I tigrini si avvicinano ad Addis Abeba: se tagliano i rifornimenti il governo crolla

Africa ExPress
21 novembre 2021

I combattimenti continuano e i governativi stanno cercando di bloccare i combattenti del TDF (Tigray Defense Forces) che si avvicinano sempre di più ad Addis Ababa. Il tentativo è di bloccare la strada che collega il porto di Gibuti alla capitale. Se dovessero riuscire nell’impresa i tigrini non avrebbero neanche bisogno di arrivare nella città, che priva di rifornimenti cadrebbe da sola.

E’ difficile avere notizie certe sulla situazione sul campo. I collegamenti con il Tigray sono interrotti e da settimane internet e telefoni sono boccati. Fonti non autorevoli parlano di una continua avanzata verso sud dei tigrini che comunque devono guardarsi le spalle perché gli eritrei al confine settentrionale premono per correre in aiuto dell’esercito dei loro amici al governo in Etiopia.

Alcuni osservatori sentiti da Africa ExPress, sono meravigliati di questa assenza su terreno delle truppe di Asmara, anche se in molti ritengono che in numero non rilevante siano già penetrati nel Tigray. “probabilmente – sottolinea qualcuno di loro contattato a Nairobi – il presidente eritreo Isaias Afeworki non si fida della lealtà delle proprie truppe sfiancate da 30 anni di dittatura sanguinaria. Teme che invece di combattere i tigrini alla fine gli si rivoltino contro”.

 Per tentare una mediazione tra le parti, Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa, ha avuto nuovi colloqui con il capo del Tigray People’s Liberation Front, Debretsion GebreMichael.

L’ex presidente nigeriano ha ricevuto il difficile incarico di convincere i due contendenti di deporre immediatamente le armi e di sedersi al tavolo delle trattative.

Prima di recarsi nel Tigray, Obasanjo ha incontrato rappresentanti del primo ministro etiopico e premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed ad Addis Ababa.

Il primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed, a sinistra e il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta

Finora nulla di fatto, nemmeno la breve visita del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, nella capitale etiopica, dove ha incontrato nuovamente Abiy, non ha portato soluzioni sostanziali. Anche Kenyatta ha tentato di convincerlo a cominciare il dialogo. Ha anche chiesto con insistenza di permettere il transito di convogli con aiuti umanitari.

Intanto sono stati liberati 6 membri dello staff dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli autisti di società esterne che lavorano per l’ONU.

Il ministero degli Esteri canadese ha consigliato ai propri cittadini di lasciare quanto prima l’Etiopia. Stessa cosa ha fatto la Francia. Mentre gli USA – il cui personale non strettamente necessario nella loro ambasciata di Addis Ababa è già stato evacuato giorni fa – hanno allertato i piloti riguardo i possibili attacchi contro l’aeroporto della capitale etiopica, uno dei più frequentati dell’Africa. La Federal Aviation Administration avvisa che la guerra si sta avvicinando alla capitale e dunque potrebbero verificarsi scontri anche nelle vicinanze dell’aerostazione e lanci di missili terra-aria che potrebbero colpire aerei civili. Inoltre invita tutti gli americani ancora nel Paese a partire  immediatamente, per evitare evacuazioni last minute come è successo recentemente in Afghanistan.

Da questa mattina sono in atto arresti di massa a Humera, nella regione Amhara: miliziani del gruppo nazionalista armato amhara FANO, già accusato  di massacri e pulizia etnica, sono andati di casa in casa e hanno rastrellato persone di origini tigrine, caricate su diversi camion e portate verso il fiume Gash-Setit, che in Etiopia prende il nome di Tekeze.

Un settore del corso d’acqua segna il confine naturale più occidentale tra Eritrea e Etiopia, mentre in un altro punto quello tra Etiopia e Sudan. Gli orrori commessi dai governativi lungo il fiume sono stati documentati da fotografia e filmati che mostravano masse di cadaveri trasportati dalla corrente. E’ necessario un intervento immediato per evitare un nuovi bagni di sangue.

L’ultimo rapporto di OCHA (Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari) pubblicato tre giorni fa parla chiaro: la situazione umanitaria nel nord del Paese resta catastrofica. Si suppone che entro la fine dell’anno 8 milioni di persone necessiteranno aiuti.

A causa dei continui combattimenti nelle regione Amhara, gli sfollati sono ora decine di migliaia. Nel Tigray, invece, sono stati sgomberati gli edifici scolastici, diventati rifugio per 16 mila persone dall’inizio della guerra. I convogli con gli aiuti umanitari sono bloccati da oltre un mese, mancano i contanti, gran parte dei servizi bancari sono interrotti da tempo. La regione non viene rifornita di carburante da agosto.

Venerdì il governo etiopico ha minacciato di ritirare le licenze alle maggiori testate straniere presenti nel Paese, Reuters, CNN, BBC e Associated Press (AP). I loro reportage, sostiene il governo, potrebbero nuocere agli interesse e alla convivenza pacifica dei Paesi del Corno d’Africa.

Aggiornamento:

Continuano gli arresti di massa nella capitale, tra loro anche due professori universitari. Assefa Fissiha e Mehari Redeai, entrambi insegnano diritto all’ateneo di Addis Ababa. Le autorità non hanno ancora confermato il loro fermo. Familiari e amici hanno, invece, sostengono che i due cattedratici sono stati portati via dalle forze di sicurezza con l’accusa di non aver rispettato lo stato di emergenza, imposto all’inizio del mese da Abiy, poi ratificato dal Parlamento.

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