospitato la COP28 il grande evento sul clima. E molti altri che rendono Dubai una città del deserto unica al mondo.
La kafala è l’equivalente della sponsorizzazione ma più invasiva. È una norma islamica che unisce legalmente il lavoratore migrante a un singolo datore di lavoro. Un sistema che, spesso, crea situazioni di sfruttamento e limitazione della libertà di movimento e si avvicina alla schiavitù moderna.
ONG come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso della kafala che toglie dignità ai lavoratori e lavoratrici immigrati. La prima azione del datore di lavoro è la confisca del passaporto dell’immigrato. Anche se questo se questo sequestro è vietato dalla legge.
Con questo atto al lavoratore viene impedito di lasciare il Paese e la promessa di uno stipendio dignitoso diventa un sogno disatteso. Queste persone, ormai in trappola, vengono sottopagate dovendo lavorare anche 12 ore al giorno senza giornate di riposo.
Negli ultimi anni negli EAU sono state varate diverse leggi per andare oltre la kafala e migliorare i diritti dei lavoratori. Ma non vengono rispettate. L’ONG britannica Equidem ha pubblicato il rapporto “EXPOsed” dove ha denunciato le sistematiche pratiche di lavoro forzato dei lavoratori immigrati.
L’indagine evidenzia anche lo sfruttamento dei lavoratori africani. Sono vittime di abusi come il pagamento di tasse di reclutamento illegali e il mancato pagamento dei salari. A questo si aggiunge il razzismo per il colore della pelle.
Anche se altamente qualificati i lavoratori africani, hanno ruoli inferiori rispetto a colleghi di altre nazionalità. La mano d’opera africana e asiatica, ha compiti più pesanti e salari minori. Inoltre, quando devono essere fatti tagli del personale sono i primi ad essere licenziati.
L’assenza di sindacati e la paura di ritorsioni impediscono alle vittime di denunciare i soprusi. Un sistema che i lavoratori definiscono “schiavitù moderna”.
Questa forma di oppressione è anche peggiore per le donne. La maggioranza delle lavoratrici trovano occupazione come domestiche e abitano nelle case dei datori di lavoro. Ma questo non è un vantaggio. È, infatti, difficile denunciare abusi fisici o psicologici.
Queste donne lavorano anche 16-18 ore al giorno e spesso vengono abusate sessualmente. E quando va male vengono obbligate ad entrare nel giro della prostituzione.
Se una donna tenta di fuggire da una situazione di sfruttamento, rischia di essere accusata di “fuga” che comporta l’arresto o la deportazione. Questa situazione è comune, con qualche variante, a tutti i Paesi EAU.
Un sindacato sarebbe sicuramente utile per negoziare tra governo e datori di lavoro sui i diritti dei lavoratori. Purtroppo, in un sistema che non rispetta i diritti umani e civili, diventa una “mission impossible”.
Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
X (ex Twitter): @sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Crediti foto
– Operai in pausa durante la costruzione di un grattacielo
By Piotr Zarobkiewicz – Own work, CC BY-SA 3.0, Link
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