L’Africa depredata e in ginocchio: la vera decolonizzazione è ancora lontana

EDITORIALE
Speciale Per Africa ExPress
Marcello Ricoveri*
Windhoek, Aprile 2021

Quando Massimo Alberizzi, che mi conosce da una vita, mi ha lanciato l’idea di scrivere qualcosa sull’Africa; l’Africa dove ho trascorso una buona parte della mia vita, che ho conosciuto da ragazzo, in cui ho lavorato per decenni ed in cui vivo tutt’oggi, mi è parsa una richiesta banale:  cosa si può dire sull’Africa oggi che non sia già stato detto, risaputo, visto e rivisto.

Eppure, eppure, Massimo avrà forse scorto che dopo tanti anni qualcosa nelle nostre menti e nei nostri cuori si sarebbe dovuto depositare: stratificato, compresso a tal punto da trasformarsi in una sorta di essenza filosofale… buona forse per noi, anche se difficile da digerire per molti.

Un excursus della situazione odierna del continente, vista dal mio personale osservatorio ed alla luce della  mia pluriennale esperienza africana, si basa sia su dati di fatto che su considerazioni più generali che impropriamente definirei “filosofiche”.

L’Africa è un continente, non è né un paese né una confederazione. Parlare di tematiche africane è dunque assai difficile. si rischia di generalizzare e di essere superficiali. Mi sforzerò tuttavia di presentarne alcune:

Osservazioni di fatto

Un elemento fondamentale da considerare è che la totalità degli attuali Paesi africani ha subito un’occupazione straniera. Chi sotto forma di colonia, chi di protettorato. alcuni per 5 anni, altri per decenni, altri ancora per secoli.

Altro fatto: data la enorme differenza in termini di progresso tecnologico e di sistemi politico-sociali, le culture originarie africane hanno reagito all’impatto con la cultura occidentale dominante, disgregandosi, decadendo ed a volte estinguendosi.

Per questo motivo anche dopo la fine del dominio straniero, i vari Paesi africani non sono stati in grado di avviare un robusto processo di “decolonizzazione”, né sul piano culturale, né su quello tecnologico, né su quello politico-sociale.
Si è così verificato un “mix” asimmetrico di eredità coloniali, influssi socio economici di alcune potenze di riferimento, tipo USA, Unione Sovietica prima , Russia oggi, Cina, India, ecc., e quel che restava delle culture originarie. La tela di fondo oggi resta comunque un generico rigetto delle proprie radici socio culturali che non aiuta a ritrovare quello spirito comunitario indispensabile a costruire delle vere comunità nazionali.

Gli africani hanno avuto per millenni un’abbondanza di risorse naturali, che hanno sempre considerato come inesauribili. Questo spiega l’atteggiamento odierno più propenso allo sfruttamento ed allo spreco che al risparmio ed all’eco-trasformazione di dette risorse.

Altro fatto comune è la conservazione quasi maniacale, sancita anche da organismi quali l’Unione Africana e l’ONU, delle frontiere coloniali. Ancor oggi dopo più di due generazioni, i Paesi africani sono rimasti, salvo rarissime eccezioni, con i confini stabiliti – con criteri che spesso hanno ignorato le realtà socio economiche e culturali –  dalle vecchie potenze coloniali.

Osservazioni “filosofiche”

Sul piano socio-politico la democrazia si presenta  in Africa, come il sistema meno illuminato dall’esperienza riformatrice perché accoglie solo le spinte auto conservatrici: è essenzialmente un sistema conservatore.
Oggi come oggi esistono, poi, in Africa, solo sistemi falsamente democratici;  nei diversi paesi le forme variano dall’assoluto dispotismo di maggioranze fasulle, a forme di democrazia formale in cui gli schemi di verifica e consultazione popolare si riducono a trionfi delle formalità, sceneggiate teatrali senza contatto con la realtà.

L’Africa è un continente geografico in cui la storia ha macinato esperienze sociali non dissimili da quelle dei continenti che la circondano. tuttavia tale evoluzione non ha prodotto  una omogeneità culturale sufficiente a farla considerare come un blocco unitario, un’unità, ma ha determinato divisioni in aree ove però, spesso, la matrice comune si riduce ad un aspetto puramente vettoriale: quello linguistico, spesso importato. Inoltre le unità statuali ricalcano pedissequamente quelle stabilite grosso modo ai tempi di Bismarck, dalle ex potenze coloniali. Di conseguenza l’evoluzione sociale e culturale dei gruppi, non spontaneamente agglomeratisi, è stata anche complicata dalle interazioni forzate che tali aggregazioni non spontanee hanno potuto determinare. Tale fenomeno sembra oggi essere la causa principale all’origine dei continui conflitti che hanno insanguinato ed insanguinano il continente.

Infine se è vero che in Africa i dati di frattura socio-culturale originino talora anche nella preistoria e risultino quindi più o meno omogenei rispetto a quelli verificatisi e sperimentati in altri continenti, è certo che, nel periodo storico, invece, le fratture più gravi si siano prodotte in misura tanto maggiore quanto maggiore era la distanza che separava lo sviluppo culturale e sociale dei gruppi: europei da un lato,  africani dall’altro, che entravano in contatto. In Africa, come si sa, a differenza di quanto avvenuto in altri continenti, tali distanze sono state notevoli e quindi le fratture profondissime.
A questo proposito leggete il romanzo di Chinua Achebe, scrittore nigeriano, “Things fall apart” sul crollo di un mondo che ha faticato ad assimilare il nuovo imposto dai colonizzatori.

