Cricket in forte crescita in Ruanda. Per seppellire il passato

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
21 febbraio 2021

“Per giocare a cricket non è necessario essere stupidi. Esserlo, però, aiuta molto”.

Non è molto fine cominciare un articolo sul cricket con questa micidiale battuta di George Bernard Shaw. Si rischia di offendere gli oltre due miliardi (stimati) di fanatici di questo sport. E – Dio non voglia – di passare per razzisti. Sì, perché il cricket negli ultimi anni sta diventando sempre più popolare anche in Rwanda. E fra le donne, a smentire G. B. Shaw.

Come mai?

Nella narrazione comune, questo sport è considerato un lascito per eccellenza del colonialismo britannico. E’ infatti, praticato in India, Pakistan, Sri Lanka Sud Africa, Zimbabwe, Australia, Nuova Zelanda, Indie Occidentali Britanniche e più recentemente perfino in Afghanistan.

Ruanda: stadio di cricket

Invece in una nazione emergente come il Ruanda, non legata al British Empire, il cricket ha origini diverse: la spaventosa e ripugnante guerra civile fra Hutu e Tutsi, non a torto considerata la più grave forma di genocidio dalla Seconda Guerra Mondiale. E sta diventando l’attività ludica con la crescita maggiore nella “terra dalle mille colline”. Chi l’avrebbe mai detto che il secondo sport più diffuso al mondo (e anche il più aristocratico) avrebbe avuto un così rigoglioso sviluppo?

Lo dice Emmanuel Byiringiro, 42 anni general manager del Rwanda Cricket Association, intervistato da Al Jazeera. Il canale satellitare del Qatar nei giorni scorsi ha dedicato un ampio servizio a quello che per noi europei continentali è uno sport tra i più incomprensibili e noiosi sulla faccia della Terra. “Inizialmente il cricket era praticato da un gruppo di studenti della ex Università Nazionale di Butare – ha dichiarato Byiringiro, già campione nazionale di cricket – La maggior parte di questi giovani era rifugiata in Paesi vicini come il Kenya, Tanzania, Uganda. A essi si sono uniti altri studenti provenienti dall’India. Ora abbiamo un programma di sviluppo incentrato su scuole di cricket e sul coinvolgimento delle comunità. E’ lo sport che sta registrando la maggior crescita nel Paese”. Secondo il sito Visitrwanda.com nel 1999 è stata fondata la Rwanda Cricket Association e si calcola che siano ben 5 mila i praticanti impegnati, per 11 mesi l’anno, in competizioni nazionali, scolastiche e universitarie.

Secondo Al Jazeera, l’ampia diffusione del cricket e il coinvolgimento della popolazione un tempo profondamente e tragicamente divisa, lacerata, è un modo di seppellire il terribile passato. Per incrementare questo piano – soprattutto fra le donne – è stato appena assunto un coach di livello internazionale, Leonard Nhamburo, 40 anni, dello Zimbabwe. Il suo obiettivo primo è quello di preparare il team nazionale femminile per il torneo annuale che si svolge a giugno a Kwibuka (sede di un memoriale del genocidio) e per le qualificazioni ai mondiali di novembre in Botswana.

Negli ultimi 2 anni il Rwanda’s national women Cricket team è riuscito, per la prima volta, a qualificarsi ai mondiali dello Zimbabwe. Diane Ishimwe Dusabemungu, 26 anni, giocatrice della nazionale femminile (ma attrice di professione), conferma: “Noi mandiamo, con questo nostro impegno sportivo, un messaggio di unità in modo che ciò che è avvenuto non abbia mai più a ripetersi. Io sono nata per miracolo dopo che mia madre sopravvisse a una sparatoria all’acme del genocidio nel 1994. Ho cominciato a praticare questo sport a 10 anni e ho appreso a essere paziente e perseverante, responsabile. Quanto è successo è passato e da esso dobbiamo imparare. E’ come il cricket: se la tua squadra perde non devi continuare a pensare alla sconfitta. Il cricket dà un senso di calma, pace, unione, e gioia: sentimenti e sensazioni di cui ogni famiglia è stata privata durante i massacri”.

Concorda Clinton Rubagumya, 25 anni, della nazionale maschile: “Io sono nato dopo il genocidio , ma so che non c’è famiglia in Rwanda che non pianga un suo caro. E’ giunto il momento di guardare avanti e ho visto con i miei occhi come il cricket contribuisca a unire chi ha bisogno di aiuto a chi l’aiuto può darlo”. Di sicuro, Paul Kagame, il padre-padrone del democraticissimo (si fa per dire) Ruanda usa politicamente con estrema disinvoltura questo antico passatempo made in England. In Ruanda di genocidio è proibito parlare, chi si mette contro il potere ha qualche difficoltà (si veda il processo in corso in questi giorni contro il dissidente Paul Rusesabagina, quello del film Hotel Rwanda).

Non è un caso che Kagame, nel 2017, abbia partecipato in pompa magna all’inaugurazione del primo grande Gahanga Cricket Stadium, gentile omaggio – come ricorda il sito Visitrwanda.com – della British charity Rwanda Cricket Stadium Foundation.

Che cosa abbia scatenato la febbre nazionale per mazze, palle, guantoni in un paese come il Ruanda resta, comunque, un mistero, come quello che circonda lo svolgimento degli interminabili incontri. Per l’India, una delle massime potenze mondiali del cricket, si tratterebbe di “un esempio di come la decolonizzazione si riveli una forma dialettica di dialogo con la precedente epoca coloniale”. Lo afferma l’antropologo Arjun Appadurai, studioso del postcolonialismo, che al cricket ha consacrato un capitolo del suo volume “Modernità in polvere” (Raffaello Cortina).

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

Ma per il Ruanda? Forse perché impone delle rigide regole di gioco e di condotta, quali il rispetto assoluto verso gli umpires (arbitri), il divieto rigido di lanciare parole offensive verso gli avversari, o le loro mogli, mamme, fidanzate come si usa nei nostri campi di calcio. Intendiamoci: gli insulti ci sono, ma devono essere intelligenti. La pratica di schernire gli avversari e di disturbarli in questo sport già pieno di parole strane come innings, wicket, boulers, fielders, batsman si chiama, ad esempio, “sledging”. Dicono gli esperti di cricket (definito da Robin Williams “baseball al valium”) che in questa pratica i maestri siano gli australiani. E citano quanto avvenne nel 1991 durante il cosiddetto “Test match” (partita di 5 giorni!): il pachistano Javed Miandad apostrofò la leggenda australiana Merv Hughes dandogli del “grasso autista d’autobus”. Hughes poco dopo eliminò Miandad e, passandogli oltre, disse con un sorriso: “Biglietti prego”..

Che stile, che finezza in questo sport, per il quale – ne restiamo convinti – vale quanto dichiarò un celeberrimo giocatore e manager di baseball, l’americano Tommy Lasorda: “Ci sono tre tipi di giocatori. Quelli che fanno quel che succede, quelli che guardano quel che succede, e quelli che si chiedono che cosa succede”. E volete che non valga anche per il cricket e per buona parte di noi?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Vicedirettore di Africa Express, giornalista pubblicista, ha abitato in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.

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