La giornalista e studiosa Farian Sabahi, autrice di “Alla corte dello Scià”
Alessandra Fava
Genova, 23 gennaio 2026
Per capire la situazione iraniana bisogna parlare con gli iraniani e con esperti di Medio Oriente. Sui media italiani, specie nei dibattiti televisivi, il confronto di politica interna ed estera diventa spesso una questione di tifoserie.
Non si fanno intervenire gli esperti dell’area e tantomeno viene ascoltata l’opinione degli abitanti del Paese di cui si dibatte (gli espatriati non mancano neppure in Italia).
Così l’assalto al petrolio iraniano e la fine del regime degli ayatollah, voluti dal presidente degli Usa Donald Trump, diventa come una partita di calcio, con opinioni insostenibili e non attinenti la realtà.
Africa ExPress ha scelto di sentire una esperta, iraniana di nascita, Farian Sabahi, già nota ai nostri lettori giacché abbiamo pubblicato vari suoi articoli. Opinionista, giornalista, professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria, autrice di “Storia dell’Iran 1890-2020” (Il Saggiatore 2020), “Noi donne di Teheran” (Jouvence, edizione aggiornata 2022), “Alla corte dello scià” (Ibis 2025).
Afex: A differenza del Venezuela per eliminare il governo islamico non basta catturare l’ayatollah. Ci sono migliaia di persone coinvolte nel regime e decine di congregazioni/associazioni religiose che si spartiscono il potere economico del Paese, la ramificazione dei poteri è estesissima. Si dice che Trump stia trattando con i funzionari governativi. È davvero possibile una transizione politica con un negoziato con gli attuali quadri?
F. S. Ci stanno provando le diplomazie mediorientali, perché l’alternativa è quella militare che farebbe esplodere – ancora una volta – tutta la regione. Mi spiego meglio. Se gli USA e Israele dovessero attaccare l’Iran – e la data indicativa sembra essere la notte tra il 30 e il 31 gennaio, a mercati finanziari chiusi – le autorità iraniane colpirebbero le basi militari statunitensi nella regione. E quindi in Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Iraq. Tutti a tiro di scoppio, vicinissimi e quindi facilmente raggiungibili dai missili fabbricati in Iran.
Afex: La soluzione eredi Pahlavi sembra impraticabile. È come se in Italia si dicesse torniamo ai Savoia. In Italia sarebbero contenti solo i pochi monarchici. Anche in Iran i sostenitori della famiglia dello scià sono pochi. Che cosa ne dicono gli iraniani?
F. S. Da quanto ho letto su Haaretz, il quotidiano israeliano di sinistra, in opposizione al governo del premier Netanyahu, le immagini in cui gli iraniani in Iran inneggiano al principe Pahlavi sarebbero state create dall’intelligenza artificiale. Gli slogan in suo favore sono molto più numerosi nella diaspora che in Iran. Si tratta di una campagna mediatica in cui il principe viene appoggiato da Israele, tant’è che nelle sue apparizioni su Instagram ha dichiarato che come prima cosa, dovesse cadere il regime e guidare lui la transizione, riconoscerebbe lo Stato di Israele.
La questione è questa: riconoscere lo Stato di Israele, che ha aggredito l’Iran a giugno 2025, è una priorità per gli iraniani in Iran? Onestamente, non credo proprio. Inoltre, nei giorni scorsi il principe ha auspicato il bombardamento dell’Iran, di quello che dovrebbe sentire come il suo Paese: un’assurdità.
Detto questo, il cognome Pahlavi evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali ed economiche degli anni Sessanta e Settanta, le torture inflitte dalla polizia segreta dello scià (la terribile Savak, addestrata da US e Israele), e l’asservimento a Londra e Washington.
Nel caso del principe, l’asservimento è anche nei confronti di Israele, visto che è andato a baciare la mano di Netanyahu. Paradossalmente, lo scorso fine settimana nelle manifestazioni a Londra c’erano più bandiere di Israele che bandiere monarchiche.
Afex: È davvero scemato il consenso anche delle classi popolari al governo islamico con l’inflazione galoppante? Oppure per molti prevale la paura e restano chiusi in casa?
F. S. Onestamente non ho idea, l’Iran è un Paese grande cinque volte e mezza l’Italia, con 92 milioni di abitanti. Anche se fossimo in Iran, sarebbe difficile fornire risposte univoche. In ogni caso non è stata solo la crisi economica a scatenare le recenti proteste iraniane che in prima battuta hanno preso di mira proprio il governo del presidente Pezeshkian, in carica da 18 mesi, e non il leader supremo.
Il governo aveva promesso uno sviluppo economico in aree marginali, ma non ha mantenuto la parola. Appena sono scoppiate le proteste, sia il presidente sia il leader supremo avevano dato ragione al popolo e non c’era stata repressione.
Detto questo, l’inflazione ha superato il 40 per cento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 per cento annuo (calcolato dal 21 dicembre 2024 al 21 dicembre 2025). La crisi è dovuta alla pessima gestione della cosa pubblica, alla corruzione e alle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno.
Per far fronte alle difficoltà economiche, le autorità della Repubblica islamica hanno promesso di aumentare sia gli stipendi dei dipendenti pubblici (dal 20 al 40 percento) sia i sussidi in contanti alle famiglie a basso reddito. Si tratta di misure che dovrebbero entrare in vigore nell’anno persiano 1405, che inizia il prossimo 21 marzo.
