APPROFONDIMENTI

La guerra all’Iran e le domande ancora senza risposta

Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
8 marzo 2026

Annunciata e preparata da tempo, la guerra di Israele e degli Stati Uniti all’Iran è cominciata. Resta da capire quali saranno gli esiti nel breve e lungo termine.

L’offensiva è iniziata il 28 febbraio scorso, all’indomani dell’ultima sessione dei negoziati tra Iran e Usa presso l’ambasciata dell’Oman a Ginevra, smentendo le affermazioni del ministro degli Esteri omanita che aveva parlato di “progresso sostanziale” nei colloqui: l’Iran aveva infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito.

Bombardamenti in Iran

La speranza era che i negoziati, nonostante le reiterate pressioni israeliane su Trump e l’arrivo delle portaerei USA nel Mediterraneo, compresa la Gerald Ford, la più grande del mondo, ormeggiata nelle acque di Haifa, scongiurassero una guerra che, come aveva chiaramente avvertito l’Iran, avrebbe infiammato il Medio Oriente. E così è stato.

Quello sferrato da Netanyahu e Trump è il secondo attacco in otto mesi, per provocare, così hanno detto, un cambio di regime e far diventare l’Iran un Paese non più ostile e libertario. Hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei, i capi dei Guardiani della Rivoluzione e invitato gli iraniani a rivoltarsi contro il regime degli ayatollah.

Ma nonostante i festeggiamenti dei dissidenti in alcune città iraniane e all’estero per la morte di Khamenei, non c’è un’opposizione strutturata per sostituire l’attuale classe dirigente. Il fallimento dell’export della democrazia in Afghanistan e in Iraq sembra non aver insegnato niente.

Intanto sotto i bombardamenti (di chi?), sono state uccise 165 bambine della scuola elementare di Minab vicina ad una base dei Pasdaran e l’Iran sta colpendo, oltre Israele, le monarchie del Golfo e i Paesi della regione che ospitano le basi Usa.

Israele, superpotenza regionale

Trump è “incondizionatamente” al fianco di Israele, il cui scopo per alcuni non sarebbe solo impedire all’Iran di raggiungere l’arma atomica, che Israele peraltro possiede in quantità. Oltre al cambio di regime per “schiacciare la testa del serpente” del cosiddetto “asse della resistenza” – già indebolito dalle guerre ad Hamas a Gaza, contro Hezbollah nel 2024 e, in Siria, dalla caduta del regime di Bachar el-Assad – si ipotizza che Israele voglia assumere il ruolo di superpotenza regionale.

Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu

Ma cosa avrebbe spinto Trump a questa azione militare? Tra i possibili moventi si evoca anche la necessità di distrarre l’opinione pubblica americana dallo spinoso quanto misterioso dossier degli Epstein files, o il petrolio iraniano (l’Iran è il terzo produttore mondiale) per soffocare la Cina che lo importa.

Elezioni midterm

Resta da capire, in vista delle elezioni di midterm, come risponderà Trump al popolo americano e alla sua base MAGA, delusa dalla sua politica estera sempre meno pacifica, che potrebbe avere dei costi non irrilevanti. Finora le sue dichiarazioni sono state fumose, contraddittorie e a singhiozzo.

All’inizio ha parlato di una dimostrazione di forza, un attacco limitato in caso di fallimento dei negoziati, per spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni sul nucleare e sui nuovi missili balistici capaci, secondo lui, di minacciare anche gli Stati Uniti. E il vicepresidente JD Vance ha assicurato che non c’era alcuna possibilità che un attacco contro l’Iran avrebbe portato ad una guerra prolungata nella regione. Dopodiché Trump è passato all’annuncio di una possibile operazione di terra, in seguito smentita, a quello di una guerra di quattro settimane, aggiungendo che gli Usa hanno capacità per andare oltre. Ma quanto oltre?

Caos dopo attacco

Ad oggi nessuno riesce a immaginare dove porti il caos, creato attaccando l’Iran, di cui parla anche Daniel Levy, analista ed ex negoziatore degli Accordi di Oslo 2, oggi critico delle politiche di Israele, in un intervento in cui fa presente tra l’altro che due potenze nucleari hanno attaccato uno stato che l’atomica non ce l’ha.

Sul Newyorker, Robin Wright ha evidenziato che l’offensiva denominata “Furia epica” negli USA e “Leone ruggente” in Israele, non ha l’appoggio maggioritario del popolo americano, preoccupato in questo momento dai propri guai economici, e solleva parecchi dubbi sulla sua legalità, sia rispetto al diritto internazionale che alla Carta delle Nazioni Unite e alla Costituzione degli USA.

Carta dell’ONU parla chiaro

La Carta dell’ONU stabilisce infatti che i Paesi membri debbano “astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato” (Capitolo I, Art. 2, Comma 4), mentre la Costituzione americana assegna solo al Congresso il potere di dichiarare guerra.

Per gli USA si tratta di un’altra “guerra preventiva”, come lo è stata quella del 2003 in Iraq basata sulla prova rivelatasi falsa del possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, con tanto di provetta esibita dal segretario di stato Colin Powell all’ONU, che stavolta dovrebbe contrastare una minaccia al momento ipotetica, visto che l’Iran non ha, o non ha ancora, l’arma nucleare.

Certo, il regime teocratico e oppressivo degli ayatollah, al potere da 47 anni, ha sempre giurato di distruggere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti, e con loro Israele. Ha attrezzato, nonché foraggiato, quei proxy che dopo il 7 ottobre hanno accerchiato Israele, e oggi, pur indeboliti, vedono Hezbollah riaprire un nuovo versante di guerra in Libano.

Diplomazia estromessa

Sta di fatto che alla diplomazia non è stata data una chance ulteriore né la si è considerata una via privilegiata. Senza copertura ONU e senza legittimazione del Congresso americano, questa guerra dichiarata mentre gli Usa stavano negoziando con l’Iran, come era accaduto del resto a giugno del 2025 bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz e Esfahan, ha sostituito alla trattativa il linguaggio della forza.

L’Iran ha firmato nel 1968 il Trattato di non Proliferazione Nucleare – mai sottoscritto da Israele che invece ha sviluppato un programma nucleare a scopo difensivo – , che prevede l’uso del nucleare solo per usi civili.

Nel 2015, col Joint Comprehensive Plan of Action (J.C.P.O.A) si è impegnato a limitare il suo programma nucleare, in cambio della rimozione delle sanzioni economiche, e ad aprire alle ispezioni dell’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il ritiro di Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, dall’accordo sottoscritto dal presidente Obama e da altri cinque Paesi e le numerose sanzioni economiche dirette contro l’Iran e i suoi partner economici, hanno spinto la Repubblica Islamica a riprendere l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati nel 2015 come leva negoziale, arrivando, secondo le ispezioni dell’AIEA, al 60 per cento. E’ così che tra divergenze e diffidenze reciproche nemmeno le “parole magiche” richieste da Trump e pronunciate dal ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, che l’Iran non avrebbe sviluppato armi nucleari, sono riuscite a fermare i venti di guerra che già soffiavano in maniera irreversibile.

Nuovo ordine mondiale

Ora è guerra aperta e il “nuovo Medio Oriente”, seppure sfocato, comincia ad allungare le sue ombre su un’Europa che si sta muovendo in ordine sparso, mostrando ancora una volta le sue crepe. Dopo l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, l’Iran, il “nuovo ordine mondiale”, pieno di incertezze, è servito.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
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