Jane Birkin, Gaza
Luisa Espanet
24 luglio 2023
Dire che la dote vincente di Jane Birkin sia stata l’understanding, può sembrare un giudizio curioso, certamente riduttivo. Eppure ha un suo perché.
Per Birkin l’understanding è stato molto più di un atteggiamento formale, era la sua impronta dominante, il suo stile di vita. Ed è anche per questo che, dopo decenni di silenzio, la sua morte ha colpito davvero.
Solo ora si scoprono aspetti ed episodi della sua vita, che non si immaginavano o a cui non era stata data importanza. Della esile ragazza inglese si aveva solo dei flash dello strano balletto a seno nudo e collant colorato di Blow up. Tutti ricordavano lo scandalo della sua voce in alternanza a quella di Serge Gainsbourg in un amplesso dal vivo.
Ma c’era ben altro nella sua vita, anche se era opinione di tutti che per Je t’aime moi non plus, tra l’altro dedicata a Brigitte Bardot, fosse stata solo una spalla del carismatico partner.
Sfuggiva ai più che è stata una grande cantante e non solo. Un’interprete raffinata e profonda con precisi messaggi da lanciare.
Nel dicembre 2003 quando nessun artista avrebbe mai dato uno spettacolo a Gaza, lei con i suoi quattro musicisti si esibì di fronte a centinaia di spettatori nel Centre Culturel Shawa.
Nel 2008 compose una canzone “in forma di appello, dedicata ad Aung San Suu Kyi, ai monaci, agli studenti, ai bambini al popolo della Birmania”.
Solo qualche esempio del ritratto di un’artista convincente e impegnata, e di una donna che era riuscita a sdoganare il seno piatto, in un periodo in cui solo le maggiorate rappresentavano il sex appeal e la femminilità.
Luisa Espanet
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