Etiopia al collasso: un anno di guerra con morti, profughi e milioni spesi in armi

Africa ExPress
1°novembre 2021

La Storia dell’Etiopia s’intreccia con l’eterna lotta per il potere tra i tigrini e gli amhara, i due gruppi etnici eredi diretti dell’Impero Axumita.

Il conflitto in corso nel Nord del Paese è iniziato esattamente un anno fa e ci sembra quindi opportuno provare a fare una sintesi di quanto è accaduto.

Il Primo Ministro etiopico Abiy Ahmed Ali, Premio Nobel per la Pace 2019, di etnia oromo, il gruppo etnico più numeroso del Paese, ha chiesto aiuto al regime eritreo di Isayas Afworki per punire alcune scelte contrarie al governo centrale da parte dei governanti della regione del Tigray, dopo che una base militare era stata assaltata da milizie locali. L’esercito eritreo ha varcato il confine da nord mentre le truppe governative hanno attaccato da sud.

Nel giro di poche settimane tutte le principali città Tigray erano sotto il controllo governativo e dei loro alleati. Intanto, decine di migliaia di civili cercavano rifugio Sudan.

Con l’uccisione dell’ex ministro degli Esteri Seyum Mesfin il conflitto sembrava volto al termine ma le scarse notizie che giungevano dall’area del conflitto, apparivano spesso confuse e contraddittorie. Si parlava di violenze contro la popolazione stremata e affamata dagli scontri, di ospedali saccheggiati dalle forze di occupazione eritree e di esecuzioni sommarie (alcuni mesi più tardi il generale eritreo Philipos Woldeyohannes verrà sanzionato dal Dipartimento di Stato USA per crimini contro l’umanità).

Tuttavia la scelta di Aby di ricorrere all’aiuto dell’Eritrea appariva scontata, dato che l’esercito etiopico, decurtato della componente tigrina, poteva contare solo su circa 150.000 uomini, su un territorio di quasi 1 milione di chilometri quadrati.

Dopo settimane di relativo silenzio, gli osservatori sono stati colti di sorpresa dalle immagini della liberazione della capitale regionale Makallè da parte delle truppe tigrine e di 6.000 prigionieri etiopici che sfilavano per le vie della città.

Cosa era accaduto?

Le truppe del TDF (Tigray Defence Forces) si erano riorganizzate ed avevano sferrato una controffensiva, l’esercito etiopico aveva mostrato tutta la sua debolezza e si era letteralmente sfaldato, lasciando soli gli eritrei a nord. Voci provenienti da Asmara, la capitale eritrea, parlavano di molte famiglie che avevano perso i loro figli nelle cruente battaglie del Tigray, perdite che avevano costretto l’esercito eritreo a ritirarsi oltre confine).

Come in una classica partita a scacchi il TPLF (Tigray People Liberation Front) siglava un accordo con l’OLF (Oromo Liberation Front) per impegnare a sud del Paese le truppe governative.

Il governo etiopico, in seria difficoltà, lanciava un appello al cessate il fuoco e iniziava una campagna di reclutamento nazionale per cercare di fermare i tigrini entro i loro confini, ma il TPLF, una volta liberata la propria regione, si spingeva ad est nella regione Afar e a sud-ovest verso la regione Amhara, conquistando ampie zone di territorio.

La scelta di entrare nel territorio Amhara sembra essere stata dettata, oltre che da ragioni strategiche, anche dalla necessità di andare a cercare risorse indispensabili per la propria sopravvivenza dato che il raccolto del Tigray era andato perduto e i magazzini saccheggiati.

L’invio di migliaia di volontari, da parte del governo etiopico, non sembra aver sortito alcun effetto sull’inesorabile avanzata del TDF, che pochi giorni fa è entrato nell’importante città di Dessiè a circa 400 chilometri da Addis Abeba.

Il governo di Addis Ababa sta cercando di compensare alle sconfitte di terra con bombardamenti aerei sulla capitale del Tigray Makallè e con l’invio di droni di fabbricazione turca, acquistati recentemente.

Con la stagione delle piogge alle spalle è prevedibile che ci sarà un inasprimento degli scontri nella speranza, tuttavia, che venga presto trovata una soluzione pacifica al conflitto in una nazione ormai stanca di cicliche, inutili guerre.

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