Certo, a ben pensare, è quello che è sempre accaduto nella storia dell’uomo e delle civiltà su questa terra, anche se talvolta “graecia capta ferum victorem cepit”. Pensiamo  alle civiltà amerindie, agli Aztechi, ai Maya, agli Indios dell’Amazzonia, agli Aborigeni australiani, agli Ottentotti ed ai Boscimani, ed ancora agli Incas, ai Berberi, agli Etiopi, ai Meroitici; alle infinite civiltà sacrificate sull’altare di un certo progresso, unilateralmente valutato; in verità sacrificate al mono culturalismo. Oggi, con un pizzico d’ironia, diremmo al “politically correct” e quindi all’ignoranza, alla violenza culturale.

Conclusioni

Il risultato odierno di questi dati di fatto di partenza, conditi dalle riflessioni pseudo-filosofiche espresse più sopra è oggi sotto gli occhi di tutti:

In primis le continue crisi ed i conflitti, a carattere prevalentemente etnico, anche se le motivazioni socio-economiche sono sempre sottostanti. I Paesi africani sfuggiti a questa logica tragica dei conflitti, sia interni che esterni, si contano sulle dita di una mano.

Uganda 1981 (foto Enzo Polverigiani)

Inoltre l’assenza di un vero processo di “decolonizzazione” ha portato al mantenimento di una  presenza economica delle vecchie potenze coloniali, che hanno mantenuto un’economia di sfruttamento delle materie prime, impedendone di fatto la trasformazione e quindi lo sviluppo di importanti processi di industrializzazione. oggi il rischio è quello di sostituire alla presenza economica post-coloniale, quella Cino-Arabo-Indiana che opera seguendo strettamente le stesse politiche di sfruttamento delle madri patria coloniali.

Ancora, il tema annoso della “democrazia” in Africa  è un’altra conseguenza evidente dei fenomeni sopra indicati. A parole tutti i Paesi africani adottano il cosiddetto “Westminster System”,  ma di fatto vere democrazie in Africa non ve ne sono. Mancano sia l’adesione culturale delle masse, sia la conoscenza approfondita dei meccanismi democratici, sia una vera partecipazione popolare alla politica dei vari Paesi.

Motivo principale per la stragrande maggioranza dei Paesi africani sembra essere il voto, che si orienta prevalentemente su basi etniche, tribali, claniche.

Il diffuso fenomeno della corruzione, anch’esso è sovente motivato, ed orientato sulle stesse basi. Questo spiegherebbe perché, a volte, pur cambiando leadership, non cambi la sostanza della ricerca di arricchimento delle classi dominanti.

Infine anche in Africa è presente il fenomeno dello scadimento della leadership, forse dovuto anche al crescente degrado della qualità dei sistemi educativi. L’assenza di leadership di spicco e carismatiche è addirittura evidente se si paragonano i leaders attuali con le figure dei grandi leaders africani all’epoca delle lotte di liberazione .

La mia ricetta per il futuro

Decolonizzazione vera, recupero delle “radici” socio-culturali;
ricerca delle eccellenze;
istruzione migliore e più diffusa;
costruzione delle nazioni africane nel superamento delle frontiere etnico-religiose;
ricerca di una via africana ad una autentica democrazia;
lotta alla corruzione e perequazione economica.

Alternative non ne vedo perché oggi come oggi l’Africa non è in grado di competere con nessun continente sul piano economico. Se dunque vuole seguire il trend mondiale di liberalizzazione dei commerci – e non vedo francamente come possa opporvisi, come possa isolarsene – deve necessariamente scavarsi delle nicchie future di specializzazione nel contesto economico commerciale mondiale. e non dovrà continuare ad essere una colonia economica e commerciale del resto del mondo.

Già oggi, dopo l’Europa e l’America, gli Stati asiatici si stanno affacciando in Africa con gli stessi comportamenti rapinatori delle antiche potenze coloniali. Se questa è la tendenza, ed addirittura se, anche all’interno dello stesso continente, gli stati più sviluppati adottano comportamenti vicini al colonialismo commerciale, quali potranno essere le speranze della stragrande maggioranza degli stati africani i quali oggi hanno ancora economie di pura sussistenza? Il protezionismo assoluto? L’autarchia? L’isolamento? Io non lo credo, ma al contrario penso che vi siano delle nicchie di specializzazione, di sviluppo, già oggi esistenti che dovranno essere allargate, moltiplicate nel futuro con le metodologie legate all’autenticità socio-culturale che più sopra ho indicato.

Marcello Ricoveri
sheba_98@fastmail.fm
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*Marcello Ricoveri ha rappresentato l’Italia come ambasciatore in Uganda (accreditato anche in Ruanda, anche durante il genocidio, e Burundi), Etiopia, Nigeria (con competenze sul Benin) e prima ancora come primo consigliere della nostra legazione a Pretoria con competenze anche sulla Namibia. Vive a Windhoek.  A Roma, per 7 anni circa, si è occupato di Cooperazione allo sviluppo, di Unione Africana, di ECOWAS e di G8 per l’Africa. Grazie alla sua esperienza conosce molto bene l’intero continente e continua ad essere un attento e un acuto osservatore delle dinamiche socio-politiche del sud del mondo.

Vicedirettore di Africa Express, giornalista pubblicista, ha abitato in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.