Misure che il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva già presentato al Parlamento il 23 dicembre 2025, e quindi cinque giorni prima che i negozianti del bazar di Teheran chiudessero le serrande in segno di dissenso. In ogni caso, aumentare i sussidi non farà che incrementare l’inflazione.
Le riforme previste dal governo Pezeshkian non includono soltanto l’elargizione di sussidi, peraltro irrisori, ma anche un aumento degli introiti fiscali dell’80 percento: coloro che guadagnano l’equivalente di oltre 277 dollari non pagano la tassa sul reddito, mentre coloro che hanno entrate superiori a 927 dollari mensili versano allo Stato il 30 per cento.
La novità del budget del prossimo anno persiano (dal 31 marzo 2026) è l’incremento dell’IVA, che passerà dal 10 al 12 per cento: a esserne colpiti saranno i consumatori finali di prodotti considerati di lusso, ma non coloro che si limiteranno a consumare i prodotti alimentari di base (riso, latte, farina, ecc).
Afex: Le proteste, nonostante la violenza e gli omicidi, sono uno dei sintomi della vitalità della ribellione sempre viva nella società iraniana nonostante violenze, morti, torture. Le donne prendono parte attiva a questo tam-tam e attivismo che non conosce censura. Pensi che possa formarsi un governo partendo dalla società civile? Ci sono progetti politici che nascono dal basso?
F. S. Come ho già detto, finché i militari e i paramilitari sono dalla parte delle autorità della Repubblica islamica, non ci potrà essere alcun cambiamento. Tutt’al più ci sarà, prima o poi, il passaggio del testimone dagli ayatollah ai pasdaran. E quindi una repubblica islamica in mano ai militari. Stile Egitto e Pakistan, quindi in linea con quello che un certo Occidente auspica.
Afex: La censura del governo blocca internet dall’8 gennaio e ha messo le mani anche su VPN e altri sistemi di comunicazione nella rete. Il potere minaccia di creare un network solo interno con autorizzazioni speciali per comunicare con l’esterno. È l’ennesima prova di debolezza di un regime?
F. S. Le autorità della Repubblica islamica hanno dimostrato a più riprese la loro debolezza. Credo che il blocco della rete sia invece la prova di una certa alleanza con Mosca, che ha fornito gli strumenti per bloccare la rete e pure Starlink.
Afex: Il film di Jafar Panahi Yek tasadof-e sadeh tradotto in italiano “Uno strano incidente”, in qualche modo sembra dire che la società civile è pronta a perdonare i quadri bassi che hanno aderito al governo islamico, la loro appartenenza. “lo faccio solo per nutrire la mia famiglia – dice il carceriere – Chiedo scusa, chiedo scusa”. Finito il regime, dal film si può immaginare che non ci sarà un processo di Norimberga. Che cosa ne pensi?
F. S. Ritengo sia invece fondamentale ipotizzare fin d’ora una commissione di riconciliazione nazionale, per evitare una pericolosa resa dei conti. Il modello a cui guardare è il Sudafrica nel dopo apartheid. Al momento non ho però sentito nessun leader dell’opposizione all’estero – né il principe Pahlavi né Maryam Rajavi, a capo dei mojaheddin del popolo – avanzare questa ipotesi.
Afex: Non sfugge che a manovrare ci sia anche Israele, l’eterno nemico dell’Iran; che gli Stati del Golfo siamo preoccupati di un eventuale abbattimento del regime, ancorché sunniti; che il petrolio iraniano con l’embargo veniva venduto soprattutto alla Cina e alla Russia e quindi un’eventuale sovversione del regime in salsa USA serva a tagliare anche risorse a Cina e Russia. Insomma, l’Iran è un tassello del piano Trump sul mondo. Gli iraniani che cosa dicono di eventuali interventi stranieri nel loro Paese pur per far finire un regime certo odioso ai più?
F. S. L’impressione è che vi sia un ampio divario tra gli iraniani in Iran e gli iraniani nella diaspora. Coloro che vivono in Iran non vogliono ovviamente essere bombardati, mentre una parte della diaspora – incluso il principe Pahlavi – auspica il cambio di regime anche a costo di un bombardamento israeliano e statunitense. Vi sono iraniani in Italia che hanno paragonato un possibile bombardamento dell’Iran all’operazione statunitense per liberare l’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Uno scenario apocalittico.
Afex: Secondo il Mossad, alle proteste partecipano anche agenti israeliani con la collaborazione degli americani. È credibile?
F. S. È assai probabile perché è stato lo stesso Mike Pompeo, ex capo della Cia, a scriverlo sui social, ed è stato un ministro israeliano ripreso dall’account middleastmonitor.
Afex: Che cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare gli iraniani in Iran?
F. S. Potrebbe sembrare una provocazione, ma sono più di trent’anni che mi occupo di Iran come giornalista e accademica. Ho viaggiato in lungo e in largo in tutto il Medio Oriente. Ho memoria della povertà della popolazione irachena al tempo di Saddam Hussein, quando l’Iraq era sotto sanzioni internazionali. E ritengo che, a questo punto, dopo vent’anni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente americano Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro, l’unica soluzione sia mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrà tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, motu proprio, un regime che per anni ha negato i suoi diritti.
Afex: E per aiutare le donne iraniane, che cosa può fare la comunità internazionale?
F. S. In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il codice islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi vent’anni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati. Anche per aiutare le donne iraniane, togliere le sanzioni sarebbe opportuno.
Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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