KENYA

Africa orientale: la solidarietà non conosce confini

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
13 febbraio 2025

Dopo un autunno caldo di proteste e manifestazioni pro-democrazia, Kenya Uganda e Tanzania, I tre paesi confinanti dell’Africa orientale, si sono ritrovati più vicini, quasi senza confini, nella lotta ai soprusi compiuti dai rispettivi governi. Una sorta di alleanza solidale che ora ha bisogno di essere riconosciuta ufficialmente per poter crescere e consolidarsi. Per poter essere efficaci bisogna tornare ora a fare rete.

E ora sembra giunto il momento. Artisti giornalisti attivisti. Servono voci, e teste dietro alle voci, consapevoli e coraggiose. Si risveglia lo spirito sociale del fianco centro orientale dell’Africa. Un fianco per cui sempre più persone, giovani e istruite, vogliono diventare una spina. Per pizzicare i governi autoritari e corrotti che continuano a vincere illegalmente, elezione dopo elezione.

Proteste Gen Z

Stavolta però non c’è nessuna intenzione di farsi imbavagliare, perché, come ha dichiarato Mathias Kinyoda, responsabile di Amnesty International, a Africa Confidential, prestigiosa rivista quindicinale che si occupa di Africa, “non possiamo più tacere sugli arresti e le deportazioni. Il silenzio è complicità e la complicità aiuta la repressione”.

Le costanti minacce (“non provateci più!”) ricevute puntualmente dagli attivisti che cercano di denunciare i soprusi e impedire processi sommari e arresti illegali, non sortiscono ormai nessun effetto. Quando la solidarietà supera i confini il potere fa meno paura. E quando la protesta corre sul web la solidarietà può diventare più forte della violenza.

È quello che, dall’esplosione delle proteste della Gen Z del 2024, sta accadendo tra Kenya, Uganda e Tanzania, sui cui confini sta crescendo una nuova cortina di movimenti pro-democrazia, sempre più coesa e efficace.

Se ne sono accorti tutti e tre i capi di Stato, che cominciano a tremare e a coalizzarsi a loro volta; temono infatti che se uno di loro venisse smascherato si scoprirebbe l’intero sistema di corruzione e nepotismo che da decenni regola le relazioni politiche e economiche della regione. Per questo negli ultimi mesi c’è stato un inasprimento delle misure repressive, in particolare in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni, in carica da quarant’anni e che ha nuovamente vinto le elezioni a grande maggioranza, è stato accusato in una conferenza pubblica di avere trasferito il controllo delle procedure elettorali da un organismo indipendente alle milizie statali.

Trasformando di fatto una procedura democratica in una ingerenza dispotica. Le proteste pubbliche degli attivisti hanno allarmato a tal punto Museveni che, di comune accordo con il governo tanzaniano, ha bloccato l’uso dei social media e imposto restrizioni all’accesso alle reti internet private. Mossa che ha confermato il Kenya, e in particolare la città di Nairobi dove vige ancora una legislazione che tutela i diritti civili, nel ruolo di centro operativo di tutti movimenti pro-democrazia. È lì infatti che la comunicazione è ancora libera e dove, a partire dal 2024, i manifestanti sono sostenuti dai media privati e da una rete di internauti che fornisce loro, tramite donazioni private e raccolte fondi, supporto economico e logistico.

In prima linea si sono schierati i membri della Kongamano la Mapinduzi, una colazione di organismi di sinistra, e l’organizzazione Africans for Africa, guidata dai kenioti Bob Njagi e Nicholas Oyoo. Gli stessi che a dicembre hanno denunciato, con proteste al confine della Tanzania, brogli nelle elezioni di ottobre, rischiando di essere uccisi, come poi è accaduto a una decina dei loro compagni.

Più volte gli attivisti hanno cercato l’appoggio dell’Unione Africana (UA) e della Comunità dell’Africa Orientale (EAC, East African Community). Hanno tentato di denunciare, senza esito, la violazione sistematica da parte dei governi dei diritti fondamentali.

Kenya, Uganda, Tanzania : I giovani chiedono democrazia

Il desiderio però di democrazia è troppo forte e in assenza di una tutela internazionale riconosciuta non resta che metterci la faccia, nella consapevolezza dell’alto rischio che si corre; anche in Kenya dove, nonostante la maggiore tutela dei diritti e della libertà di espressione, c’è una forte attività repressiva da parte delle autorità. Gli stessi Njagi e Oyoo, che prevedono di candidarsi alle prossime presidenziali del 2027, sono stati deportati e detenuti in Uganda per un mese dopo le proteste di ottobre.

E le prospettive politiche non lasciano ben sperare. È notizia di poche ore fa, infatti, che Edwin Sifuna, vice presidente del partito di opposizione, Orange Democratic Movement, è stato deposto dal suo ruolo e estromesso dal movimento. La sostituzione arriva dopo una forte fase di crisi iniziata lo scorso autunno, quando il leader, Raila Odinga, morto nell’ottobre 2025, si è avvicinato, in maniera non ufficiale, al presidente  William Ruto, mettendo da parte, tra gli altri, proprio Sifuna che invece puntava a dare una svolta alla linea del partito cavalcando l’onda della Gen Z.

A Nairobi però non se la passa bene nemmeno la maggioranza. Le pressioni si sentono anche all’interno del governo keniota. Emblematica è la situazione di Martha Karua, ex ministra della Giustizia, dell’era Uhuru Kenyatta, che ha espresso solidarietà e offerto tutela legale a Tundu Lissu, capo dell’opposizione e candidato alle presidenziali in Tanzania per il partito Chadema, arrestato con accusa di tradimento, e Kizza Besigye, leader ugandese del Forum for Democratic Change, detenuto per oltre un anno per possesso di armi.

Bloccata l’anno scorso all’aeroporto della capitale, insieme a due suoi collaboratori e mai arrivata in Tanzania per partecipare al processo a Lissu, la ministra ha affermato che un trattamento del genere non sarebbe stato possibile senza l’appoggio del presidente keniota Ruto. “Esiste una insana complicità tra i governanti della regione – ha affermato Karua – che certamente spiano e si scambiano informazioni sulle nostre attività”.

Accuse prontamente respinte dal responsabile della comunicazione delle forze militari ugandesi, il brigadiere general

e Felix Kulayigye, che giustifica la collaborazione con l’intelligence keniota con le esigenze di sicurezza nazionale.

Intanto, mentre il segretario del ministero degli Esteri keniota, Musalia Mudavadi, ha recentemente condannato, sotto pressione di vari attivisti, la deportazione e gli abusi che subiscono i kenioti all’estero, continua il silenzio complice del presidente William Ruto sulla detenzione di Kizza Besigye, a suo tempo arrestato alla periferia di Nairobi e estradato in Uganda. Le sua condizioni fisiche sono precarie e continuano a peggiorare. Ai tempi d’oro Besigye era il medico personale di Museveni.

Abbattere i confini non basta più, ora è il tempo di mettersi a correre veloce. Più veloce del leone. Più veloce del cacciatore.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
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